Da fisico, un inno alla Bellezza

bellezza 
di Giorgio Masiero*
*fisico

 

Ho dedicato alcuni articoli ad argomentare l’esistenza di Dio dagli indizi che ci fornisce la scienza moderna: dall’impossibilità d’un infinito tempo passato, mostrata per via logico-matematica dal veto di Hilbert e per via cosmologica dal teorema di Borde, Guth e Vilenkin (BGV), alla non chiusura dell’Universo rivelata dal fine tuning antropico delle costanti fisiche.

In particolare, il teorema BGV, le cui assunzioni sono valide per il nostro Universo e per tutti i modelli inflazionari di multiverso (ammesso che una tal creatura esista), aggiorna una conseguenza del secondo Principio della termodinamica, cui già era pervenuto nel XIX secolo Ludwig Boltzmann: se l’Universo è eterno nel passato, com’è che non si trova già in uno stato di morte termica ed invece contiene ancora energia utile alle sue trasformazioni attuali?

Naturalmente non intendo con ciò asserire che la scienza dimostra l’esistenza di Dio: nella mia concezione epistemologica, la scienza sperimentale non è in grado di dimostrare con sicurezza nulla che riguardi anche il solo mondo naturale; immaginarsi il soprannaturale! Intendo solo che l’esistenza di Dio non è in contrasto con la scienza e che, semmai, è l’ateismo scientista in autocontraddizione: come si può infatti credere nel secondo Principio della termodinamica (la “legge più importante di tutta la scienza”, Albert Einstein) e allo stesso tempo che “l’Universo è lì da sempre e questo è tutto” (Bertrand Russell)?

Non solo il “vero” però, dimostra la ragionevolezza di credere in Dio: tutti i trascendentali medievali dell’essere possono costituire una strada per arrivare all’Assoluto. Così, si potrebbe argomentare l’esistenza di Dio con la legge morale inscritta nella coscienza di ogni uomo. C’è poi chi trova Dio attraverso il cammino congiunto del dolore e della bontà: in che altro modo potremmo imparare ad essere umani, se non per merito delle sofferenze del prossimo? Ci sono anche alcuni privilegiati, mistici e veggenti, che già in questo mondo arrivano a contemplare il divino. A me, più modestamente, può capitare di ammirarNe l’ombra nella bellezza, specificatamente nell’arte, quando forti ed inattese emozioni si susseguono repentine e l’anima si abbandona prigioniera all’estasi donata dalla sindrome di Stendhal.

Quel giorno avevo passato il tempo a visitare un’incredibile mostra dedicata a Pietro Bembo, un cosmopolita rinascimentale della mia terra che ebbe la sorte di vivere d’arte e di poesia. Per tutta la vita, la sua passione fu la bellezza assoluta e senza tempo, cercata meticolosamente nelle vestigia dell’antichità classica per farla rinascere alla sua epoca nelle città, nelle case e negli ambienti sociali che abitò. Egli inventò il collezionismo moderno, l’archeologia e la restaurazione conservativa e al suo canone estetico s’ispirò per la forgiatura della nuova lingua italiana, così come nei sonetti amorosi o nella musica. Quella mostra mi avvinse perché non era la solita successione di sale, con opere d’arte e preziosi cimeli appesi alle pareti o custoditi in teche, ma riproduceva gli spazi reali della vita quotidiana d’un mecenate: qui, ogni ambiente – dalla sala da pranzo alla camera da letto allo studio al teatro alla biblioteca, ecc. – era adornato dei capolavori e dei manufatti della sua ricchissima collezione. Quel giorno, lasciati i sensi pesanti dell’uomo moderno, vissi sospeso nel Rinascimento, tra Bellini e Giorgione, Tiziano e Raffaello. Stetti alla mensa egizia di bronzo dorato intarsiata di geroglifici e cartigli con Aldo Manuzio, sussurrai poesie d’amore a Lucrezia Borgia ed ascoltai la viola da gamba in compagnia di Elisabetta Gonzaga, e poi studiai antichi codici miniati sotto lo sguardo attento dell’imperatore Adriano e quello annoiato di Antinoo… Venne sera, e ancora intontito uscii da quell’empireo per andare a teatro, ad uno spettacolo che mia moglie aveva da tempo prenotato.

Qui caddi in un’altra, magica dimensione dell’arte. Se nessuna danza popolare raggiunge lo stesso livello di comunicazione tra i corpi (emozione, energia, respirazione, abbraccio, palpitazione), con Miguel Angel Zotto e Daiana Guspero il tango raggiunge la perfezione. Giustamente l’Onu l’ha dichiarato patrimonio dell’umanità: non c’è nulla come il tango argentino che metta insieme bellezza del corpo, passione dell’anima, danza, musica e anche arti figurative. Per due ore fui rapito dal prodigio di grazia degli enti vibranti, roteanti, palpitanti, risuonanti e luccicanti sulla scena. Come aveva ragione Gottfried von Leibniz – riflettevo, immerso nella contemplazione – a ritenere che la musica ci svela la struttura matematica contenuta nella bellezza e nella verità dell’essere! Fu in una lettera del 1712 a Christian Goldbach (quello della congettura matematica ancora irrisolta) che Leibniz diede la sua celebre definizione della musica come aritmetica inconscia: “musica est exercitium arithmeticae occultum nescientis se numerare animi”, la musica è un esercizio occulto di aritmetica, nel quale l’anima calcola senza rendersene conto.

Il legame tra musica e matematica non era visto da Leibniz in senso mistico, come nella visione ingenua di Pitagora, ma razionalmente secondo la concezione cristiana, donde non a caso nacque la notazione diasistematica su righe parallele da cui sarebbe esplosa la polifonia della musica occidentale moderna. La struttura numerica sottostante la musica, che nella mente del compositore è analizzata e costruita, nella mente dell’ascoltatore è intuita come molteplicità organizzata. Il bello musicale coincide con l’osservabilità del molteplice, un atto di sintesi che coglie la quintuplicità aritmetica dei suoni – nelle frequenze, nelle ampiezze, nelle durate, nei timbri (che consistono nella successione delle ampiezze delle armoniche) e nei ritmi –. Il piacere musicale sta nel sentire l’armonia, che è il principio unificatore della varietà. Un’armonia che è tanto maggiore perciò, quanto maggiore è la varietà delle componenti che essa organizza, dissonanze comprese destinate a risolversi nella consonanza finale.

Allo stesso modo, ogni contrasto interno all’armonia del mondo (prodotto dal male, o da ciò che ci appare tale) venne ricondotto dalla teodicea di Leibniz ad un’apparenza, originatasi da una percezione della realtà non abbastanza comprensiva di quel principio armonico che governa il mondo. La varietà è condizione fondamentale dell’armonia, tanto sul piano estetico (del bello) quanto su quello metafisico (dell’essere), e gli elementi apparentemente dissonanti contribuiscono al suo arricchimento, disvelato dalla matematica soggiacente la Natura (il vero). L’arte del compositore che combina le note è una mimesi dell’attività combinatoria che il Creatore esercita su una varietà a priori infinita di essenze, portandone alcune dal non essere all’essere nell’accordo reciproco. L’arte musicale umana e l’arte combinatoria divina esprimono ancora una volta la somiglianza del logos umano creato al Logos divino creatore.

I trascendentali appartengono all’essere in quanto essere, e quindi appartengono sia alle creature che al Creatore: sono tracce di Dio nelle cose, così che in ogni trascendentale contemplato in un ente – fosse un’ape, un raggio di luce, o un suono – noi possiamo vedere un’immagine di Dio. Una copia limitata e offuscata rispetto all’Originale, ma comunque pregna di senso. Ma come sarà ammirare la Bellezza che ha creato tutte le bellezze? “Tardi Ti ho amato, Bellezza così antica e tanto nuova, tardi Ti ho amato. Sì, perché Tu eri dentro di me ed io fuori: lì Ti cercavo. Deforme, mi gettavo sulle belle sembianze delle Tue creature. Eri con me, ma io non ero con Te. Mi tenevano lontano da Te le Tue creature, inesistenti se non esistessero in Te. Mi chiamasti, e il Tuo grido sfondò la mia sordità; balenasti, e il Tuo splendore dissipò la mia cecità; diffondesti la Tua fragranza, respirai ed ora anelo verso di Te; Ti gustai ed ora ho fame e sete di Te; mi toccasti, e arsi dal desiderio della Tua pace” (Sant’Agostino, Le Confessioni).

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29 commenti a Da fisico, un inno alla Bellezza

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  1. geminitolk ha detto

    Prof Masiero le vorrei porre un semplice quesito: Einstein, scienziato realista, credeva vi fosse una Logica che guidasse lo sviluppo dell’universo, alla Scienza quindi il compito di scoprirla; il punto è: fallita la ricerca di una teoria unitaria dei campi da parte “sua” (di Einstein) e rivelatasi una moltitudine di logica diversa dall’atomo alle stelle è ancora possibile dimostrare che questa “logica” non sia solo negli occhi dell’uomo ma vera e oggettiva? La quantistica moderna pone dei limiti in tal senso?

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    • Giorgio Masiero ha detto in risposta a geminitolk

      La ricerca in fisica per una teoria unitaria dei campi non è finita. Anche se si troverà, comunque essa non risponderà alla Sua domanda, che è di tipo filosofico e pertiene alla Weltanschauung di ognuno. Tantomeno avrebbe qualcosa da dirvi la MQ.
      E’ importante rendersi conto sempre che il mondo, lì fuori, è infinitamente più ricco di ciò che la fisica e le scienze naturali in generale, proprio per i limiti che si è dato il metodo galileiano, possono descrivere. Anche senza tirare in ballo le essenze non quantificabili, o la coscienza, o l’intenzionalità, già sulla “materia” la fisica balbetta, perché i “sistemi”, i “campi”, ecc. di cui essa parla non sono altro che la riduzione matematizzabile della realtà afferrabile dal suo metodo. Per definizione di metodo scientifico.

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  2. Alberto ha detto

    Ottimo articolo. La contemplazione della bellezza è uno dei modi per arrivare a Dio.
    Personalmente ho imparato a vedere Dio nella musica quando tanti anni fa mi sono avvicinato a J. S. Bach. Ogni sua composizione è un’incessante preghiera e la bellezza della sua musica è lo specchio della bellezza di Dio. E’ perfezione. E un altro modo di contemplare la bellezza è in alta montagna, almeno per me. In montagna tacciono i rumori del mondo e le barriere del nostro egoismo. Nel silenzio dei monti e nel rumore del vento è possibile ascoltare la Sua voce, percepire la sua presenza come in nessun altro luogo al mondo.

    “La bellezza è la via più attraente ed affascinante per giungere ad incontrare ed amare Dio” (Papa Ratzinger).
    “La bellezza salverà il mondo”. (Dostoevskij)

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  3. borg ha detto

    quindi l’infernale inquinamento acustico che soffriamo nelle grandi citta’, potrebbe dimostrare l’esistenza del diavolo! perdonate la provocazione ma queste congetture che rimandano a Dio onestamente proprio non le capisco. se il (nostro) mondo non fosse cosi’ bello, noi non saremmo qui ad ammirarlo. pur condividendo pienamente l’amore per la bellezza, nell’arte nella musica e nella natura in generale.

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    • Meister Eckhart ha detto in risposta a borg

      Senza volerlo, è andato vicino a dire il vero (riguardo al frastuono e al diavolo).

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    • Giorgio Masiero ha detto in risposta a borg

      Sarebbe bello, borg, poter “dimostrare” tutto! Ma Aristotele ci ha insegnato che la dimostrazione (“dianoia”) è un procedimento logico con cui da certe premesse si ricavano certe conclusioni, dove però la verità delle conclusioni dipende dalla verità delle premesse. Quindi tutto dipende dalle premesse!
      Come si distinguono le premesse vere da quelle false? Con il “nous”, c’insegna ancora Aristotele, che potremmo tradurre in italiano con “intuizione”. La dimostrazione è quindi importante nel ragionamento logico, filosofico e scientifico; ma “ancora più importante” (Aristotele) è l’intuizione.
      L’intuizione uno ce l’ha o non ce l’ha. E’ un dono gratuito. Una grazia.
      Un mio vecchio amico comunista soleva dire, con una certa sottile ironia: “Io a differenza di te non ho la grazia della fede”. Come ha mostrato Meister Eckhart, anche la Sua ironia sul frastuono e il diavolo, rivela solo che ciò che ci divide è un’intuizione, che in questo caso i cristiani chiamano peccato originale. Più in generale è la scelta tra senso e non senso, tra Dio e il nulla.

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      • minstrel ha detto in risposta a Giorgio Masiero

        Commento che vuole unire il prologo a questo inno (sulle Prove dell’esistenza di Dio) e il commento sulle premesse vere o false di Giorgio.

        Come insegna il filosofo della religione americano W. L. Rowe, non sono tanto gli argomenti a favore o contro l’esistenza di Dio a fare la differenza, ma i presupposti da cui si parte per costruirli. Ad esempio lo stesso Rowe ha dimostrato che l’argomento cosmologico è ineccepibile, MA solo se si accettano il suo presupposto e cioè la verità del Principio (scoperto – guardate un pò tout ce tiens – da Leibniz) di Ragion sufficente.
        Un amico mi consigliava di leggere il libro che a questo principio ha dedicato Alexander Pruss.
        Gli ho dato un’occhiata… ehm… spero di avere neuroni a sufficenza!

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      • Licurgo ha detto in risposta a Giorgio Masiero

        Prof. Masiero, se non ricordo male l’intuizione riguarda gli assiomi della logica, che sono indimostrabili ma intuitivi (principio di non contraddizione, principio per cui la parte non può essere maggiore dell’intero che la contiene) e che costituiscono i tasselli primi di una dimostrazione. Non credo, se non ricordo male, che con l’inutizione intenda i concetti anzichè gli assiomi delle procedure logico-formali, ma dovrei ripassare!

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        • Giorgio Masiero ha detto in risposta a Licurgo

          Caro Licurgo, su Aristotele è Lei che può insegnare a me, non io a Lei. Certamente però, anche nel sillogismo aristotelico, la verità delle conclusioni dipende dalla verità delle premesse. E negli Analitici secondi, II. 19, Aristotele scrive: “Tra i possessi che riguardano il pensiero e con i quali cogliamo la verità, alcuni risultano sempre veraci, altri invece possono accogliere l’errore; tra questi ultimi sono l’opinione e il discorso, mentre sempre veraci sono la dimostrazione logica [διάνοια] e l’intuizione [νοῦς], e non sussiste alcun genere di conoscenza superiore alla dimostrazione se non l’intuizione. […] L’intuizione dovrà essere il principio della dimostrazione, e quindi di ogni scienza”. E nel Dell’anima specifica: “Il νοῦς è l’organo delegato alla “visione della verità”.
          Mi sembrerebbe povero restringere le funzioni del νοῦς aristotelico ai principi logici, che riguardano il processo del sillogismo. Ma a Lei, Licurgo, lascio l’ultima parola su ciò che garantisce la verità delle premesse.

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          • Licurgo ha detto in risposta a Giorgio Masiero

            Caro professore, la verità delle premesse è, a quel che ricordo, proprio il fatto che siano riconducibili ad evidenze, ovvero a quelle intuizioni indimostrabili che fondano i capisaldi della logica.
            Tuttavia, e qui ha ragione Lei, anche il cogliere il concetto, l’universale, l’essenza (fondamento delle premesse visto che in una delle due c’è l’universale) fa parte dell’intuizione intellettuale e non della dimostrazione.
            Per cui, sì, dice bene che ricondurre all’intuizione i soli assiomi è riduttivo: anche afferrare l’universale dietro il particolare, il concetto dietro l’ente bruto, è intuitivo.

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    • Alberto ha detto in risposta a borg

      “…se il (nostro) mondo non fosse cosi’ bello, noi non saremmo qui ad ammirarlo”
      Appunto, lo ammiriamo perchè è bello. Provi a chiedersi da dove viene la bellezza. Dal caso, anche quella? Basta un filo d’erba per pensare al prodigio della fotosintesi clorofilliana.. Ma quanti prodigi come questo ci sono in natura, saranno tutti casuali? Allora vuol dire che questo che questo “caso” è eccezionale, non ne ha sbagliata neanche una. Non sarà che il Caso è intelligente?

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      • borg ha detto in risposta a Alberto

        io vedo tanti pianeti freddi e aridi. sono figli di un dio minore?

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        • Alberto ha detto in risposta a borg

          No, forse è lei che è figlio inconsapevole del nichilismo contemporaneo. Per lei l’universo è soltanto un insieme di pianeti freddi e aridi? Davvero non esiste la bellezza nell’universo? Non intendo offendere ma a me sembra che ad esser freddo e arido sia soltanto il suo pensiero.

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          • borg ha detto in risposta a Alberto

            voglio dire che se la terra , con tutta la sua bellezza fosse stata un po’ piu’ in qua o un po’ piu ‘ in la’, nessuno avrebbe fatto queste considerazioni. non ci sarebbero stati ne atei ne credenti.

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            • Michele S. ha detto in risposta a borg

              Mi hanno insegnato che con i “ma” e con i “se” non si va mai da nessuna parte…prendi il dato che la Terra c’è.
              Se tu non fossi nato non avresti preso posizione sulla vita, ma questo cosa significa? Ci sei e devi affrontare il presente, non nasconderti dietro al “se”.
              Sbaglio?

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  4. Giuseppe ha detto

    Professore, cosa pensa della concezione di Dio si Spinoza?

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    • minstrel ha detto in risposta a Giuseppe

      Mi permetto: Spinoza pratica una metafisica rigorosissima, per certi versi paragonabile al tomismo più rigoroso, basandosi su un modo panteista di intendere il concetto di sostanza. Se infatti per sostanza si intende “ciò che esiste in sé e si può concepire per sé, cioè non ha bisogno di altro per esistere” è ovvio che i procedimenti razionali del tomismo di scontrano con un’idea UNICA di sostanza che annulla tutte le altre sostanze, le quali divengono modi di quest’unica sostanza.
      Questo ci porta a concludere che se è vera la premessa, la metafisica di Spinoza non fa una grinza, ma siamo sicuri che la sostanza sia quello che intende Spinoza? Crolla la definizione perché non accetti il principio prima e crolla pure la sostanza.
      E poi: Se la felicità che deriva da questo impianto è riconoscere l’unica sostanza divina e quindi lasciare che la propria vita sia, senza ostacoli, la stessa vita dell’unica sostanza come posso pensare che questo “lasciare” e questo “riconoscere” sia uguale per tutti? I diversi modi NON sono uguali! Io respiro bene e ho bisogno dell’aria. Tu hai un problema congenito dei polmoni ma abbisogni UGUALE dell’aria! Io però è come se fossi PREDESTINATO a godere del mio bisogno di aria, tu invece a soffrirne.
      Nell’analogia: tu costretto all’infelicità, io costretto alla felicità.
      E la libertà? E’ dunque illusione?

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      • Licurgo ha detto in risposta a minstrel

        Spinoza quando parla della sostanza dovrebbe distinguere Dio, che esiste ‘da sè in sè e per sè’ e le sostanze create che esistono ‘in sè e per sè’, ma non da sè.
        Il fatto che abbiano un enorme quid in meno rispetto alla sostanza divina non autorizza a non chiamarle sostanze, visto che se muta questa muta l’ente (le mutazioni sostanziali di Aristotele).

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    • Giorgio Masiero ha detto in risposta a Giuseppe

      Caro Giuseppe, sono convinto che ogni trascendentale è una via umana per avvicinarsi all’Assoluto. Né potrebbe essere altrimenti, se per definizione i trascendentali appartengono all’essere in quanto essere e quindi costituiscono, direbbe un matematico, l’intersezione tra gli esseri contingenti e l’Essere assoluto.
      Sono altrettanto convinto però, che tra i trascendentali il “vero” sia quello che meno ci dice di Dio (eccetto della Sua necessità, che non è poco!). Con la ragione ci fermiamo al “dio dei filosofi”, dove immanenza e trascendenza diventano due polarità inseparabili ed antropomorfismi estremi (le oscillazioni di Einstein sono rivelatrici!), perché privi di contenuto da noi attingibile, in particolare afasici riguardo alla giustizia, al bene e alla gioia. La via maestra è per me quella della responsabilità morale ad amare il prossimo, come per Kant (“Né la più sottile filosofia, né l’umana ragione possono mettere a repentaglio la libertà con sofismi. La ragione deve assumere che non esiste alcuna reale contraddizione tra la libertà e la necessità naturale nelle azioni umane, perché la ragione nulla può fare senza il concetto di natura, né senza quello di libertà”), per Wittgenstein (“Che cosa so io di Dio e del fine della vita? Io so che questo mondo è. Che io sto nel mondo, come il mio occhio nel suo campo visivo. Che nel mondo è problematico qualcosa, che chiamiamo il suo senso. Che questo senso non risiede nel mondo. Che la vita è il mondo. Che la mia volontà compenetra il mondo. Che la mia volontà è buona o cattiva. Che, dunque, bene e male ineriscono in qualche modo al senso del mondo. Il senso della vita, cioè il senso del mondo, possiamo chiamarlo Dio”) o per Simone Weil (“Sono completamente certa che c’è un Dio, nel senso che sono completamente sicura che il mio amore ha un senso. Sono completamente certa che non c’è un Dio, nel senso che sono completamente sicura che nulla assomiglia a quel che posso concepire quando pronuncio quel nome”).
      Conto di ritornare su questi argomenti. Grazie.

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  5. Enzo Pennetta ha detto

    Carissimo Giorgio,
    come potrai facilmente immaginare sento molto vicini e veri gli argomenti di cui ha parlato, sono cose così reali che quando si è finito di leggere si ha la sensazione dell’ovvio, viene da dire, certo che è così, l’ho sempre saputo.
    E sono anche argomenti molto vicini alla scienza così come la pensava Galilei.
    Hai parlato di un aspetto essenziale dell’esperienza umana e della conoscenza, eppure a questo punto non posso fare a meno di sorridere pensando che di tutto quello di cui hai parlato il riduzionismo delle attuali neuroscienze giungerebbe a dire che “sono solo circuiti neuronali”.
    La mente non esiste… dicono.

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    • Giorgio Masiero ha detto in risposta a Enzo Pennetta

      A questi riduzionisti, Enzo, tecnici di correnti elettriche cerebrali e di risonanze magnetiche, ma ignoranti del veto galileiano “a non tentar le essenze” su cui si fonda la scienza sperimentale moderna, ebbe a dire un giorno il grande Eddington: “Supponete che il nostro cervello produca zucchero quando diciamo che 7 x 8 fa 56, mentre produca gesso quando – sbagliando – diciamo che fa 65. Non possiamo però dire che lo zucchero è più ‘vero’ del gesso, no?”.
      Che poi è sempre, in definitiva l’orrendo dubbio venuto a Darwin… I riduzionisti diranno: i trascendentali sono fumisterie medievali, in particolare la verità non esiste e la libertà è un’illusione! Ma un’illusione di CHI? Ecco che il fantasma della soggettività che il cervello riduzionista crede di cacciare da una sua finestra rientra dalla porta principale del suo Io.

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      • Enzo Pennetta ha detto in risposta a Giorgio Masiero

        Qualcuno dice che il cervello secerne il pensiero e la coscienza così come il fegato la bile, ma non si accorge che la bile è fatta di atomi proprio come il fegato e invece il pensiero e la coscienza sono “secrezioni” immateriali e non atomi come quelli dei neuroni.

        E così ecco un altro modo in cui una realtà non materiale cacciata dalla finestra rientra dalla porta.

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    • minstrel ha detto in risposta a Enzo Pennetta

      Et voilà!

      “[Cartesio] dice: «Io ammetto l’esistenza del mondo perché Dio, che non si inganna né può ingannarmi ed è il mio creatore, mi dà l’inclinazione a ritenere che, con chiarezza e distinzione, il mondo esiste.» Ma le condizioni del mondo esistente dovranno essere a loro volta chiare e distinte e sono soltanto le condizioni geometrico matematiche. Quindi ammetto che esiste il mondo come «pura res extensa» . Non dico che esiste il mondo fatto di corpi e di qualità, dico che esiste il mondo fatto di corpi estesi. Le qualità? Non sono cose chiare e distinte quindi appartengono alle mie proiezioni, fittizie. Dunque il mondo viene recuperato come «pura estensione e moto locale».
      Attenti bene: cosa aveva detto Galileo? Come bisognava interpretare il mondo? Bisognava interpretarlo solo in termini matematici. Ma Galileo diceva: esiste tutta questo complesso che chiamo la natura, però per poter fare una scienza rigorosa io debbo leggere questo complesso, che è la natura, per quanto io lo posso interpretare. Non dico che esiste soltanto quello che interpreto! Esiste questa realtà complessa e io la misuro, in termini matematici, per quanto questa realtà è misurabile. E faccio la fisica.
      Cartesio vuole esagerare questa impostazione dicendo: «sapete perché la fisica è una vera scienza? Perché studia il mondo che è fatto come pura estensione. Le qualità non appartengono al mondo, ma a delle mie finzioni mentali» Per cui l’unica scienza che si può occupare delle cose è la fisica che non interpreta la realtà naturale matematicamente, ma rileva che la realtà naturale è pura geometria. Res Extensa.
      Conseguenza al “cartesianimo” sarà il meccanicismo. Se la realtà è pura estensione non è dotata di anima, ma è tutto meccanismo: questo sposta quello, quello quest’altro ecc. […]
      Quello che oggi sono le neuroscienze sono questa cosa qua! Trovare delle spiegazioni che sono di carattere meccanico per qualsiasi cosa. Solo che non riescono in questa operazione: spiegare l’autocoscienza. Questa autocoscienza è inspiegabile con le reazioni chimico-meccaniche. E guarda caso questa autocoscienza era ciò da cui era partito Cartesio per dire l’unica cosa di cui era sicuro: la sua autocoscienza. Questa cosa che era il punto di partenza di Cartesio, che dava origine come conseguenza ad un recupero del mondo come puro meccanismo, una volta che la scienza pretende di essere studio del puro meccanismo e di spiegare tutto con il puro meccanismo, non riesce a spiegare il punto di partenza da cui era nata: cioè dubitare di tutto ed essere certi soltanto della propria autocoscienza.
      D’altra parte non si può dare spiegazione in termini meccanici [dell’autocoscienza], ve l’ho detto tante volte.
      Un’attività autoriflessiva non può essere mediata da un organo corporeo!
      La vista non vede sé stessa.
      Il tatto non tocca sé stesso.
      L’udito non ode sé stesso.
      Il pensiero pensa sé stesso.
      Allora vuole dire che non è esercitato attraverso un organo corporeo. Ma i meccanismi fisico-chimici io li conosco attraverso l’analisi di organi corporei. Se un’attività come il pensiero esclude – non può anche bensì ESCLUDE (altrimenti non sarebbe autoriflessiva) – la mediazione corporea, non posso mica spiegarlo in termini chimici. Lo so a priori.”

      Padre Giuseppe Barzaghi OP, Storia critica del pensiero filosofico. Ventottesima lezione, Accademia del Redentore, http://www.accademiadelredentore.it/blog-it/Storia-critica-del-pensiero-filosofico.-Ventottesima-lezione,-10-novembre-2004-157.html, 10 novembre 2004

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  6. minstrel ha detto

    L’inno di un fisico ha ispirato un mediocre scritto di un musicista.
    Mi permetto di linkarlo, come ringraziamento a Giorgio per il suo lavoro di divulgazione e ispirazione altrui, anche se indiretta (e magari non voluta…).

    http://pellegrininellaverita.wordpress.com/2013/08/29/dallinno-di-un-fisico-allanalisi-di-un-musicista/

    Buon cammino a tutti.

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