La fede e il benessere psicofisico: distinzioni da effetto placebo

«Con questo articolo diamo avvio alla collaborazione con Maria Beatrice Toro, psicologa, psicoterapeuta e docente presso l’Università La Sapienza di Roma. Dal 2008 è Direttore Didattico della Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Cognitivo Interpersonale SCINT di Roma e coordinatore scientifico presso l’Istituto di Terapia Cognitivo Interpersonale (ITCI)».

di Maria Beatrice Toro
*psicologa, psicoterapeuta e docente presso l’Università “La Sapienza” di Roma

 

Gli studi che individuano maggiori livelli di benessere e di salute nei credenti colgono diversi aspetti di un fenomeno affascinante e complesso, che tocca stili di vita, modi di pensare, assetti affettivi ed emotivi, pratiche quali la preghiera e la meditazione, la frequentazione regolare di funzioni e celebrazioni religiose, l’abitudine a effettuare esercizi spirituali. Se è vero, infatti, che le persone religiose potrebbero godere di maggiore salute – come riporta la letteratura scientifica sull’argomento – poiché tendono ad assumere stili di vita più sani (in conseguenza all’accettazione di prescrizioni e regole di vita che scoraggiano una serie di pratiche dannose), sembra, tuttavia, importante sottolineare come non tutto si possa spiegare in base a questo tipo di  premessa.

 

La letteratura scientifica indica maggior benessere nei credenti.

Non sono in molti a dubitare seriamente che uno stile di vita salutare contribuisca a migliorare il benessere ed è altamente probabile che condividere il medesimo stile moderato con la collettività dei credenti rafforzi la propria determinazione e la fermezza nel mantenere i propositi. Fin qui niente di illuminante, se non la constatazione che chi crede ha maggiore motivazione nel seguire delle buone pratiche ed è incline ad autodisciplinarsi in modo più efficace rispetto a chi non crede. Un altro dato che può in parte spiegare il benessere delle persone religiose riguarda la minore vulnerabilità alla depressione; questa si lega, probabilmente, al contrasto del sentimento di disperazione e a una buona capacità di riconoscere i momenti in cui si ha bisogno di aiuto, che distingue i religiosi dagli scettici. I credenti hanno un maggiore sentimento di fiducia nel poter ricevere aiuto. La cosiddetta “inaiutabilità”, una percezione che è caratteristica di chi tende a sviluppare disturbi depressivi, viene mitigata, nei credenti, dal messaggio che si può fidarsi e che quando si è in difficoltà si può chiedere, con la preghiera, ma anche con il ricorso agli altri.

Ciò che mi appare interessante è tentare di sondare il senso di tali specificità di pensiero e comportamento, introducendo elementi propriamente psico-biologici e correlandoli al maggior benessere psicofisico. Torno, allora, come primo esempio, alla capacità di autodisciplina, provando a delineare il motivo grazie a cui i credenti risultano in grado di controllarsi di più, come riporta una gran mole di letteratura scientifica sull’argomento. Una delle ragioni può risiedere nel fatto di mettere grande impegno ed energia nel perseguire obiettivi, allorché questi obiettivi vengano percepiti come fondamentali, o, ancor più, come sacri. Non si tratterebbe, però, di una specificità esclusiva delle persone religiose, ma riguarderebbe, piuttosto, tutte quelle persone che possiamo definire “molto determinate”.  Il discorso si approfondisce se si vanno ad osservare gli effetti dei sentimenti e delle attività tipiche dei credenti, cercando di individuare quale sia il loro impatto sulla mente umana e sulla qualità della vita. Un passo importante è, allora, sottolineare il senso di speranza e fiducia che caratterizza chi dà una prospettiva positiva e un senso alle cose. È una sorta di “nutrimento spirituale”, che, nella maggior parte dei casi, può migliorare l’affettività, innalzare l’autostima e promuovere atteggiamenti costruttivi.

Ci si può soffermare, poi, sul contributo apportato da pratiche fondamentali collegate alla fede, quali la preghiera, solitaria o collettiva, la meditazione, la partecipazione alle celebrazioni, per andare a vedere nel dettaglio come possano incidere su stati psicofisici e qualità mentali, quali la volizione e l’autocontrollo. Tutti questi atteggiamenti e comportamenti si ripercuotono, infatti, nel funzionamento cerebrale in modo peculiare, favorendo lo sviluppo di alcune caratteristiche. Gli effetti maggiori riguardano l’attivazione di aree importanti, nei lobi parietali e temporali, nella corteccia anteriore del giro del cingolo e nella corteccia prefrontale mediale. Tali aree hanno a che fare con le cosiddette “capacità meta cognitive”:  riflessione, empatia, capacità di auto-regolazione. La fede e la preghiera comportano, in particolare, modalità di attivazione cerebrali molto diverse dalle attivazioni che si osservano nei fenomeni di suggestione, che passano per altre vie neurali e altri sistemi psicofisiologici. Gli effetti, che oggi si sa essere benefici, della preghiera e della meditazione vanno distinti da quelli del rilassamento, delle pratiche suggestive e ipnotiche, dell’effetto placebo.

 

La fede e l’effetto placebo, la grande differenza.

Nell’effetto placebo, infatti, i meccanismi neurofisiologici che sono attivi nei soggetti altamente suggestionabili non risultano sovrapponibili a fenomeni osservati nei credenti. I meccanismi della suggestione coinvolgono, anche qui, aree specifiche del cervello, che hanno a che fare con i cosiddetti “sistemi del reward”, quei circuiti neurali che si attivano in base a quanto un’attività sia gratificante. In particolare, una serie di studi ha approfondito il meccanismo psicofisico indotto nel paziente in seguito alla somministrazione di sostanze che non hanno nessuna reale proprietà farmacologica, ma che in molti casi dimostrati riesce ad alleviare un dolore o addirittura a migliorare lo stato fisico. Secondo la definizione di Shapiro: «Placebo è ogni procedura deliberatamente attuata per ottenere un effetto o che, anche senza che se ne abbia nozione, svolge un’azione sul paziente o sul sintomo o sulla malattia, ma che oggettivamente è priva di ogni attività specifica nei confronti della condizione oggetto di trattamento. Tale procedura può essere attuata con o senza consapevolezza che si tratti di un placebo». Si tratta di un fenomeno che ha molto a che fare con la suggestione, ma ha caratteristiche peculiari che lo distinguono dagli altri tipi di suggestione, quali l’ipnosi e l’autoipnosi. Una ricerca condotta dai di neurologi del Department of Psychiatry and Molecular and Behavioral Neuroscience Institute dell’Università del Michigan, coordinati da Jon Kar Zubieta, ha individuato, in particolare, un settore del sistema limbico, il Nucleus Accumbens che viene potentemente coinvolto quando si attiva l’effetto placebo. Questo nucleo e il sistema endorfinico della dopamina intervengono, infatti, quando ci si aspetta di ricevere un aiuto e influenzano la risposta alle cure mediche. La pratica religiosa attiva meccanismi cerebrali differenti e sovrapporre l’effetto placebo ai fenomeni legati alla fede, al di là della propria personale posizione sull’argomento, sarebbe, comunque, un errore scientifico abbastanza grossolano.

Fatta, dunque, questa importante distinzione, vorrei concludere questa breve riflessione con un approfondimento, suggerito dagli studi di Andrew Newborg e Eugene d’Aquili, pionieri nella ricerca dei meccanismi neurobiologici della fede. I due studiosi affermano, riportando l’ampia letteratura in materia, che i comportamenti religiosi contribuiscono alla buona salute per la loro capacità di riduzione dello stress. Una preghiera silenziosa, o una meditazione, o la partecipazione a una celebrazione attivano la funzione parasimpatica, rafforzando la risposta immunitaria agli agenti patogeni, riducendo frequenza cardiaca e pressione sanguigna, nonchè la concentrazione ematica di ormoni quali il cortisolo.

C’è, però, anche un tipo di attivazione ulteriore, che può essere innescato dalla preghiera intensa e continuativa. Questa pratica favorisce il raggiungimento della percezione che le cose abbiano un senso unitario. E’ il cuore spirituale dell’esperienza religiosa, il momento in cui si nella mente si apre lo spiraglio della trascendenza, reso possibile dalla struttura stessa del nostro cervello. Le specificità umane rendono infatti possibile questo tipo di intuizione e di dialogo, in cui si trascende se stessi; i suoi complessi effetti non si spiegano agevolmente ricorrendo a sovrapposizioni con altre attività e stati mentali.  Se vogliamo indagare la natura di questa capacità di auto trascendenza dell’essere umano ed i suoi effetti, spesso benefici, è importante partire dall’ipotesi che si tratti di qualcosa di diverso, di un fenomeno originale, una peculiarità di funzionamento assunta dalla coscienza umana quando entra in gioco l’esperienza di Dio.

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