Qual è il senso e lo scopo della preghiera?

a cosa serve pregare onnicienza dioA cosa serve pregare? Che senso ha la preghiera? Perché sembra che a volte Dio non risponda? Perché pregare se Dio conosce già ciò di cui abbiamo bisogno? Rispondiamo a queste domande in modo semplice.

 

E’ importante per un cattolico saper rispondere al senso della preghiera, innanzitutto perché lui stesso può avere dei dubbi e, in secondo luogo, per rendere ragione a chi gli pone domande per nulla fuori luogo. Perché domandare a Dio, se Lui conosce già ciò di cui abbiamo bisogno? Perché a volte (o sempre) sembra che Dio non risponda alle nostre preghiere? Rispondiamo in modo semplice e schematico, così che tutti possano capire, vicini e lontani dalla preghiera.

 

Perché a volte Dio sembra non rispondere alle nostre preghiere?

La risposta si divide in due, innanzitutto occorre comprendere che la risposta di Dio può avvenire ma non secondo le nostre aspettative. In secondo luogo, Dio non è una bacchetta magica che esaudisce i nostri desideri e la preghiera è un dialogo, non una pretesa.

a) E’ probabile che Dio risponda, ma non secondo le nostre aspettative limitate. E’ Lui stesso che ce lo ricorda tramite il profeta Isaia: «I miei pensieri non sono i vostri pensieri, né le vostre vie sono le mie vie […]. Come i cieli sono alti al di sopra della terra, così sono le mie vie più alte delle vostre vie, e i miei pensieri più alti dei vostri pensieri» (Is, 55, 1-11). Quel che pensiamo essere “bene” per noi spesso non coincide con quel che è davvero “bene” per noi agli occhi di Dio.

b) Dio sembra non rispondere? E’ possibile anche che il nostro modo di pregare sia sbagliato, cioè arrogante, poco cosciente, forse credendo che la preghiera sia una bacchetta magica che esaudisca i nostri desideri. Niente di tutto questo, non si può chiedere veramente a Dio qualcosa se non si entra in un dialogo personale con Lui. Lo stesso Gesù ci insegna nei Vangeli come pregare: «Quando pregate, dite: ‘Padre, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno. Dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano; perdona a noi i nostri peccati, perché anche noi perdoniamo ad ogni nostro debitore, e non farci entrare nella tentazione» (Lc 11:2-4).

Come vediamo, Cristo invita l’uomo che prega a riconoscere innanzitutto la santità di Dio, a porci nei suoi confronti come Padre e ci invita a concentrarsi più sui nostri bisogni che sui nostri desideri, chiedendo non più di quanto si necessità (il pane quotidiano). Fondamentale poi domandare di essere perdonati per poter perdonare gli altri, dunque un atto di umiltà sulla nostra condizione limitata di peccatori, per evitare ogni arroganza e egoismo nella richiesta.

 

Pregare significa modificare la volontà di Dio? A cosa serve se Lui è onnisciente?

2) Se dunque è importante capire che la risposta di Dio può essere diversa dalle nostre attese e che ci è stato insegnato da Gesù Cristo un modo adeguato di rivolgersi a Lui, fondamentale è comprendere davvero cosa sia la preghiera e la sua vera utilità. Comprendendolo si riesce allora a rispondere anche ad una seconda domanda fondamentale: perché domandare a Dio, se Lui conosce ciò di cui abbiamo bisogno.

Questa perplessità viene solitamente usata da polemisti e provocatori, come Corrado Augias: «Pregare perché dio faccia o non faccia una certa cosa», spiega il giornalista di “Repubblica”, «implica che la sua volontà possa essere influenzata». Dunque, la conclusione ovvia per lui: Dio non è onnipotente, non conosce il nostro bene e quindi non esiste. Eppure, cristiani e anticristiani, dovrebbero davvero capire cosa serva pregare e che essa non modifica affatto la volontà di Dio. Come dice Tommaso d’Aquino, «noi preghiamo non allo scopo di mutare le disposizioni divine: ma per impetrare quanto Dio ha disposto di compiere mediante la preghiera dei santi; e cioè, come dice S. Gregorio, affinché gli uomini, “pregando meritino di ricevere quanto Dio onnipotente aveva loro disposto di donare fin dall’eternità”» (Summa Theologiae, II-II, q. 83, a. 2). È (anche) per questo motivo che Dio, pur conoscendo perfettamente tutti i desideri umani, nondimeno richiede dall’uomo una consapevolezza tale che si attualizzi tramite una richiesta. La preghiera come espressione ed esercizio di libertà, di cosciente affidamento.

Ma la preghiera ha un secondo scopo, forse ancora più importante di quello della richiesta. Ovvero, domandare di essere aiutati a capire che non siamo padroni della nostra vita ed avere la forza di affidarci a Lui: «Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà» (Lc 22, 42). Così Gesù si è rivolto al Padre prima di finire in croce e questo è l’apice del pregare.

La preghiera (di adorazione, di lode, di ringraziamento e di richiesta) non serve per far comprendere a Dio le nostre necessità, ma per disporre noi ad accogliere il Suo aiuto. Sant’Agostino ricorda che «la creatura ragionevole offre preghiere a Dio… per costruire se stessi, non per istruire Dio» (De gratia Novi Testamenti ad Honoratum liber unus, 29). La preghiera, ha spiegato infatti don Massimo Camisasca, aiuta ad entrare «in una nuova visione di se stessi. Non si è più soli, non si è più abbandonati alle forze del mondo. Sappiamo che la vita è una battaglia, ma anche che la guerra è già stata vinta da Colui che ha sofferto per noi e che ora è risorto e vive. La preghiera cambia la nostra prospettiva di vita e ci fa vivere l’esperienza della vittoria sulle nostre angosce, sui rimorsi del passato, sulle lacerazioni, sulla morte. Se entriamo nella volontà del Padre, concretamente, se chiediamo a Lui di insegnarci che cosa vuole, egli risponde». «Ci dà la forza di aspettare, ci sorregge nelle prove che altrimenti sembrerebbero schiacciarci, ci dona uno sguardo capace di esultare e un animo che sa valorizzare tutto il bene che trova», ha concluso don Camisasca. Paradossalmente questa potenza della preghiera è riconosciuta anche dal mondo scientifico: TM Luhrmann, docente di antropologia all’Università di Stanford (e agnostico o non credente) ha spiegato che «probabilmente il modo più accurato per capire la preghiera è come una capacità di cambiare il modo in cui usiamo le nostre menti».

Papa Francesco ha risposto a sua volta in questa direzione spiegando che la preghiera non è tanto un domandare ma piuttosto un lasciarsi guardare dal Signore: «la preghiera è guardare il volto di Dio, ma soprattutto sentirsi guardati. Noi pensiamo che dobbiamo pregare, parlare, parlare, parlare… No! Làsciati guardare dal Signore. Quando Lui ci guarda, ci dà forza e ci aiuta a testimoniarlo».

 

Concludendo: quando preghiamo, dunque, dobbiamo sapere che 1) Dio può rispondere secondo i Suoi pensieri e non secondo i nostri, 2) che si può domandare soltanto entrando in dialogo con Lui e non fingendo che sia un oracolo alla mercé dei nostri desideri. Infine, ancora più importante, 3) bisogna concepire la preghiera come momento di relazione con Dio, lasciarsi guardare da Lui trovando il coraggio per affidarsi alla Sua volontà. Un esercizio per piegare le nostre effimere idee su noi stessi al destino che Lui ha preparato per noi, accettando liberamente il compito (la vocazione) che ci è stato affidato. Proprio come Gesù ha accettato il suo destino, rivolgendosi così a Dio: «Non sia fatta la mia, ma la tua volontà».

La redazione

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