Nati per credere, risposta a Giorgio Vallortigara

Biologos 

di Maria Beatrice Toro
*psicologa e psicoterapeuta

 

La persistenza della religiosità e della spiritualità, sopravvissute al processo di secolarizzazione caratteristico dell’epoca moderna, sembra oggi costituire una sorta di “spina irritativa” nel fianco del pensiero di stampo scientista, laddove, anche nel nostro vivere post-moderno, così incline alla contaminazione fra culture e pensieri diversi, c’è ancora chi, graniticamente, sceglie di rimanere nell’alveo dell’ideologia positivistica e di trattare l’idea di Dio come un residuo di credenze erronee.

Tra le righe di molta letteratura prodotta in ambito scientista, si legge un certo sgomento, in particolare, nei confronti di un’idea-chiave del pensiero religioso e spirituale: il rifiuto che viene opposto nei confronti della riduzione della vita umana a prodotto del caso, con la rivendicazione, per l’uomo, di una discontinuità radicale rispetto al mondo naturale. È questo, infatti, uno dei punti che si connettono alla fede nel trascendente, dato che chi è religioso (o, come sempre più si dice in post-modernità, spirituale) crede che la propria esperienza di vita unica, significativa e voluta da una causa superiore.

Questa posizione risulta così fastidiosa, per alcuni, da investire una certa quantità di tempo e risorse per investigarla. D’altronde, scriveva Aristotele che il pensiero nasce dalla meraviglia; dovevano dunque essere alquanto “meravigliati” tanti scrittori che si sono dedicati a questi argomenti. Meravigliati della persistenza della religiosità nell’uomo post – moderno.

Richard Dawkins, Lewis Wolpert ed altri numerosi autori, italiani e stranieri, hanno scritto saggi e riflessioni, in particolare, sul fatto che la maggior parte delle persone non accetti l’idea che la casualità sia la forza fondamentale che governa la natura e la vita. La proposta di spiegazione di tale difficoltà è che, poiché Homo sapiens è un essere che comprende e modifica l’ambiente in cui vive ragionando in termini di causa ed effetto, tenda, poi, erroneamente, a esportare tali categorie fisiche anche in ambiti più ampi. La maggior parte delle persone, dunque, si trova naturalmente portata a rifiutare la concezione di un universo basato sulla casualità e preferisce supporre una causa che spieghi l’origine della natura e della vita, a causa di un’abitudine cognitiva estremamente radicata. Un’abitudine importante, dato che il ragionamento per causa ed effetto e l’utilizzo di strumenti per intervenire sull’ambiente sono caratteristiche vincenti della specie Homo ed, anzi, sono una delle ragioni del successo evolutivo di una specie fisicamente più debole di molte altre, che ha nel tempo soggiogato con la forza del pensiero, dell’inventiva, dell’organizzazione sociale. La religione viene interpretata come il sottoprodotto di tendenze cognitive utili ad altri scopi, che, in seconda battuta, causerebbero un’erronea idea di causa superiore per l’esistenza dell’universo e per la presenza dell’uomo. La religione, in qualche modo, viene fatta ricadere, ancora una volta, nelle nostre “zone erronee”[1].

Giorgio Vallortigara, professore di Neuroscienze alla Facoltà di Scienze Cognitive dell’Università di Trento, scrive, a tale proposito, un approfondimento, affermando che, sebbene sia un residuo senza una funzione reale, la credenza religiosa possa comunque avere avuto ricadute positive sull’uomo e non sia stata dunque “scartata” dai meccanismi della selezione naturale. Ciò che viene affermato è,  in conclusione, qualcosa di sottile: “non è necessario immaginare che la credenza nel sovrannaturale sia il risultato di una pressione selettiva diretta perché abbia dei vantaggi. Come abbiamo visto, molti studiosi ritengono che tale credenza sia una conseguenza collaterale, un residuo, privo di funzioni reali, della nostra capacità di leggere la psicologia degli altri individui”. L’ipotesi scientista viene da questo autore declinata in modo articolato. La fede nel sovrannaturale potrebbe esser stata inizialmente un effetto collaterale dei ragionamenti causali di Homo sapiens, per poi mostrare, in seguito “specifici vantaggi evolutivi”[2]. Insomma, Dio persiste anche dopo la secolarizzazione, perché, nonostante sia un’idea erronea, a qualcosa sembra servire…

Lo trovo un ragionamento a suo modo seducente, ma non trovo ben chiariti i motivi e gli ambiti per cui il  successo evolutivo umano si potrebbe ascrivere all’idea di Dio: mi sembra doveroso, anche se un po’ paradossale, l’utilizzo del famoso rasoio di Occam, per cui non ha senso moltiplicare i concetti laddove essi non siano strettamente necessari. L’uomo poteva sopravvivere e prosperare anche con una visione materialistica…perché no? Non avremmo comunque prevalso sulle altre specie grazie alle nostre caratteristiche intellettive e alla nostra capacità linguistica e sociale? Su questo punto appare davvero più “laico” il pensiero religioso, laddove la fede è vista come un atto personale e libero dell’uomo.

Si consideri, poi, che, per la maggior parte dei credenti, confidare in un’intelligenza che trascende la dimensione naturale non implica (come spesso viene erroneamente supposto), che si debba rifiutare la logica delle teorie scientifiche, e la teoria evoluzionistica quale ipotesi descrittiva sulla realtà. È, piuttosto, la visione di fondo che cambia; sapere tutto degli ultimi cento milioni di anni di storia evolutiva, per quanto esaustivamente lo si possa descrivere, non può, per chi è credente, supplire all’ignoranza umana circa i costituenti ultimi dell’origine dell’universo e della sua struttura profonda. Chi crede in Dio accoglie un sistema di interpretazione della vita che non entra necessariamente in contraddizione con il pensiero scientifico riguardo all’evoluzione: è una banalizzazione dire che chi crede deve per questo postulare un continuo intervento divino che sostenga l’evoluzione stessa.

Scrive il cattolico Fiorenzo Facchini: “A parte il fatto che in ogni caso non basterebbero mutazioni delle strutture biologiche perché occorrono anche cambiamenti ambientali, con il ricorso a interventi esterni suppletivi o correttivi rispetto alle cause naturali viene introdotta negli eventi della natura una causa superiore per spiegare cose che ancora non conosciamo, ma che potremmo conoscere. Ma così non si fa scienza”. E aggiunge “La scienza in quanto tale, con i suoi metodi, non può dimostrare, ma neppure escludere che un disegno superiore si sia realizzato, quali che siano le cause, all’apparenza anche casuali o rientranti nella natura”.  Da persone religiose si può credere che Dio abbia posto, nella natura, le “cause seconde”, che sono in grado di portarne avanti l’evoluzione, senza che ci sia bisogno di un intervento miracolistico perché le cose accadano. Questa puntualizzazione di Facchini mi sembra un punto d’arrivo importante: non si tratta di un’ipotesi particolarmente semplice e intuitiva, ma credo che possa costituire un modo di descrivere le cose equilibrato e il punto di partenza di un dialogo tra credenti e non credenti.

Come psicologa, poi, vorrei aggiungere ancora qualcosa alle possibili motivazioni per la presenza, per alcuni ingombrante, della religione in un mondo de-sacralizzato e secolarizzato quale è il nostro occidente oggi. Vorrei sottolineare, se mi si perdona l’aspetto polemico, che la selezione naturale che alcuni riveriscono con tanto zelo, non sembra essersi curata di fornire all’uomo, attraverso il concetto di casualità, di una stringente idea valida per tutti e necessitante, cosicché siamo liberi di pensarla in modi diversi. L’idea di Dio potrebbe, allora, persistere e continuare a orientare la vita di miliardi di persone non già perché siano presenti “utili errori cognitivi”, ma perché la coscienza dell’uomo è davvero estremamente ricca e complessa e non è fatta di sola cognizione. La possiamo ragionevolmente inquadrare come un fenomeno non omogeneo e qualitativamente unico nel mondo naturale.

Uno dei fattori di base della personalità potrebbe, allora, essere costituito proprio dalla spiritualità, ovvero dalla tendenza ad auto–trascendersi, come tratto costituzionalmente umano e non dipendente da altri fattori. Io credo che dovremmo dare vita a ricerche in tale direzione e verificare, attraverso un adeguato disegno sperimentale, l’importanza del fattore “auto-trascendenza” tra tutti gli altri grandi fattori cognitivi, emotivi e personologici. Quel che potrebbe esser studiato è la dipendenza o indipendenza di tale fattore rispetto ad altre caratteristiche e peculiarità della persona. In Italia un tale studio sperimentale manca e, ancora oggi, la religiosità (data la mancanza di informazioni raccolte con l’ausilio di un qualche disegno e protocollo sperimentale), viene da alcuni associata a determinati tipi di personalità, magari suggestionabili, o infantili, o, ancora, così  prone a sensi di colpa irrazionali da esser costrette all’adozione di rigide regole morali. Si tratta di una serie di affermazioni che talvolta vengono fatte passare per ovvietà psicologiche, con un atteggiamento che denota mancanza di rigore e, dunque, di credibilità. Appare spontaneo, allora, riconoscere, in queste letture, una certa coloritura (questa sì antiscientifica…) di pregiudizio, da abbattere, a mio parere, attraverso il dialogo e la serietà di un approfondimento che consenta di andare oltre alle secche di posizioni puramente ideologiche.

 

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Note
[1]. Abbiamo scritto, in precedenti articoli, di altri argomenti sull’erroneità dell’idea di Dio nati dalla lettura di alcuni dati neurobiologici, con l’effetto di svalutare ogni forma di esperienza spirituale, ovvero il senso di connessione e di pienezza di senso che le persone religiose, letteralmente, sperimentano (non immaginano, pensano, suppongono, ma ne fanno esperienza), spiegata in ambito ateo come l’esito di un malfunzionamento del cervello.
[2]. In Vittorio Girotto, Telmo Pievano, Nati per credere (Codice edizioni, 2008)

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