Anche nella Svezia gay-friendly, il tasso di suicidi omosessuali è tre volte maggiore

omosessuali disturbi«Il disagio che viviamo non è causato solo dal mondo esterno, ma sopratutto dalla nostra pratica omosessuale e da ciò che viviamo». Con queste parole il giovane giornalista Philippe Ariño, omosessuale dichiarato, ha spiegato le numerose difficoltà di vita purtroppo sperimentate dalle persone con attrazione dello stesso sesso.

«Il rifiuto della differenza sessuale, che è la fonte della nostra esistenza e della nostra umanità, porta gravi conseguenze. Le persone appaiono divise, con una ferita», ha proseguito. Queste “gravi conseguenze” sono puntualmente certificate da decine di studi scientifici, tanto che addirittura l’agenzia di pianificazione familiare delle Nazioni Unite (UNFPA) ha riconosciuto la «significativa prevalenza di violenza domestica tra gli uomini che hanno rapporti sessuali con gli uomini», rilevando altissimo tasso di promiscuità e il fatto che «sono più propensi a utilizzare alcol e droghe rispetto alla media della popolazione generale», soprattutto per mantenere ad «alto livello» le compulsive prestazioni sessuali.

Quasi sempre le associazioni Lgbt giustificano questi dati accusando la società di omofobia: le generalizzate discriminazioni nei loro confronti porterebbero le persone omosessuali a soffrire di questi disturbi. Una spiegazione che tuttavia a nostro avviso è stata, ancora una volta, smentita da una ricerca pubblicata recentemente sull’European Journal of Epidemiology, in cui gli studiosi hanno valutato il tasso di suicidio in Svezia, confrontando coppie omosessuali sposate a coppie eterosessuali sposate. Va premesso che su WikiPink, la Svezia viene definita come «uno dei paesi più “gay-friendly” d’Europa. Il matrimonio e le adozioni gay sono completamente legali e le persone omosessuali sono protette da leggi anti-discriminazione sul campo del lavoro e dei servizi pubblici». Non solo l’omofobia non esiste, dunque, ma anche se esistesse verrebbe immediatamente punita da leggi anti-discriminazione.

Eppure, i risultati sui disagi vissuti dalle persone omosessuali sono gli stessi che vengono verificati in tutto il resto d’Europa (compresi i Paesi giudicati “omofobi” dall’associazionismo Lgbt), tanto che, si legge, «il rischio di suicidio è più elevato tra gli individui dello stesso sesso sposati rispetto agli individui sposati di sesso diverso». Sia per quanto riguarda le donne ma, ancor di più, gli uomini: «gli uomini omosessuali sposati hanno un rischio di suicidio quasi tre volte maggiore rispetto agli uomini coniugati con un partner del sesso opposto». Questo ha portato, quindi, a concludere che «anche in un Paese con un clima relativamente tollerante per quanto riguarda l’omosessualità, come la Svezia, gli individui sposati dello stesso sesso evidenziano un elevato rischio di suicidio rispetto agli altri individui sposati». Lo stesso accade in altri Paesi ampiamente gay-friendly, come l’Inghilterra, dove è stata trovata impiccata la prima donna che si è unita in matrimonio con un’altra donna, a causa della violenza domestica subita (non certo per l’omofobia della società).

«Inutile negare la realtà», ha commentato l’intellettuale omosessuale Philippe Ariño, «viviamo un malessere, ma spesso non ne parliamo direttamente. La vera libertà è quella di riconoscere l’attrazione omosessuale per quella che è, cioè il sintomo di profonde ferite dell’identità affettiva». Bisognerebbe abbracciare queste persone, far loro presente che è possibile una riscoperta della propria vera identità. Certamente, le ferite non si emargineranno mai credendo al mito dell’omofobia spacciato come tappabuchi dall’associazionismo Lgbt. Il quale non vuole affatto il loro bene.

 

AGGIORNAMENTO 01/06/16
Ci è stato segnalato che una delle autrici dello studio scientifico citato nell’articolo, la dott.ssa Charlotte Bjorkenstam, contattata da alcuni militanti arcobaleno in merito a questo articolo, ha risposto confermando sia il maggiore tasso di suicidio delle persone omosessuali, sia l’altissima accettazione sociale delle persone omosessuali: il 92% degli svedesi, ha scritto, ritiene che debbano “essere liberi di vivere la propria vita come vogliono” (cosa che sosteniamo anche noi, d’altra parte). Tuttavia, la ricercatrice ha anche aggiunto che «probabilmente il maggiore tasso di suicidi è dovuto allo stress che le persone LGBT devono ancora affrontare, anche in un paese tollerante come la Svezia». Questa conclusione, introdotta non a caso dal “probabilmente”, è un’opinione personale della Bjorkenstam, attivista Lgbt, che non può essere affatto ricavata dai risultati da lei ottenuti. Al di là dell’ipotetico e dei “probabilmente”, le uniche certezze sono che in un Paese massimamente tollerante verso l’omosessualità, i tassi di suicidio delle persone Lgbt sono identici ai Paesi in cui l’omosessualità è meno socialmente accettata. Se parliamo, quindi, di “probabilità”, se ne deduce che, con tutta ovvietà, non può esserci alcuna causalità tra la non accettazione sociale e il disagio omosessuale. Infatti, se questi altissimi tassi di suicidio in Svezia fossero causati dai minimi tassi di omofobia presenti, allora in Paesi ritenuti apertamente omofobi dai militanti arcobaleno (come l’Italia, la Polonia o la Russia), dovremmo conseguentemente trovarci di fronte ad una epidemia di suicidi delle persone omosessuali. Cosa che fortunatamente non avviene, dunque l’unica interpretazione ragionevole che può essere data è quella da noi presentata nell’articolo qui sopra.

 

La redazione
(articolo inserito nell’archivio dedicato alle tematiche Lgbt)

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