Marco Cappato, i vostri amici e militanti si suicidano perché non si sentono amati

Marco Cappato e l’eutanasia. Papa Francesco toglie la maschera alla “falsa compassione” di chi sostiene l’eutanasia, spiegando che se i sofferenti trovano amore nelle persone accanto sparisce il desiderio di morte. I Radicali accompagnano i loro militanti/amici a morire perché, in fondo, non li amano.

 

Lucio Magri, Mario Monicelli, Dj Fabo, Davide Trentini, Pietro D’Amico, Piera Franchini, Dominique Velati ecc. Sono tanti gli italiani che si sono recati in Svizzera per suicidarsi, accompagnati dagli avvoltoi dell’Associazione Luca Coscioni, e molti di loro sono stati militanti radicali o iscritti al partito.

Ieri Papa Francesco ha però coraggiosamente tolto la maschera da questo “accompagnamento”, fatto passare come amorevole e amichevole, quando invece è di fatto un atto di abbandono della persona sofferente e la strumentalizzazione della sua morte con il fine di una legge sull’eutanasia.

«Stiamo vivendo quasi universalmente una forte tendenza a legalizzare l’eutanasia», ha denunciato il Papa. «Sappiamo che quando viene effettuato un accompagnamento umano calmo e partecipativo, il paziente cronico o il malato terminale percepisce questa sollecitazione. In queste circostanze terribili, se la persona si sente amata, rispettata, accettata, l’ombra negativa dell’eutanasia scompare o diventa quasi inesistente, perché il valore del suo essere si misura dalla sua capacità di dare e ricevere amore, non dalla sua produttività».

Quella di Francesco è la stessa posizione espressa sul British Medical Journal, la principale rivista medica del Regno Unito: «adeguate cure mediche, consulenza e una presenza amorevole accanto al malato spesso rimuovono la richiesta di eutanasia». Angelo Mainini, direttore sanitario della Fondazione Maddalena Grassi, ha testimoniato lo stesso parlando della sua esperienza personale: «All’inizio molti pensano di voler morire, ma con il tempo il giudizio nel 99% dei casi muta, strada facendo cambiano le priorità e, con il giusto accompagnamento, riescono ad apprezzare ciò che quella loro nuova vita può offrire. Se attorno hanno persone che amano e scadenze attese con gioia, come la nascita di un nipotino o la laurea di un figlio, anche solo riuscire a fare quel sorriso o muovere la testa li appaga pienamente».

Il problema, dunque, è la solitudine umana ed esistenziale di queste persone e la responsabilità è di chi sta loro vicino. Dei parenti ma sopratutto della ditta Cappato&Welby, pronti ad approfittarsi della morte altrui per perorare una battaglia politica. Assecondare le richieste di morte al posto di presenziare tramite la propria amorevole vicinanza e manifestare l’importanza e il valore che quella persona ha, pur malata, è un tradimento dell’amicizia, una «falsa compassione», sempre secondo le parole di Francesco. Così, ha aggiunto Lucien Israel, l’agnostico luminare francese dell’oncologia, quotidianamente a contatto con malati terminali: se il medico e le persone vicino al paziente, alla persona depressa o distrutta dalla vita, fanno «ciò che è necessario per dare sollievo ai dolori fisici e alle difficoltà psicologiche, attraverso le cure e la gentilezza, tutto ciò gli fa percepire che c’è qualcuno intorno a lui che si occupa di lui» e svanisce il desiderio di morte.

E forse non c’è meglio per capirlo che lasciar parlare il compianto Salvatore Crisafulli, paralizzato a letto dal 2003 a causa di un incidente automobilistico, che attraverso il movimento delle palpebre ha scritto: «Ma cos’è l’eutanasia, questa morte brutta, terribile, cattiva e innaturale mascherata di bontà e imbellettata col cerone di una falsa bellezza? Dove sarebbe finita l’umana solidarietà se coloro che mi stavano attorno durante la mia sofferenza avessero tenuto d’occhio solo la spina da sfilare del respiratore meccanico, pronti a cedermi come trofeo di morte, col pretesto che alla mia vita non restava più dignità? Credetemi, la vita è degna di essere vissuta sempre, anche da paralizzato, anche da intubato, anche da febbricitante e piagato. Sì, la vita, quel dono originale, irripetibile e divino che non basta la legge o un camice bianco a togliercela, addirittura, chissà come, a fin di bene, con empietà travestita da finta dolcezza».

La redazione

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