La psicologia evolutiva e le storielle sulla mente umana

 
 
di Michele Forastiere*
*professore di matematica e fisica
 

Probabilmente tutti conoscono i divertenti racconti in cui Rudyard Kipling descrive la nascita delle caratteristiche di vari animali, come la gobba del cammello, le macchie del leopardo, le pieghe della pelle del rinoceronte. Sono le famose “Just So Stories” (“Storie Proprio Così”): termine che è giunto a indicare una spiegazione narrativa non verificabile e non falsificabile di qualsiasi fatto biologico o culturale.

Sappiamo bene che le narrazioni selezioniste del neodarwinismo spesso non sono altro che delle “just-so stories”, basate sull’unico indimostrabile assunto che ogni data caratteristica biologica sia un adattamento evolutivo, vale a dire un tratto che si diffonde nella popolazione perché fornisce un vantaggio riproduttivo. Si è abusato molte volte di tale concetto –  soprattutto nella letteratura divulgativa di stampo darwinista – poiché esso offre spiegazioni facili su ogni tipo di problema biologico, anche in mancanza di convincenti prove scientifiche a favore.

C’è da dire che, in linea di massima, i biologi evolutivi sono oggi abbastanza cauti nella costruzione di spiegazioni adattive… con un’unica ragguardevole eccezione: quando si tratta di dar conto delle caratteristiche specifiche dell’Uomo. Stephen Jay Gould osservava, nel 1978, che la tentazione di spiegare la mente umana in termini di questa o quella “just-so story” evolutiva era così grande da far spesso sorvolare allegramente sulla mancanza di prove a sostegno. Gould criticava in particolare l’ambizione della sociobiologia di voler rintracciare le radici di ogni comportamento umano in un lontano passato evolutivo – uno scopo non semplice da realizzare, data l’intrinseca difficoltà di separare i fenomeni culturali da quelli biologici. Va detto che le mire della sociobiologia sono davvero elevate (uno dei padri fondatori della disciplina, Robert Trivers, ebbe a dichiarare che “prima o poi le scienze politiche, la legge, l’economia, la psicologia, la psichiatria e l’antropologia saranno tutte branche della sociobiologia”), e non appare molto probabile che possano essere deflesse dalla constatazione che le procedure sono scientificamente poco corrette.

Uno dei paradigmi su cui si fondano le speculazioni darwiniste sulla natura umana è il concetto che la mente sia una collezione di moduli software “programmati” dalla selezione naturale quando i nostri antenati vagavano per le savane pleistoceniche. “Scopri quali siano e come siano stati plasmati dall’evoluzione i moduli che la compongono, e avrai cominciato a capire davvero come funziona la mente”: tale è l’ambizione della psicologia evolutiva. Come i sociobiologi, però, anche gli psicologi evolutivi tendono a fare eccessivo affidamento su inverificabili storie di adattamento evolutivo, senza con ciò portare alcun significativo contributo alla effettiva comprensione dei meccanismi mentali (occorre ricordare che le lucide analisi sul linguaggio di Noam Chomsky e sulla percezione visiva di David Marr furono condotte a prescindere da considerazioni selettive-adattive).

La panoramica delle correnti speculazioni evolutive su comportamento sessuale, capacità mentali, religione e arte, che lo psicologo e biologo David Barash propone nel suo ultimo libro (“Homo Mysterious: Evolutionary Puzzles of Human Nature”), non fa altro che confermare la persistente mancanza di cautela scientifica in questi campi di studio. Secondo Anthony Gottlieb, che ha recensito il libro di Barash su “The New Yorker”, l’autore –  lungi dal portare convincenti prove a favore delle tesi selezioniste della sociobiologia e della psicologia evolutiva – riesce soltanto a mostrare in maniera del tutto involontaria quanto facilmente si vendano ancora oggi le “just-so stories” sull’Uomo. Insomma, questo libro ottiene unicamente l’effetto di dimostrare quanto siamo ancora lontani dal poter dire qualcosa di conclusivo sull’evoluzione della mente.

Gottlieb prende per esempio in esame ciò che l’autore dice a proposito della religione. Secondo Barash, il sentimento religioso deve essere stato vantaggioso per gli uomini primitivi, oppure deve essere derivato da qualche altro tratto vantaggioso. Per esempio, potrebbe essere stato un effetto collaterale della curiosità umana sulle cause dei fenomeni naturali, o del nostro desiderio di socializzazione; o forse le credenze e le pratiche religiose aiutavano le persone a stare bene con gli altri, a essere meno egoisti, o a sentirsi meno soli e più appagati. Ebbene, Barash non aderisce esplicitamente a nessuna di queste ipotesi, e tuttavia riesce a trarne la conclusione che è “altamente probabile” che la religione abbia avuto origine da un qualche meccanismo selettivo-adattivo. È convinto, inoltre, che la selezione naturale sia responsabile della “persistenza” del fenomeno religioso nelle società umane… dimostrando così di essere poco aggiornato sul tema, non solo dal punto di vista scientifico ma anche da quello sociologico: oggi, come non mai, esistono decine di milioni di non credenti, e in diverse nazioni la religione è diventata un aspetto del tutto marginale della vita. In realtà, non appare molto probabile che una narrazione selezionista sia in grado di spiegare il fenomeno della secolarizzazione della società.

Il problema dei tentativi di ricostruzione della comparsa della mente a partire da “materiali” pleistocenici – osserva Gottlieb – è che bisognerebbe prima sapere di quale “attrezzatura” mentale gli uomini primitivi già disponevano. Insomma, sebbene si possa sempre raccontare una storia plausibile su come un qualche comportamento abbia aiutato i primitivi cacciatori-raccoglitori a sopravvivere e riprodursi, non è dato sapere se quello stesso comportamento sia invece comparso precedentemente e per ragioni del tutto diverse. Chiaramente, dunque, la storia raccontata non avrebbe niente di scientifico – sarebbe solo un’interessante speculazione dal sapore scientifico. Lo stesso Darwin era consapevole di questo rischio: scrivendo a proposito delle suture ossee incomplete nel teschio dei neonati (le “fontanelle”), il naturalista inglese notava che se ne potrebbe dedurre che si tratti di una caratteristica evolutasi in modo adattivo, vale a dire di un adattamento evolutivo atto a facilitare il passaggio attraverso lo stretto canale del parto. Invece no, anche uccelli e rettili, che nascono da uova, hanno le loro suture del cranio incomplete: è un fenomeno legato allo sviluppo dello scheletro, non alle modalità della nascita. Per quanto concerne i tratti mentali umani, poi, si aggiunge un’ulteriore difficoltà, chiaramente insormontabile: la vita interiore dei nostri antenati ha lasciato veramente pochi fossili!

Ma perché allora, si chiede Gottlieb, gli psicologi evolutivi insistono a ricercare le radici evolutive del comportamento umano, se – come abbiamo visto – si tratta di un tentativo tanto scientificamente inaffidabile? La domanda è destinata a rimanere senza risposta. In teoria, infatti, tale compito potrebbe rivelarsi di qualche utilità se le storie adattive elaborate potessero fornire indicazioni mai notate prima riguardo a determinati schemi comportamentali. Il guaio è che ciò si verifica raramente, se non mai. Per esempio, uno studio condotto circa trent’anni fa da due psicologi canadesi, Martin Daly e Margo Wilson, suggeriva che è più probabile che un genitore abusi di un figliastro che di un figlio naturale, a causa del fatto che i nostri lontani antenati avrebbero avuto una discendenza maggiore prendendosi più cura dei figli biologici. Ancora oggi qualcuno esalta questa ricerca come un trionfo della psicologia evolutiva. Eppure, non di trionfo si tratta, ma di vero e proprio fiasco: uno studio della Columbia University del 1998, che ha preso in esame una grande quantità di fattori di rischio relativi alla violenza sui minori, ha dimostrato che la presenza di un patrigno o di una matrigna non costituisce un campanello d’allarme significativo (eccettuato il caso di violenza sessuale sulle figliastre da parte del patrigno; ma questa circostanza particolare non venne considerata da Daly e Wilson). Con buone pace di tutte le grandi e piccole storie che si possono narrare al riguardo, da “Amleto” a “Cenerentola”, da “David Copperfield” ai racconti sui nostri ignoti antenati delle caverne.

Gli psicologi evolutivi, per la verità, indicano altri studi che ritengono di utilità pratica. Qualcuno pensa che le strategie di accoppiamento potrebbero aiutare a spiegare perché i maschi giovani siano molto più violenti delle donne anziane. Questa considerazione ha in effetti spinto alcuni ricercatori a classificare l’età degli assassini che si verificano in tutto il mondo. Certamente una mappatura del genere potrebbe tornare utile in futuro, chissà. L’idea selezionista alla base è, naturalmente, che i giovani maschi dell’Età della Pietra avrebbero avuto i migliori risultati riproduttivi accettando rischi legati alla competizione per guadagnarsi una compagna e per salire di livello nel gruppo. Fatto sta che non ci vuole una laurea in psicologia evolutiva per capire che la polizia commetterebbe un grave errore se decidesse di fare una retata in una casa di riposo per anziani, andando alla ricerca dell’accoltellatore in una rissa da discoteca.

Due ricercatori della Kansas University hanno poi affermato (in un lavoro pubblicato su una rivista scientifica on-line che i manuali scritti da affermati playboy dimostrano come le intuizioni della psicologia evolutiva possano essere efficaci nella vita reale (o quanto meno, in un nightclub). Non c’è dubbio che la ricerca sul campo in questo settore vada avanti alacremente. E’ interessante osservare che Barash, alla fine del libro, pone l’accento sul fatto che la nostra mente mostra un’ostinata predilezione per le spiegazioni semplici che potrebbero essere false. Vero; ma allora bisognerebbe aggiungere che questa inclinazione è complementare ad un altro aspetto della psicologia umana, vale a dire una passione smodata per la certezza di aver trovato la chiave esplicativa di tutto. Forse, nota ironicamente Gottlieb in conclusione alla sua recensione, esiste una spiegazione evolutiva anche per tali propensioni.

Condividi su:
  • Aggiungi su Facebook
  • Aggiungi su OKNOtizie
  • Aggiungi su Twitter
  • Aggiungi su Windows Live
  • Aggiungi su MySpace

36 commenti a La psicologia evolutiva e le storielle sulla mente umana

« nascondi i commenti

  1. Emanuele ha detto

    La psicologia evolutiva ha un fine ben preciso: far scendere l’uomo dal gradino più alto dell’evoluzione e inserirlo tra gli animali.

    L’uomo è certamente un animale, ma la sua evoluzione lo pone ad un livello eccezionalmente più alto rispetto a tutto il resto del regno animale. Infatti, noi stiamo discutendo di questo argomento su un computer mentre nessuna scimmia, cane o delfino possono farlo. Non solo, noi possiamo sapere cosa pensavano di se stessi gli uomini di migliaia di anni fa leggendo gli scritti ed i graffiti che ci hanno lasciato; cosa, anche questa, impossibile a qualunque altro animale. Infine, ed è la cosa più importante, l’uomo non solo ha un’intelligenza enormemente superiore a quella degli animali, ma soprattutto ha la capacità di discernere il bene dal male. Un leone uccide per bisogno (cibo, difesa del territorio, etc.), un uomo uccide il suo simile per piacere, senza nessun vantaggio per la specie.

    E’ abbastanza chiaro che con l’uomo la natura ha fatto un salto enorme, smentendo il principio “natura non facit saltus”, tanto caro agli evoluzionisti. Questo salto è sempre stato ben chiaro nel pensiero occidentale, almeno fino ad oggi. Anche il racconto biblico del peccato originale non è altro che la narrazione di questo salto: l’uomo si arroga il diritto di decidere ciò che è bene e ciò che è male, violando quell’armonia che il mondo animale ha con il suo Creatore.

    Per questo, giustificare ogni comportamento e sentimento umano in termini evoluzionistici è necessario agli atei. Negando l’uomo, in realtà, vogliono negare Dio. E del resto non è possibile negare Dio senza negare l’uomo perché in Gesù le due realtà si fondono: Vero Dio – Vero Uomo. Del resto, la storia ci insegna che quando si nega Dio l’uomo viene ridotto a merce, a schiavo o ad animale da macello. Come infatti potremmo definire la visione antropologica del comunismo, del nazismo e del consumismo-ateo attuale?

    Quindi, mentre la scienza illuminata dalla fede insegna all’uomo a cercare sua casa: il Cielo; una scienza cieca insegna all’uomo a guardare alla polvere del mondo da cui è stato tratto. La cienza atea, negando il soffio vitale di Dio, riduce l’uomo alla “statuetta” plasmata dal suolo, una marionetta in balia degli istinti e delle passioni, che cerca nel mondo animale, anch’esso corrotto dal nostro peccato, il modello per la sua vita.

    Ecco che parole come “contro natura” diventano di scandalo: l’uomo non si confronta più con la sua natura (umana e divina), ma con la natura del mondo, cercando giustificazione della propria iniquità nel comportamento animale. Non cerca più di essere simile a Dio, ma alle bestie, rinunciando appunto alla sua umanità.

    0
    • Matyt ha detto in risposta a Emanuele

      “L’uomo è certamente un animale, ma la sua evoluzione lo pone ad un livello eccezionalmente più alto rispetto a tutto il resto del regno animale. Infatti, noi stiamo discutendo di questo argomento su un computer mentre nessuna scimmia, cane o delfino possono farlo. Non solo, noi possiamo sapere cosa pensavano di se stessi gli uomini di migliaia di anni fa leggendo gli scritti ed i graffiti che ci hanno lasciato; cosa, anche questa, impossibile a qualunque altro animale. Infine, ed è la cosa più importante, l’uomo non solo ha un’intelligenza enormemente superiore a quella degli animali, ma soprattutto ha la capacità di discernere il bene dal male. Un leone uccide per bisogno (cibo, difesa del territorio, etc.), un uomo uccide il suo simile per piacere, senza nessun vantaggio per la specie.”

      La questione, in questo caso, sta nel definire se la differenza tra noi e una scimmia sia qualitativa o quantitativa.
      In realtà, ad oggi, non esiste alcuna circostanza per la quale si possa risolvere scientificamente questo problema.
      Ergo, bisognerebbe popperianamente astenere il giudizio, e riconoscere che tale problema, al momento, non può avere soluzione.

      Per il resto, condivido il discorso di Forastiere: le “spiegazioni” della sociobiologia vanno riconosciute per quello che sono: teorie, speculazioni, tentativi di induzione logica, ancora decisamente aperti al dialogo.

      0
      • Emanuele ha detto in risposta a Matyt

        Il fatto stesso che noi concepiamo la scienza, cosa che le scimmie non possono fare, mi pare decisamente qualitativo più che quantitativo. Infatti, nessuna scimmia ha elaborato teorie scientifiche, neppure le più elementari, sulla propria origine. Tra essere e non essere la differenza e sostanziale, non si tratta solo di gradi di intelligenza (di cui anche le scimmie sono ben dotate).

        0
      • Penultimo ha detto in risposta a Matyt

        No quando si parla di psicologia evolutiva si può dire “tutto il contrario di tutto.”

        Per esempio è assurdo pensare che una “zebra è egoista” per me non ha senso,non ha senso nemmeno pensare che un leone è cattivo “perchè uccide una zebra”.

        “sia una collezione di moduli software “programmati” dalla selezione naturale”

        Detta così ugualmente non ha senso,perchè per me non ha senso che gli atomi,ovvero ciò che costituisce “la natura” che altri non è che la materia pensino qualcosa.Sarebbe come dire che “un atomo pensa “.Cosa intendono loro per “programmati”.

        Che poi è impossibile afferire “programmati” perchè comunque possono esserci variabili casuali,il meteorite che si schianta sulla terra e elima ogni forma di vita o facendo estinguere delle specie.Le glaciazioni gli effetti climatici ecc.

        0
        • Bichara ha detto in risposta a Penultimo

          è chiaro che un ape è molto meno libera di un mammifero nell’nteragire col mondo esterno ed è chiaro che gli umani in tal senso sono all’apice della scala evolutiva e quindi meno assoggettati alla rigidità biochimica , meno programmati

          0
      • Giorgio Masiero ha detto in risposta a Matyt

        La differenza tra noi e tutti gli altri animali, Matyt, è che la nostra è “la sola specie nell’universo capace di utilizzare un sistema logico di comunicazione simbolica” (J. Monod, Il caso e la necessità). Riconoscere questa evidenza non è questione di religione, né di metafisica, ma dello stesso tipo di 2+2=4; un’evidenza appunto, che nessun animale potrà mai capire, ma che alla mente umana risulta ovvia. Un’evidenza superiore ad ogni legge scientifica, che solo dei pre-giudizi (Lei potrebbe utilmente spiegarci i Suoi) possono negare.

        0
    • Simonetta ha detto in risposta a Emanuele

      “La scienza atea, negando il soffio vitale di Dio, riduce l’uomo alla “statuetta” plasmata dal suolo, una marionetta in balia degli istinti e delle passioni, che cerca nel mondo animale, anch’esso corrotto dal nostro peccato, il modello per la sua vita.”
      Bellissimo e verissimo commento, Emanuele.
      L’ateismo è un abbruttimento.

      0
      • Emanuele ha detto in risposta a Simonetta

        Grazie, lei è troppo gentile…

        Condivido il suo riassunto (purtroppo la sintesi non è una mia dote): “L’ateismo è un abbruttimento”

        0
  2. Giulio Quaresima ha detto

    “smentendo il principio “natura non facit saltus”, tanto caro agli evoluzionisti”

    E’ evidente che lei non ha capito il gradualismo. “natura non facit saltus” significa semplicemente che una specie non nasce all’improvviso. Cioè, per semplificare, non c’è stata una scimmia che ad un certo punto ha partorito un homo sapiens fatto e finito.

    0
    • Emanuele ha detto in risposta a Giulio Quaresima

      Ovviamente la mia citazione era volutamente provocatoria…

      Comunque, una scimmia-uomo un giorno ha capito la differenza tra bene e male. Ci deve essere stata una prima volta… questo io intendo per salto… qualcosa che non poteva essere concepita prima diventa dopo possibile.

      0
  3. Mum ha detto

    Ci sono i tanti esempi di come la pressione ambientale favorisca un certo tipo di cambiamenti, uno degli ultimi, che ritengo abbastanza interessante, è questo studio: http://www.sciencedaily.com/releases/2012/09/120919190100.htm , dove si spiega come a seguito di una mutazione genetica avvenuta 85.000 anni fa, la capicità di conversione di un acido grasso di origine vegetale abbia potuto sostituire quello che prima l’uomo metabilizzava attraverso le proteine del pesce. Questa mutazione avrebbe permesso la continua evoluzione della complessità e funzioni del cervello dell’Homo sapiens, concorrendo quindi alla conseguente espansione geografica e demografica che portò l’uomo ad imporsi come animale dominante.

    0
    • Michele Forastiere ha detto in risposta a Mum

      Ma allora è vero che il pesce fa bene al cervello! 🙂 Scherzi a parte, la ricerca indicata è sicuramente interessante, che concorre a sostenere l’ipotesi che il successo dell’Homo Sapiens (corrispondente alla rapidissima – e consapevole – espansione umana dall’Africa avvenuta 80.000 anni fa, l’ultima e vincente uscita dell’uomo dalla sua culla ancestrale) possa essere almeno in parte dipeso da un evento legato alle abitudini alimentari: un evento, per così dire, “nucleare” (in questo caso, una mutazione genetica pressoché puntiforme), contingente e dagli effetti esplosivi. In effetti, mi consta che siano in corso studi paleoantropologici che ipotizzano altri tipi di eventi “propulsivi” per l’inizio dell’avventura dell’uomo moderno: se ce ne sarà l’occasione, ne riparleremo.

      0
  4. Giorgio Masiero ha detto

    Questo tuo articolo, Michele, affronta in maniera divertente una materia serissima. Grazie.
    Ma perché, si chiede Gottlieb, gli psicologi evolutivi insistono a ricercare le radici evolutive del comportamento umano, se si tratta di un tentativo destinato al fallimento? Questa domanda mi ha fatto venire in mente quella storiella dove il vecchio Rockefeller, al figlio che gli chiedeva un’ingente somma per aprire una nuova casa editrice, chiese: “Perché vuoi fare l’editore?”; e alla risposta del figlio che voleva fare l’editore per diffondere la cultura, il vecchio banchiere rispose: “No. Lo scopo dell’editore non è di diffondere la cultura, ma di far soldi per mezzo della cultura”. E non gli dette i soldi…
    Forse la risposta alla domanda di Gottlieb è: i psicologi evolutivi “intelligenti” non hanno lo scopo di trovare una spiegazione scientifica del comportamento umano, ma di sbarcare il lunario per mezzo della psicologia evolutiva, magari scrivendo dei libri come Barash.
    Il 30 dicembre si è spento un grande biologo, Carl Woese, che ha improntato tutta la sua ricerca ad una biologia liberata dalle manette del meccanicismo e del riduzionismo. In riferimento alle “just-so story” che in tutta la biologia evolutiva (non solo in psicologia, Michele, purtroppo!) si amano raccontare per “spiegare” col senno di poi le proprietà degli organismi viventi, amava ripetere: “Pensa alle spiegazioni della biologia evolutiva classica (il darwinismo) alla luce della ragione e della moderna evidenza empirica, prima di stendere un tappeto davanti ad esse. La maggior parte si mostreranno soltanto delle congetture che i biologi dell’800 usavano per stimolare i propri pensieri; ma le congetture, dopo essere state ripetute nel tempo, sono ora state scolpite [dai biologi del ‘900] nel marmo: i concetti moderni dell’evoluzione cellulare sono di fatto versioni pietrificate delle speculazioni del 19mo secolo”.

    0
  5. Giulio Quaresima ha detto

    Io continuo a pensare che si faccia un grave errore nel ritenere che esista una “scienza atea” e una “scienza illuminata dalla fede”, come dice Emanuele. La scienza è unica, e non andrebbe usata per affrontare questioni sulle quali non ha nulla da dire. In particolare, sia per un ateo che per un credente, i problemi ontologici ed epistemologici, che sono problemi filosofici, sono a fondamento della scienza e quindi, per definizione, la scienza non può essere a fondamento di essi.

    0
    • Giorgio Masiero ha detto in risposta a Giulio Quaresima

      Sono totalmente d’accordo. Ma se, come in questo caso i psicologi evolutivi, pretendono di chiamare “scientifiche” alcune loro ipotesi sperimentalmente incontrollabili, non dovremmo essere tutti d’accordo a considerarli narratori alla Kipling, piuttosto che uomini di scienza?

      0
      • Giulio Quaresima ha detto in risposta a Giorgio Masiero

        Sono d’accordo con lei. Ma ho il legittimo sospetto che spesso si voglia dimostrare l’erroneità o l’indimostrabilità delle posizioni altrui per dimostrare le proprie. Come dire che, siccome è falso che 3 + 2 = 4, allora è vero quello che dico io, ovvero 3 + 2 = 6.

        0
        • Giorgio Masiero ha detto in risposta a Giulio Quaresima

          Dimostrando che la proposizione A è falsa, non si dimostra che sia vera la proposizione B, a meno che B non sia la negazione di A. E’ questo il principio logico del tertium non datur: v(A) = 0 => v(not(A)) = 1.

          0
    • Emanuele ha detto in risposta a Giulio Quaresima

      Mi sono preso la libertà di parafrasare Einstein:
      La scienza senza la religione è zoppa; la religione senza la scienza è cieca
      Molto probabilmente lui non si riferiva alla religione nei termini in cui mi riferisco io, ma la sostanza resta.

      La scienza, secondo me, può dire molto in molti campi. Il problema è che spesso gli atei hanno in realtà un atteggiamento antiscientifico spacciato per scienza. Inoltre, non sono i credenti ad avere problemi con la scienza, ma gli scienziati (così detti) atei con la religione. Di fatto, lo scontro ragione-fede è un’invenzione illuminista, perché gli scienziati del rinascimento (Galileo compreso) non si facevano grossi problemi a coniugare fede e scienza.

      Riporto a tal proposito la bella citazione postata da Alèudin su un altro articolo:
      “Chi vieta ai cristiani lo studio della filosofia e delle scienze, vieta loro anche di essere cristiani: soltanto la dottrina cristiana raccomanda ai suoi seguaci di attendere a tutte le scienze, poiché non teme la falsità.”.

      0
  6. Enzo Pennetta ha detto

    Michele, questo tuo articolo mostra ancora una volta che il darwinismo non è una teoria che può essere confinata solo nella spiegazione scientifica dell’evoluzione, ma si tratta di una vera e propria visione del mondo che finisce per proiettare delle fortissime influenze sulla visione antropologica.

    E’ di importanza centrale aumentare la consapevolezza di queste implicazioni.

    0
    • Michele Forastiere ha detto in risposta a Enzo Pennetta

      Eh sì, è proprio questo il punto! Cito dal commento di Giulio Quaresima, qui sopra: “La scienza […] non andrebbe usata per affrontare questioni sulle quali non ha nulla da dire”. Come non essere d’accordo?

      0
      • Penultimo ha detto in risposta a Michele Forastiere

        Suppongo che non ci sia nessuno in disaccordo,tranne che gli psicologi
        Una volta per curiosità mi guardai il significato del termine “psicologia”

        Il termine “psicologia”[2] deriva dal greco psyché (ψυχή)[3] = spirito, anima e da logos (λόγος)[4] = discorso, studio. Letteralmente la psicologia è quindi lo studio dello spirito o dell’anima. Il significato del termine, introdotto durante il XVI secolo, rimase immutato fino al XVII secolo, quando assunse il significato di “scienza della mente”. Negli ultimi cento anni, il significato di tale termine è cambiato ulteriormente e in modo significativo, adeguandosi alle nuove prospettive ed alla moderna metodologia.

        accostando questo termine a questo “sperimentale”

        Un esperimento (dal latino ex, “da”, e perire, “tentare”, “passare attraverso”) è la realizzazione di un’operazione empirica atta ad individuare, accertare o precisare qualche aspetto specifico di un fenomeno osservabile che potrebbe riguardare qualunque area di conoscenza (fisica, chimica, materiali, geologia, biologia, psicologia, economia, archeologia, …). Un esperimento può essere motivato semplicemente dall’interesse ad osservare gli accadimenti in maniera approfondita per migliorare la conoscenza del fenomeno, oppure dall’intenzione di studiare, validare o confutare una ipotesi nell’ambito di una teoria (o di un modello) nella quale il fenomeno può trovare spiegazione, oppure dalla opportunità di migliorare su base empirica una soluzione tecnica di un problema pratico.

        Cosa ha in comune la psicologia con la scienza?

        Molto ma molto poco.

        Perchè la prima non può osservare “il mentale” con un qualche strumento come vogliono i cognitivisti.Non può nemmeno riprodurlo in qualche esprimento per saggiare le sue ipotesi.Sviluppa una conoscenza teoretica senza metodi di controllo rigorosi,come quelli che userebbe un qualsiasi altro scienziato.

        A breve non si distinguerà più quale è scienza e quale non lo è.

        0
        • Giulio Quaresima ha detto in risposta a Penultimo

          Purtroppo sono molte le scienze che non possono o possono soltanto molto imperfettamente applicare il metodo sperimentale. La medicina, ad esempio. Ma anche la cosmologia, ad esempio, pur essendo una branca di una scienza esatta come la fisica, è diventata una scienza altamente speculativa: non è possibile mettere il Big Bang in una provetta 😉

          0
          • Emanuele ha detto in risposta a Giulio Quaresima

            In teoria non ci sarebbe nulla di male a ad usare il ragionamento anche in modo speculativo…

            Il problema è che spesso quelle che sono teorie (come apputo il big bang) vengono fatte passare per verità assolute. Soprattutto, certi divulgatori, ben si guardano da presentare le teorie scientifiche come una possibilità tra tante. Infatti, il big bang serve per spiegare alcuni fenomeni cosmici che comunque possono essere spiegati anche con altre teorie.

            0
          • Giorgio Masiero ha detto in risposta a Giulio Quaresima

            Non tutta la cosmologia, Quaresima, non ammette il controllo sperimentale: v., per es., il red-shift, la radiazione di fondo, la nucleosintesi, ecc.
            Certamente la “cosmogonia” è fuori dal metodo sperimentale, e quindi tutta quella cosmologia riguardante speculazioni su “prima” del Big Bang, il multiverso, ecc., è solo un esercizio di (cattiva) metafisica matematica.

            0
            • andrea ha detto in risposta a Giorgio Masiero

              Davvero ammirevole la sua capacità di smentire, in poche parole, le illusioni scientiste, dott. Masiero.

              0
              • Giorgio Masiero ha detto in risposta a andrea

                Grazie. Mi ha dato l’idea di farne un articolo, per continuare le riflessioni di Forastiere su più larga scala. Ormai non se ne può più di storielle passate tutti i giorni su tutti i media per scienza!

                0
            • Emanuele ha detto in risposta a Giorgio Masiero

              Mi scusi ma non sono del tutto in accordo…

              Il red-shift e radiazione di fondo sono fatti naturali, non sperimentali. Mi spiego meglio, non si può utilizzare il red-schift per dimostrare che c’è stato il big bang. Noi infatti vediamo che l’universo è in espansione (red-shift), ma da questo non possiamo stabilire che ciò sia dovuto ad un esplosione primordiale. Lo stesso si può dire per la radiazione di fondo: questa è presente, ma non è certo che sia l’eco del big-bang piuttosto che un’altra forma di radiazione di origine sconosciuta.

              Il big-bang è una teoria abbastanza solida che spiega gli effetti da lei citati. Ma gli effetti non sono esperimenti. Infatti, in questo caso gli esperimenti daranno sempre esito positivo solo perché la teoria è costruita proprio per spiegare quegli effetti. Infatti, ancor oggi ci sono sostenitori della teoria dell’universo stazionario (anche se in nettissima minoranza)

              0
              • Giorgio Masiero ha detto in risposta a Emanuele

                Non ho capito, Emanuele, su cosa non è d’accordo con me.
                Io a Quaranta ho solo detto che non tutta la cosmologia è da buttare, ma solo la parte “cosmogonica” che pretende di risalire a “prima” dell’esistenza del nostro Universo, con congetture non falsificabili. E che, invece, c’è tutta una cosmologia che tratta di fatti e teorie controllabili.
                La teoria del Big Bang è un’autentica teoria scientifica perché ha fatto ipotesi controllabili, che sono state POI, anche decenni dopo, verificate da osservazioni. Le ricordo che PRIMA è stata teorizzata l’espansione galattica, e quindi il Big Bang mandando indietro il film: fin dal 1917, da Einstein stesso e poi, più dettagliatamente, negli anni ’20 da Friedman e Lemaitre; e PIU’ TARDI, solo nel 1929, Hubble la poté confermare con la scoperta del red-shift. Le osservazioni successive della nucleosintesi (anni ’50) e della radiazione di fondo (anni ’60), hanno ulteriormente confermato la teoria del Big Bang. Non si può dire quindi, come dice Lei, che è stata costruita ad hoc per spiegare queste evidenze!
                Quanto al modello dello stato stazionario, è vero che ha i suoi fan religiosi, ma esso non è mai stato confermato da uno straccetto di evidenza. Anzi è stata smentito proprio dalle osservazioni, come fa vedere Ivan King, astronomo di Harvard ed ex Presidente della Società Americana degli Astronomi, nel suo libro “The universe unfolding”, dove tra l’altro scrive: “La teoria dello stato stazionario è stata seppellita, e ciò si deve all’evidenza sperimentale di come le cose nell’Universo sono evolute col tempo”. O Le risulta qualcosa di recente che io ignoro?
                Naturalmente, io non assegno alla teoria del Big Bang nessun valore assoluto, come a nessun’altra teoria scientifica! S’immagini… E mi aspetto che venga prima o poi falsificata da qualche nuova evidenza sperimentale, così da dover venire integrata in una teoria più ampia. Ma intanto teniamoci questa, che è l’unica teoria scientifica che si è dimostrata capace di predizioni controllabili e non è ancora stata falsificata!
                Approfondirò il tema in un prossimo articolo. Intanto, se l’argomento l’appassiona, La rinvio a questi due miei articoli: http://www.uccronline.it/2012/02/04/contrordine-prof-hawking-luniverso-ha-avuto-un-inizio-ma-non-sappiamo-come/ e questo: http://www.enzopennetta.it/2013/01/i-3-salti-dellessere/

                0
                • Emanuele ha detto in risposta a Giorgio Masiero

                  Sono d’accordo, mi sono espresso un po’ male (sono un profano della materia) e comunque non volevo polemizzare sul big bang in se e per se né con lei in particolare…

                  Comunque, le prove di un eventuale big bang le vedo più legate alla nucleosintesi che agli altri effetti. Infatti, è vero che l’espansione fu ipotizzata prima della sua osservazione, ma questa ipotesi servì per risolvere il problema della costante cosmologica di Einstein, che avrebbe posto l’universo in uno stato di equilibrio instabile.

                  Quello che contesto io è la seguente affermazione:
                  “Prima è stata teorizzata l’espansione galattica, e quindi il Big Bang mandando indietro il film”. Non concordo che mandare indietro il film porti automaticamente al big bang, perché noi siamo arrivati al cinema in ritardo e nessuno ci può raccontare la trama esatta.

                  In fatto che ci sia stato un big bang implica che l’universo sia finito, che sia sempre stato in espansione e che le costanti fisiche siano davvero costanti. Se infatti l’universo oscillasse tra fasi di espansione e contrazione (senza arrivare ad un big bang o un big-crunch) non potremmo mai saperlo. Ossia, il fatto che oggi sia in espansione, da solo, non dimostra automaticamente che ci fù un big bang.

                  So che la questione sembra capziosa, ma spesso molti ragionano a ritroso cercando una sequenza causa-effetto diretta per spiegare quello che osserviamo oggi (che poi è un po’ il senso di questo articolo).

                  La mia questione iniziale, comunque, era legata al controllo sperimentale. Infatti, nel caso dell’universo, abbiamo un solo esperimento non ripetibile. L’unica cosa che possiamo fare e scegliere fra tante teorie disponibili quella che meglio si adatta alle osservazioni, ma di fatto un contro-esperimento non possiamo farlo. Per questo è sempre bene rimarcare che si tratta di teorie e non di verità provate, come alcuni divulgatori scientifici fanno passare. Anche perché il big bang da solo non spiega esattamente tutti i fenomeni fisici e cosmici.

                  0
                  • Giorgio Masiero ha detto in risposta a Emanuele

                    Lei confonde, Emanuele, l’immagine nella Sua testa di Big Bang con la teoria standard della cosmologia fisica. Sono d’accordo con Lei su un’unica cosa: la fisica nulla puo’ dire sull’origine dell’Universo, come aveva gia’ dimostrato Tommaso d’Aquino. Ma tutto il resto, mi creda, non c’entra.

                    0
                    • Emanuele ha detto in risposta a Giorgio Masiero

                      Ho letto il suo articolo linkato su UCCR e ne condivido il fine, ma la mia obiezione era su un altro piano. Per evitare ulteriori fraintendimenti, provo a fare un esempio diverso.

                      Noi oggi osserviamo la torre di Pisa, notiamo tre cose: è inclinata; la sua inclinazione aumenta nel tempo (almeno fino a prima degli interventi di stabilizzazione); l’inclinazione della sommità è diversa dal fusto. Riavvolgendo il film della storia, postuliamo la seguente teoria: “la torre di Pisa fu costruita verticale e si è inclinata dopo la costruzione”. Utilizziamo ora il fatto che sia inclinata oggi e che la sua inclinazione aumenti a sostegno di questa ipotesi. In più aggiungiamo la prova che la cella campanaria ha un’inclinazione diversa, segno che i costruttori cercarono di recuperare la verticalità che già si stava perdendo durante la costruzione.

                      Ora formuliamo un’ipotesi alternativa: “la torre fu costruita inclinata come estro architettonico”. Nel tempo l’inclinazione è ulteriormente aumentata a causa di cedimenti imprevisti. Il fatto che la cella campanaria sia meno inclinata è dovuto al fatto che le campane, se poste su un asse troppo inclinato, non avrebbero potuto oscillare e suonare bene.

                      Ora, se non abbiamo dei documenti storici che confermano una delle due ipotesi, con la sola osservazione dello stato attuale non possiamo formulare con certezza come era in origine la torre. Infatti, misurare l’inclinazione e la velocità con cui progredisce non sono esperimenti (almento per me), ma osservazioni. Per fare un esperimento dovrei costruire una serie di torri simili a quella esistente, alcune dritte, altre variamente inclinate, fondate sul medesimo sito. Poi valutare l’evoluzione dell’inclinazione e stabilire quale fosse l’inclinazione iniziale più probabile.

                      Capisco le sue obiezioni, ma non mi torna (mea culpa) che questo processo logico non si possa applicare alla cosmogonia.

                      0
  7. alessandro pendesini ha detto

    @Michele Forastiere :
    La teoria di Darwin sarebbe probabilmente rimasta “lettera morta” senza il contributo della genetica. L’assenza di una spiegazione dell’ereditarietà è stata una grave lacuna della teoria dell’evoluzione. La conciliazione tra geni, popolazione e specie fu principalmente opera di Ernst Mayr che ha sviluppato la famosa teoria sintetica dell’evoluzione. Il Neo-darwinismo è nato da quaesta riconciliazione ed ha in seguito aggiunto l’analisi della selezione sessuale. Ritengo che la selezione naturale non poteva essere credibile finché non si pensasse a l’ereditarietà mendeliana.
    Posso chiedere a Michele Forastiere cosa ne pensa ? Grazie per la risposta

    0
    • Michele Forastiere ha detto in risposta a alessandro pendesini

      Certo, è noto che il primo darwinismo si “eclissò” scientificamente in un certo periodo storico – proprio dopo la riscoperta dell’opera di Mendel – per venire poi rifondato intorno agli anni ’40 da Mayr. Quando poi si scoprì il meccanismo genetico, fu possibile riformulare la teoria di ispirazione darwiniana come Sintesi moderna: basata, come è risaputo, sull’idea che la successione di piccole e rare mutazioni genetiche filtrate dalla selezione naturale sia stata responsabile, nel corso delle ere, dell’evoluzione biologica (semplifico molto; è chiaro che ci siano in gioco altri fattori, ma il succo è questo). Bene. Più recentemente sono state prese in considerazione tanti altri fattori come responsabili della diffusione di particolari caratteri, limitando sempre più il ruolo dell’adattamento (la fitness ) come “setaccio” dell’evoluzione. In questi giorni, infine, per così dire, la biologia evolutiva sta prendendo in esame anche i fattori epigenetici, l’eredità culturale, il ruolo della trasmissione genetica orizzontale… dando origine all’attuale versione del darwinismo nota come “Sintesi estesa” (anche se non si può certamente dire sia definitivamente messa a punto).
      Ora, lasciando da parte per il momento le critiche scientifiche e filosofiche a tale impostazione, mi pare risulti chiaro dall’analisi di Gottlieb che, invece, gli psicologi evolutivi siano rimasti un po’ indietro nelle loro interpretazioni… dal momento che, a quanto pare, continuano a cercare spiegazioni adattive a ogni comportamento umano. Il guaio è (come evidenziato appunto da Gottlieb) che così facendo finiscono per costruire solo una serie di “storielle” selezionistiche che, essendo del tutto inverificabili e spesso inutili dal punto di vista della pratica psicologica, non apportano nessun contributo significativo alla scienza.
      Un cordiale saluto

      0
« nascondi i commenti