L’ora di religione non è catechismo ed è aperta a tutti

Ora di religione scuolaUn anno fa il rapporto della CEI per l’insegnamento della religione cattolica attestava che i frequentanti in Italia erano l’89,8%.

In questi giorni il Corriere della Sera ha anticipato che i dati per l’anno in corso, almeno nella città di Milano, sottolineano una crescita del 2,66% di presenze. Per l’occasione ha intervistato don Michele Di Tolve, responsabile del Servizio per l’insegnamento della religione dell’Arcidiocesi di Milano. «Da anni ci sgoliamo per far capire che non si tratta di catechismo, ma di un’ora di una disciplina scolastica che aiuta a capire meglio il mondo in cui viviamo», spiega il religioso.

Grazie al cardinale Angelo Scola in Curia hanno lavorato sulla maggiore formazione per gli insegnanti, come d’altra parte avviene ormai in tutta Italia, incontri con i genitori per evidenziare il valore culturale del percorso, sollecitazioni sui presidi per spostare l’ora di religione, posizionata strategicamente sempre alla prima o all’ultima ora, anche a metà mattino.

I pochi studenti che non frequentano l’ora di religione (sopratutto quelli di prima superiore) lo fanno per un misto di pregiudizio e pigrizia. Spiega Andrea Chiodini docente di religione allo scientifico Vittorini, «i ragazzi cercano dialogo e confronto, se lo trovano non si tirano indietro, anche quando si parla di posizioni della Chiesa e di Sacre Scritture. L’ora di religione è una finestra su attualità, diritti umani, scienza e in questo momento di incertezza gioca un ruolo fondamentale».

Al Tito Livio il quotidiano ha anche intervistato uno studente non cristiano, che spiega: ««Ho scelto di frequentare lo stesso, soprattutto per curiosità intellettuale e voglia di approfondire la mia cultura sulla materia. L’ora mi piace: è stimolante, c’è uno scambio continuo di idee con i compagni e l’insegnante. Per questo ho deciso per il sì anche per il prossimo anno».

Intervistata anche la madre di due ragazzi in prima e terza media alla scuola di via Giusti: «Siamo una famiglia laica, non frequentiamo la chiesa e i figli non sono battezzati. Sono le ragioni per cui io e mio marito abbiamo preferito che non studiassero religione alle elementari, quando i bambini assorbono i concetti in modo acritico. Non avevo iscritto il primogenito neanche in prima media, poi mi è capitato fra le mani il testo adottato e sono rimasta colpita dai rimandi a storia, arte e architettura. Il nostro Paese ha radici cristiane ed è indubbio che lo studio della religione sia strettamente legato alle altre materie. Ho chiesto allora un colloquio con l’insegnante, il suo approccio mi è piaciuto e oggi i miei figli frequentano entrambi».

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