L’intervento dell’Aisla: «i malati di Sla non vogliono l’eutanasia»

Massimo MauroPer legalizzare l’eutanasia servono casi estremi, le associazioni “dello scarto” cercano disperatamente malati da usare come grimaldello emotivo e politico. Come spiegava critico il laico Sergio Romano: il partito Radicale «si è servito degli handicap fisici di alcuni fra i suoi più tenaci militanti per creare il “martire”, hanno elevato Welby e Coscioni a icone delle loro battaglie, hanno introdotto un elemento emotivo e spettacolare nel dibattito politico, hanno cercato di commuovere anziché di convincere, hanno reso più difficile il confronto argomentato e dialettico su temi importanti come quello del suicidio assistito e del testamento biologico». 

Oltre all’uso strumentale dei disabili, alla causa dell’eutanasia servono sempre dei “testimonial” famosi, così la “cultura dello scarto” -come la chiama il Santo Padre-, è scesa in campo con un video dove diversi volti noti, orchestrati dall’Associazione Luca Coscioni e dalla musichetta in sottofondo, lanciano ovazioni al suicidio. Sono i grandi laicisti italiani, da Augias a Saviano, sono le soubrette dei quotidiani filo-berlusconiani, da Filippo Facci a Selvaggia Lucarelli, sono vecchi e giovani comunisti, da Marco Bellocchio a Giulia Innocenzi, fino al signor Platinette (manca solo il Gabibbo). Intrufolati in mezzo a questi variopinti personaggi ci sono gli esponenti maggiori del partito Radicale, tutti ovviamente ossessionati dalla morte. «Giocano molto sull’emozione», ha commentato il prof. Armando Fumagalli, docente di Teoria dei Linguaggi e Semiotica alla Cattolica di Milano, «ma tendono a semplificare le cose e a nascondere i problemi di fondo». Gli argomenti usati sono infatti i classici cliché: parlano di “dolori atroci” quando la medicina palliativa annulla ormai tali dolori e, in casi estremi, esiste la sedazione palliativa (si veda la morte del card. Martini); parlano di “diritto al suicidio” quando non esiste il diritto di chiedere allo Stato di essere complice del proprio suicidio; parlano del “non voler essere attaccati alle macchine” quando chiunque è contrario all’accanimento terapeutico e alla rinuncia delle procedure mediche è legittima se sono sproporzionate ai risultati attesi.

Ancora più decisivo di queste risposte è stato l’intervento dell’AISLA, l‘Associazione Italiana Sclerosi Laterale Amiotrofica, attraverso il presidente Massimo Mauro, in particolare in risposta alla richiesta del “diritto al suicidio” di Walter Piludu, ex presidente della Provincia di Cagliari e militante del partito Radicale, nonché malato di Sla. Il dott. Mauro, quotidianamente a contatto con i malati di SLA, ha spiegato che questa malattia può essere vissuta dignitosamente: «Per la Sla non c’è terapia, si può parlare solo di trattamenti. Per questo per i malati è fondamentale decidere come vivere, non come morire, determinando un percorso di vita e non di morte. Non bisogna consentire a nessuno di strumentalizzare un pensiero di questo tipo a favore dell’eutanasia». Il malato di Sla ha diritto ad essere protagonista della sua malattia acconsentendo o meno ai trattamenti terapeutici che gli vengono proposti (e infatti esistono documenti di questo tipo). Ma «Aisla si è sempre espressa senza equivoci di sorta contro l’eutanasia e continuerà a farlo. La questione di fondo riguarda la libertà delle scelte della persona malata rispetto ai trattamenti e la corretta comunicazione su ciò che ogni giorno è in grado di sopportare», rifiutando anche l’accanimento terapeutico. In un documento redatto dall’Aisla tramite il presidente Massimo Mauro, si conclude: «Tutte le persone con Sla che ho conosciuto non chiedono di morire ma chiedono con forza di scegliere come vivere».

Il presidente di Aisla ha anche risposto su “Repubblica” a Veronesi e a quanti sostengono che in Italia l’eutanasia è già pratica: «La rinuncia ai trattamenti che la persona considera ad un certo punto sproporzionati non si configura come eutanasia. Va detto con chiarezza che a provocare morte è la malattia nel primo caso mentre è la somministrazione di una sostanza letale nel secondo. Come sempre accade nella storia delle lotte contro le discriminazioni, il vero grande ostacolo sono l’ignoranza, i pregiudizi e i falsi concetti. La vita è un bene prezioso per noi “sani” ma lo diventa ancor di più per le persone che si trovano ad affrontare prove terribili come la Sla. Le persone con Sla hanno un’incredibile voglia di vivere e tentano con forza di opporsi alla potenza devastante di questo morbo».

Segnaliamo anche le parole di un medico non contrario alla legge sull’eutanasia, Francesco Marrosu, neurologo dell’Università di Cagliari. Anche lui conferma: «Nella clinica che dirigo vengono seguiti da un’equipe altamente competente quasi 200 casi di Sla. La risposta di questi pazienti alle tematiche di fine vita appare completamente sganciata dalle loro condizioni cliniche […]. Coloro che sono seguiti meglio da persone con le quali hanno sviluppato un intenso rapporto affettivo (non necessariamente parenti stretti) non solo non si pongono il problema di anticipare la loro morte, ma spesso hanno una sopravvivenza più lunga di quel che le loro condizioni cliniche facciano presagire». Ha quindi chiesto che prima di ragionare su una legge che liberalizzi l’eutanasia, occorrerebbe che la politica annulli tutte le possibilità che portano i malati a chiedere il suicidio: ovvero «far si che nessun paziente si senti abbandonato». Lo aveva già affermato anche l’oncologo mediatico Umberto Veronesi: «Nessuno mi ha mai chiesto di agevolare la sua morte. Ho posto da sempre un’attenzione estrema al controllo del dolore e, per mia fortuna, nessuno dei miei pazienti si è mai trovato in una condizione di sofferenza tale da chiedere di accelerare la sua fine».

Anche Papa Francesco è intervenuto, lo ha fatto poco dopo il suicido di Brittany, la giovane ragazza malata terminale che si è suicidata qualche settimana fa, incitata dall’associazione pro-eutanasia “Compassion & Choices”. Il pontefice ha denunciato la «“falsa compassione”: quella che ritiene sia un aiuto alla donna favorire l’aborto, un atto di dignità procurare l’eutanasia». Non c’è nessuna dignità nell’eutanasia e nell’invocare l’eutanasia, ha spiegato il Pontefice. Proprio il “suicidio-show” di Brittany, annunciato settimane prima, con tanto di fotografie della ragazza ritoccate per farla apparire ancor più affascinante. Sul “National Revie” Wesley Smith ha scritto che Brittany è rimasta incastrata dalle associazioni-avvoltoio che l’hanno resa popolare, perché anche se fosse stata assalita dai dubbi non avrebbe più potuto tornare indietro, «spinta da “Compassion & Choices” e dai media che aspettavano la sua  morte-spettacolo». Ed infatti la sua morte è stata strana: il 30 ottobre ha annunciato di voler rimandare il suicidio perché il momento «non è ancora arrivato. Provo ancora gioia, rido e mi diverto con la mia famiglia e i miei amici» ma, con grande sorpresa di tutti, appena tre giorni dopo è arrivata la notizia del suo suicidio. Strano vero?

A richiedere l’eutanasia, si capisce leggendo i medici che vivono accanto a queste persone e anche gli studi scientifici, sono solo pazienti e malati vittime della depressione, che purtroppo sono stati abbandonati, lasciati soli dai loro amici, dai loro parenti, da cure adeguate. Se i volti noti dell show mediatico e le associazioni della “cultura dello scarto” si impegnassero a contribuire nell’evitare l’abbandono morale e terapeutico dei malati, al posto di invocare sempre e soltanto la loro morte, forse non ci sarebbero più richieste di eutanasia da parte loro.

La redazione

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7 commenti a L’intervento dell’Aisla: «i malati di Sla non vogliono l’eutanasia»

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  1. Dario* ha detto

    Che razza di mondo: uno come Welby, il culmine della cui vita altrimenti anonima sembra sia stato l’atto di suicidarsi, viene glorificato e portato sugli scudi come esempio per tutti quando ben pochi sanno chi siano esempi luminosi di coraggio e tenacia (umanamente parlando, la religione qui non c’entra) come Jason Baker. Di questa gente davvero meritevole nessuno parla mai. Che mondo triste…

  2. Daniele ha detto

    Quindi dalla storia di Brittany sta emergendo il fatto che la ragazza avrebbe avuto un ripensamento ma che le associazioni eutanasiste che la stavano “assistendo” hanno fatto di tutto per farla ritornare a volersi uccidere.
    Se tale fatto fosse confermato, si concretizzerebbe un’accusa di istigazione al suicidio (che in Italia è un reato punito dal Codice Penale, negli USA non so) nei confronti delle associazioni eutanasiste che hanno avuto contatti con Brittany.

  3. htagliato ha detto

    Invece di insegnare alla gente a non arrendersi mai, ad apprezzare la vita sempre, anche se tutto ciò che puoi fare è stare immobile a vedere il ripetersi del giorno e della notte, questi ci dicono che “morire è un diritto”! Se proprio vogliamo fare i sentimentali, io preferisco dire che la vita è così degna di essere vissuta che anche nelle circostanze più brutte non ci si dovrebbe mai suicidare, non sappiamo mai veramente cosa ci aspetta domani.

    • Li ha detto in risposta a htagliato

      Tra l’altro non è che cambia: sia che ci si suicidi con una siringa o buttandosi da un balcone, è sempre chi resta quello che deve fare i conti con la perdita. Il morto non avrà preoccupazioni a riguardo.

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