L’antropologo Tattersall spiega l’inadeguatezza della spiegazione neodarwinista

Il celebre antropologo Ian Tattersall, responsabile della divisione di Antropologia dell’American Museum of Natural Historydi New York, fondatore della Hall of Human Biology and Evolution dell’American Museum e vincitore del prestigioso premio W. W. Howells dell’American Anthropologican Association, è uno dei tanti scienziati in opposizione alla teoria del “neo-darwinismo”, ovvero una delle posizioni che cercano di spiegare l’evoluzione biologica, cioè un fatto in gran parte supportato -per quanto riguarda la “microevoluzione”- da innumerevoli evidenze fossili.

Una teoria -quella neodarwinista- che però viene indebitamente esaltata per pure ragioni ideologiche e anti-teiste, tanto che lo stesso termine “neo-darwinismo” è diventato ambiguo, sinonimo di una posizione filosofica più che di una ipotesi scientifica. Per molti non è nemmeno una spiegazione scientifica, come tutto quel che termina con -ismo, come ha spiegato il biologo darwinista Francisco Ayala: «noi scienziati parliamo di Darwin, non di darwinismo o neodarwinismo». Per altri il neodarwinismo è una tautologia, anzi una vera e propria anti-teoria come l’ha chiamata il premio Nobel Robert Laughlin (R.Laughlin ‘Un Universo Diverso’ Codice Editore) e come ben spiegato dal dott. Alessandro Giuliani. Al neodarwinismo si oppongono sempre più studiosi per mere questioni scientifiche (un esempio qui), come hanno fatto Massimo Piattelli Palmarini Jerry Fodor nell’ormai noto volume “Gli errori di Darwin” (Feltrinelli 2010), ma tanti altri sono anche interessati a confutarne le pretese filosofiche di stampo riduzionista che vengono diffuse attraverso tale teoria, anche correndo il rischio di essere tacciati di “creazionismo” (che è un po’ uno spauracchio usato in modo molto simile all’accusa di “omofobia”).

Tattersall, ospite del “Meeting per l’amicizia tra i popoli” 2012, evento culturale organizzato da Comunione e Liberazione, sembra posizionato ad un’opposizione puramente scientifica, come già aveva fatto notare in precedenza il prof. Enzo Pennetta (anche più recentemente). Ha infatti respinto in una recente intervista l’idea di una evoluzione lineare e graduale, così come vuole il cardine del neodarwinismo (una sorta di continuum tra i primati e l’uomo), affermando: «L’idea di una evoluzione graduale era la posizione degli scienziati che hanno elaborato la cosiddetta teoria sintetica nella prima metà del secolo scorso e che riducevano i fenomeni evolutivi alla competizione e selezione naturale. Verso gli anni ‘70 però è diventato sempre più chiaro che questo modello non era adeguato. Soprattutto la documentazione fossile mostrava l’evidenza di un cammino con interruzioni e periodi di assenza di cambiamento». Questo ovviamente riduce il ruolo della selezione naturale, esaltata come unica spiegazione dai filosofi infervorati come Telmo Pievani e gli scienziati controversi come Richard Dawkins. E infatti, ha continuato l’antropologo americano: «Ciò significa che la selezione naturale non è l’unico fattore dei cambiamenti evolutivi e che altri agenti sono coinvolti, comprese le interazioni con l’ambiente: i mutamenti ambientali sono in effetti un grande “driver” dell’evoluzione. Naturalmente interviene anche il caso. Bisogna però considerare che quando parliamo dei processi evolutivi spesso siamo portati a semplificare le cose: in realtà noi non guardiamo al singolo processo ma a una storia fatta dall’accumularsi di molti e diversi elementi».

Soffermandosi sul ruolo del “caso”, tanto a cuore agli anti-teisti, ha però puntualizzato: «Caso è una parola delicata. Certo, il caso è un elemento presente in tutta la nostra esperienza umana e non è incomprensibile che nel corso dell’evoluzione biologica intervengano cambiamenti casuali, insorgano differenze e variazioni, dovute anche al fatto che cambia l’ambiente, che si verificano fenomeni improvvisi, disastri naturali, a volte catastrofici. La mia idea della selezione naturale è che sia molto importante ma che agisca più nelle fasi di stabilizzazione delle popolazioni che nel produrre le novità e i mutamenti. Per spiegare questi bisogna introdurre altri fattori». L’antropologo dunque concorda con il celebre  biologo e genetista statunitense Richard Lewontin, secondo cui «il segreto, ancora largamente misterioso, risiede senz’altro in proprietà interne, nell’organizzazione dei sistemi genetici, non nella selezione naturale», e in un’altra occasione: «la teoria di Darwin della selezione naturale ha delle falle fatali».

Tattersall tuttavia non concorda con il paleontologo Simon Conway Morris secondo cui la comparsa dell’Homo Sapiens sarebbe stata inevitabile, ma ci tiene comunque a ribadire l’unicità dell’uomo rispetto a tutte le altre creature: «noi uomini ricostruiamo il mondo nella nostra testa e produciamo oggetti frutto di questa rielaborazione; non ci limitiamo, come altri animali, a reagire agli stimoli che arrivano dal mondo. Pensando alle grandi scimmie, capita spesso di sentire dire che “hanno fatto cose che finora si pensava facessero solo gli uomini”: tuttavia non si può affermare che arrivino ad avere una capacità simbolica. È questo l’abisso cognitivo tra noi e le scimmie». E sopratutto: «il passaggio dall’Homo “non simbolico” all’Homo “simbolico” era impensabile, ma è accaduto; ed è accaduto in un unico evento, non gradualmente».

Sotto l’intervista di Tattersall, pubblicata su “Ilsussidiario.net” ha commentato il prof. Andrea Moro, linguista e neuroscienziato, ordinario di linguistica generale presso la Scuola Superiore Universitaria IUSS Pavia dove è responsabile della Classe di Scienze Umane e presso l’università Vita-Salute San Raffaele. Ha voluto sottolineare che secondo lui «la posizione importante di Tattersall sottolinea un filone di ricerche ben affermato: le scimmie non parlano “perché non possono”. Tuttavia il motivo, a mio avviso, non sta nella simbolizzazione […]. La vera differenza, come intuì Cartesio, sta semmai nel fatto che nessun animale può ricavare senso dalla combinazione dei simboli, cioè da quello che dall’epoca ellenistica chiamiamo “sintassi” […]. Ed è proprio dalla combinazione di simboli, dalla sintassi cioè, che si spalanca l’infinito nel linguaggio umano, e solo in quello. È questo il fatto inaspettato e clamoroso che differenzia noi da tutti gli altri animali. E questo “infinito presente” è anche alla base di altre capacità cognitive umane come la musica. Come diceva Chomsky negli anni 50 del secolo scorso “gli esseri umani sono progettati in modo speciale” per apprendere il linguaggio secondo modalità che ci portano dritti a riconoscere il mistero».

 

Qui sotto il video dell’incontro “Evoluzione biologica e natura dell’essere umano” svoltosi al “Meeting” di Rimini. Assieme a Tattersall partecipano W.E. Carroll, teologo di Oxford e Marco Bersanelli, ordinario di Astrofisica

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