A sostegno di una nuova teoria dell’evoluzione (II° parte)


di Michele Forastiere*
*professore di matematica e fisica

 

Nel precedente articolo abbiamo cominciato ad affrontare il problema dell’eventuale superamento scientifico della Sintesi Moderna, e più esattamente del riduzionismo monodiano quale paradigma esplicativo di ogni cambiamento evolutivo.

Per comprendere esattamente cosa comporti inquadrare l’evoluzione nello schema neo‑darwinista, andiamo ad analizzare uno degli esempi di “onnipotenza della contingenza” esaminati da Stephen Jay Gould nell’ultimo capitolo de La vita meravigliosa, riguardante l’origine dei vertebrati terrestri (i tetrapodi).

Circa 370 milioni di anni fa, nel Devoniano, i pesci dominavano i mari. Si ritiene che i vertebrati terrestri moderni discendano da un piccolo gruppo di questi, l’ordine degli osteolepiformi dei pesci sarcopterigi (“dalle pinne carnose”). La maggior parte dei pesci sfoggiava, e sfoggia tuttora, pinne costituite da una serie di raggi sottili irradiantisi dall’asse dorsale. Senza nessun motivo, invece, un oscuro antenato dei sarcopterigi sviluppò una struttura della pinna molto diversa, fissata a un robusto asse aggiuntivo perpendicolare al corpo. Questa soluzione si sarebbe rivelata indispensabile per la conquista della terraferma… ma non aveva nessun tipo di vantaggio evolutivo evidente in ambiente subacqueo. Una recente ricerca condotta da Stephanie Pierce, Jennifer Clack e John Hutchinson ha in effetti evidenziato che ittiostega – a lungo ritenuto una forma di transizione tra pesci e anfibi, interamente acquatica ma capace di comode “passeggiate all’asciutto” – fosse in realtà del tutto impossibilitato a compiere i movimenti necessari per camminare. Un semplice pesce dalle pinne carnose, insomma, dotato per combinazione di alcune delle caratteristiche necessarie all’uscita dall’acqua. Come si afferma nell’articolo: «I primi tetrapodi, e i pesci che hanno dato loro origine, furono inizialmente interpretati come animali adatti all’ambiente terrestre con pinne o arti capaci di sopportare pesi. Fin dai primi anni ‘90, tuttavia, nuove scoperte fossili e interpretazioni anatomiche hanno dimostrato che i primi vertebrati dotati di arti avevano abitudini primariamente acquatiche e che gli arti si sono evoluti prima dell’abilità di “camminare” sulla terraferma”. La comparsa della caratteristica indispensabile per la futura evoluzione dei tetrapodi non sarebbe stata, dunque, nient’altro che un puro e semplice “colpo di fortuna”.

Ora, la domanda che Gould pone è la seguente: sarebbe possibile immaginare, in una Terra in cui ciò non fosse avvenuto – in un pianeta abitato cioè solo da invertebrati e vertebrati marini privi di forti arti – l’esistenza di scienziati capaci di porsi le nostre stesse domande sull’origine della vita intelligente? Secondo Gould no: gli insetti, gli unici animali forniti di buone capacità di manipolazione fine viventi in ambiente terrestre, non hanno mai mostrato una tendenza all’evoluzione di doti cognitive di alto livello, pur essendo comparsi molto prima dei mammiferi. Si badi bene: qui non si nega la possibilità di spiegare il successo evolutivo dei discendenti del primo ignoto sarcopterigio con qualche scenario neo-darwinista di “selezione del più adatto” (ne esistono diversi di plausibili), o magari di giustificare l’origine stessa del passaggio al tetrapodismo (“evidentemente si è trattato di un evento di exaptation da strutture organiche preesistenti”, si dice); piuttosto, si sottolinea la casualità di importanti “innovazioni” macro-evolutive, che si sarebbero rivelate adatte alla bisogna solo molto tempo dopo la loro comparsa. In realtà, basta pensare a quanto sia improbabile la fissazione nel genoma dell’informazione relativa a una singola proteina utile – mediante i soli meccanismi riduzionistici di mescolamento e mutazione puntiforme del DNA – per capire quanto poco convincente sia ognuno dei suddetti scenari evolutivi: anche il fenomeno dell’exaptation, in fondo, conta sul riadattamento di un numero finito di strutture organiche già funzionanti, sebbene per scopi diversi.

In definitiva, bisogna rendersi conto che l’intera storia della vita sulla Terra è costellata di “coincidenze fortunate” di questo genere; e sebbene sia sempre possibile una spiegazione riduzionistica conforme allo schema “mutazione genetica casuale ‑ selezione naturale”, capace di spiegare a posteriori ognuno di tali eventi, questa soluzione non si può ritenere soddisfacente dal punto di vista scientifico. Come abbiamo più volte osservato, infatti, l’assunto riduzionistico che l’evoluzione non sia in definitiva altro che una lunghissima successione di “eventi fortunati” – ognuno, tra l’altro, con una probabilità bassissima di verificarsi, data la relazione non lineare tra genotipo e fenotipo – conduce a una sola possibile conclusione logica: deve esistere una quantità infinita di risorse probabilistiche (casi possibili e tempo a disposizione) utilizzabili dal processo evolutivo. In altre parole, il dogma monodiano porta alla credenza nel multiverso. Un’idea, questa, che non è affatto sostenuta dalla scienza e che entra in conflitto, più in generale, anche con la logica (vedere per esempio quiqui e qui).

Se, dunque, l’interpretazione della realtà fatta a partire da certe premesse assiomatiche porta a conclusioni poco sostenibili dal punto di vista logico e scientifico, che cosa ne dobbiamo dedurre? Indubbiamente che ci deve essere qualche errore – di carattere scientifico o logico – nelle premesse, oppure nelle varie ipotesi assunte nel corso dell’interpretazione successiva.
A me sembra che il dilemma si possa ricondurre a due alternative:

  1. O è sbagliato l’approccio riduzionistico al problema dell’evoluzione biologica;
  2. O è sbagliata l’idea di un’evoluzione guidata solo dal caso.

 

Si capisce che nessuna delle due alternative è in contrasto con una visione teistica, mentre solo la seconda lo è decisamente con quella ateistica (salvo che non si voglia ammettere, con Richard Dawkins e lo scrittore di fantascienza David Brin la possibilità di un ID alieno). Da un punto di vista strettamente scientifico, sanamente agnostico, la prima alternativa sembrerebbe dunque essere l’unica possibile. Certamente, l’abbandono di un paradigma così profondamente consolidato quale quello riduzionistico potrà sembrare a tanti un salto nell’ignoto; tanto più che molti intravedono in questa operazione il “rischio” di giungere a una forma di conoscenza della realtà materiale comunque “sporcata” da tentazioni teleologiche o neo-platoniche, che trovano francamente intollerabili. Ma tant’è: se la scienza vorrà mantenere il suo carattere galileiano originario, dovranno essere le interpretazioni filosofiche a piegarsi all’evidenza empirica, e non viceversa.

Potrebbe dunque valere la pena di costruire una teoria evolutiva che emerga finalmente dalle sabbie mobili della Sintesi Moderna? Secondo il famoso microbiologo Carl Woese, certamente sì. Si tratterebbe, in realtà, di mirare alla fondazione di una vera e propria “Fisica dei Sistemi Viventi” (definita così in analogia con la Fisica dei Sistemi Complessi). Insomma, si dovrebbe tentare di sottrarre la teoria dell’evoluzione dalle grinfie del Caso monodiano, allo scopo di riportarla nell’alveo della Necessità scientifica e riconciliarla così con l’evidenza empirica.
A me pare che la strada verso la costruzione di una Fisica dei Sistemi Viventi dovrà necessariamente procedere attraverso i seguenti passi:

  1. demolizione (parziale) del vecchio edificio dogmatico, attraverso argomenti epistemologici e osservazioni scientifiche (“pars destruens”);
  2. costruzione di una possibile “impalcatura” per la futura erezione del nuovo edificio, soprattutto attraverso considerazioni epistemologiche non limitate dal paradigma riduzionista, e
  3. graduale inserimento di vecchi e nuovi dati scientifici come “mattoni” per la costruzione del nuovo edificio (“pars construens”).

 

Come sappiamo, molti scienziati e filosofi hanno lavorato e stanno lavorando al punto 1 dell’elenco precedente; pochi ai punti 2 o 3. Eva Jablonka e Marion Lamb, per esempio, hanno proposto una teoria dell’evoluzione “a quattro dimensioni”  in cui si rigetta l’immagine dell’”Albero della Vita” di darwiniana memoria (più correttamente, alla luce di quanto si sa oggi grazie alla paleontologia, del “Cespuglio della Vita”) e si adotta invece quella di una “rete” di strette relazioni che si estendono sia nello spazio (attraverso la condivisione orizzontale dei genomi) che nel tempo (attraverso l’ereditarietà: genetica, epigenetica, comportamentale e simbolica). D’altra parte, la teoria di Jablonka e Lamb, pur rifiutando il principale caposaldo del neo-darwinismo (il gradualismo) – e giungendo perfino ad ammettere la possibilità di trasmissione ereditaria di tipo lamarckiano – non sembra ancora capace di distaccarsi da un quadro interpretativo riduzionistico: non viene infatti prospettato alcuno schema di livello superiore (una Fisica dei Sistemi Viventi, insomma) che spieghi in qualche modo i meccanismi di interazione che creano e tengono insieme la “Rete della Vita”. Un’altra just-so story, dunque, solo di dimensioni gigantesche.

Eppure, nell’evoluzione a quattro dimensioni fanno capolino due importanti elementi nuovi: l’ereditarietà comportamentale e simbolica. Ora, il comportamento e i simboli sono oggetti di studio tanto scientifico quanto filosofico, che fanno parte di quel mondo “mentale” che tende a sfuggire, come sappiamo, ad un’analisi riduzionistica (vedere qui e qui). Insomma, si intravede nella teoria di Jablonka e Lamb un “punto cieco” che lascia probabilmente spazio a una rilettura delle scienze evolutive finalmente affrancata dal dogma monodiano.

Credo, in conclusione, che si debba e si possa fare molto di più dal punto di vista interpretativo, rispetto a questi – pur importantissimi – tentativi di rifondazione di un paradigma scientifico ormai sclerotizzato, quale è il neo-darwinismo. È evidente, infatti, che un’impresa del genere richieda, oltre a una quantità di prove sperimentali, dosi massicce di “interpretazione filosofica”. In quest’ultimo senso, ogni contributo (per quanto piccolo) può essere importante. Penso, perciò, sia proprio arrivato il momento in cui chiunque abbia fiducia nella scienza galileiana e creda nella capacità della ragione umana di leggere la Realtà (ma soprattutto non tema di incappare in tentazioni teleologiche), cominci seriamente a darsi da fare per la realizzazione della tanto attesa “pars construens” di una nuova teoria dell’evoluzione, per la costruzione di una vera Fisica dei Sistemi Viventi.

Un interessante tentativo sta per essere avviato sul sito web di Enzo Pennetta, www.criticascientifica.it, come viene spiegato in questa pagina.

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53 commenti a A sostegno di una nuova teoria dell’evoluzione (II° parte)

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  1. Capitan ovvio ha detto

    Mi sai parlare di _Acanthostega gunnari_?

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    • Daphnos ha detto in risposta a Capitan ovvio

      Pare di sì, visto che ne tratta indirettamente all’inizio dell’articolo.

      0
    • Michele Forastiere ha detto in risposta a Capitan ovvio

      E’ un esserino indubbiamente interessante, una sorta di anfibio primitivo con otto dita (http://en.wikipedia.org/wiki/Acanthostega). Il fatto è, però, che mi pare evidente che esso non si possa identificare con l’ oscuro antenato dei sarcopterigi di cui parlo nel testo! D’altra parte, come avrà notato, qui non si sta facendo affatto la polemica (fin troppo classica, se vogliamo) sulla mancanza di anelli mancanti… il ragionamento, ripreso pari pari da Stephen J. Gould, è di tutt’altro genere.

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    • Enzo Pennetta ha detto in risposta a Capitan ovvio

      Capitan ovvio, ma che fa…. si mette a interrogare come un professore a scuola?!?

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      • Capitan ovvio ha detto in risposta a Enzo Pennetta

        Non voglio fare il professore di scuola, ma, dalla risposta che mi avete dato avete dimostrato quanto poco conoscete dell’argomento.
        Non voglio dilungarmi, ma citate Gould o gente come Jablonka senza nemmeno avere idea di cosa dicono.
        So che l’argomento del post trattato non è l’origine dei tetrapodi, ma a mio parere non se ne può parlare senza conoscere Acanthostega, il genere chiave sull’origine acquatica degli arti dei tetrapodi: citi di animaletti dotati di arti ma totalmente adattati alla vita acquatica e ignori totalmente Acanthostega (il quale, checché ne dica Wikipedia, non è né un anfibio inteso come appartenente al clade che comprende Lissamphibia e i relativi estinti, né anfibio inteso come “doppia vita” dato che era totalmente acquatico). In poche parole, qui si sta parlando e citando cose a sproposito senza conoscerne appieno il significato e definendole semplici.
        Chiudo qui il discorso, perché, date le premesse (gli stessi due articoli), non può che nascere una discussione sterile ed inconcludente, piena di manzoneschi latinorum e totalmente priva di dati paleontologici.
        Sia ben chiaro, qui non si tratta della vostra “teoria del complotto sull’ignoranza di chi va contro l’evoluzione darwiniana (qualunche cosa significhi)” ma è un palese dato di fatto: sarebbe come tentare di discutere della Seconda Guerra Mondiale con qualcuno che non conosce Roosevelt.

        PS: per la cronaca i “sarcopterigi” erano diffusissimi nel devoniano.

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        • enrico ha detto in risposta a Capitan ovvio

          @ Capitan Ovvio

          Scusi la curiosità.
          Come fa a sapere che era totalmente acquatico?

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          • Capitan ovvio ha detto in risposta a enrico

            La curiosità è sempre ben accetta^^
            Prima di tutto bisogna capire cosa si intende con totalmente acquatico, cioè un animale che passa la quasi totalità della sua vita in acqua.
            Non significa nè che respiri attraverso branchie (vedi un delfino)nè che non sia in grado di muoversi per brevi distanze sulla terra ferma (vedi animali come le anguille).
            Nel caso di Acanthostega si parla di un animale tipo anguilla o pesce gatto, solo con polmoni (i polmoni sono una condizione primitiva dei sarcopterigi e non hanno necessariamente il compito di assorbire ossigeno dall’atmosfera, vedi per esempio i dipnoi).
            Fatte queste premesse Acanthostega è un animale quasi completamente adatto alla vita acquatica e decisamente poco adatto a muoversi sulla terra ferma.
            Ovviamente per affermare una cosa simile bisogna conoscere l’anatomia dell’animale: la prima cosa che salta all’occhio e che lo rende molto più “acquatico” di Ichthyostega è la mancanza di costole molto sviluppate che sorreggono le viscere; la seconda riguarda le articolazioni degli arti, che, pur avendo omero, radio e ulna, “polso” e “dita” (e le rispettive degli arti posteriori), non sono adatte a reggere un peso sulla terra ferma (sono quasi immobili); inoltre la forma stessa degli arti ricorda più quella di una pagaia (stile pinna di foca) che non un arto utile per la deambulazione; infine i due cinti mostrano una muscolatura poco sviluppata (ogni muscolo è ancorato ad un osso, e questo lascia segni sulle ossa, più il muscolo è sviluppato, più ampio sarà la zona di attacco, per esempio puoi vedere la cresta ossea sul cranio di un gorilla o l’ileo di un tirannosauro).
            Ci sono anche altre caratteristiche, come mancanza di prezigapofisi tra le vertebre e cosa del genere, ma non voglio inoltrarmi in tecninicismi e latinorum inutili, credo che già questi semplici elementi possano bastare.

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            • enrico ha detto in risposta a Capitan ovvio

              @Capitan ovvio

              ok
              Comunque risulta non “totalmente acquatico” come un pesce, bensì un animale che qualche scorrazzatina sulla terraferma poteva farsela.
              Lei saprà meglio di me visto che cita il tirannosauro che le ricostruzioni delle posture dell’animale o le sue abitudini alimentari (spazzino o predatore attivo) sono di volta in volta proposte come verità proprio da ricostruzioni come quella che ci ha proposto sopra per l’ Acanthostega gunnari.
              Detto questo cosa dimostrerebbe l’ Acanthostega gunnari?

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              • Capitan ovvio ha detto in risposta a enrico

                Lo sapevo che ve ne sareste usciti con “non totalmente acquatici”XD. Un cane non è un animale acquatico ma sa nuotare, le capre domestiche non hanno adattamenti alla vita arboricola, ma sanno “arrampicarsi” bene sugli alberi. Il senso del discorso era “non è un pesce rosso ma un pesce gatto”, il quale, come credo sappiate, non ha alcun adattamento alla vita terrestre.
                Era un modo per darvi un’idea visiva delle abitudini di Acanthostega e per spiegarvi che gli arti non si sono evoluti per camminare sulla terra ferma.
                Era solo un esempio per chiarirvi meglio le idee…
                Non dovete immaginare la natura a blocchi (come del resto l’evoluzione, vedi il libro di Jablonka).

                Per quello che riguarda le ricostruzioni paleontologiche, è normale che cambino, ma non è che un giorno usciremo col dire che il tirannosauro camminava su quattro zampe e si nutriva di insalata. Inoltre non esiste nessuno studio scientifico che parla di postura verticale di Tyrannosaurus o dell’essere spazzino (questa è solo l’idea di un paleontologo). Mentre esiste più di uno studio che parla di Acanthostega acquatico.
                Comunque non per offenderti, è normale, ma una frase del genere dimostra che non sai come funziona la ricerca paleontologica.

                “Detto questo cosa dimostrerebbe l’ Acanthostega gunnari?”
                Paleontologicamente parlando che gli arti si sono voluti per nuotare meglio e poi sono stati utilizzati per camminare (il preadattamento di cui parlava l’articolo, anche se lo definiva un colpo di fortuna senza utilità).
                Ai fini del discorso invece è stato introdotto per far notare come si parla (in questo caso) di evoluzione di tetrapodi senza conoscere nemmeno un genere chiave che riguarda questo discorso. Ho scelto Achantostega, perché è stato implicitamente accennato nell’articolo, ma a quanto pare, lo si è ritenuto soltanto un “esserino interessante” che non fa testo ai fini del discorso. Avrei pure potuto chiedere come è fatta la pinna di un sarcopterigio e il perchè ha a che fare con il nostro arto.
                Ripeto è come parlare della seconda guerra mondiale senza conoscere Roosevelt.

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                • Enzo Pennetta ha detto in risposta a Capitan ovvio

                  Paleontologicamente e ai fini del discorso quello che lei dice non cambia nulla e assume solo il ruolo di contestazione fine a sé stessa.

                  Che poi “gli arti si sono voluti per nuotare meglio” è un’affermazione veramente sorprendente: lei quindi, essendo dotato di 4 arti, nuota meglio di un merluzzo?!?

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                • Piero ha detto in risposta a Capitan ovvio

                  Ma se gli arti gli sono serviti per nuotare meglio (e quindi si adattava meglio alla vita acquatica) , che ci andava a fare sulla terraferma?

                  P.S.: salutaci paolo. 😉

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                • EquesFidus ha detto in risposta a Capitan ovvio

                  A dir la verità, in Acanthostega e non solo, l’evoluzione di arti in animali acquatici è una prova delle exaptation, ovverosia dell’evoluzione di un tratto per un determinato scopo, poi mutuato per un altro. Per esempio, le piume si sono evolute anzitutto per la termoregolazione dell’animale, e solo dopo si sono dimostrate adatte al volo. Così, in Acanthostega (e in questi altri curiosi animali del Devoniano) molto probabilmente le zampe in realtà servivano per muoversi sul fondo, esattamente come fa un pesce odierno, l’antennaride. In sostanza, però, stiamo parlando comunque sia di un animale acquatico, munito di branchie e di una coda molto muscolosa, ben adatta al nuoto. Poi, strutture simili in altri animali hanno dato origine alla zampa tetrapode (e Acanthostega non può essere un diretto antenato dei vertebrati terrestri, per tutta una serie di ragioni) vera e propria, ma è plausibile che, anche in questo caso, si trattasse di zampe adatte per muoversi sul fondale, e solo in seguito rivelatesi adatte per poter sostenere uno stile di vita anfibio.

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                  • Capitan ovvio ha detto in risposta a EquesFidus

                    Infatti io ho parlato di preadattamento, il termine italiano di exaptation.
                    Comunque erano adatti al nuoto principalmente, il movimento sul fondo è relativo, bisognerebbe avere più dati sul paleoambiente dove viveva, in più quegli arti sono ottimi per nuotare (gli anteriori ricordano molto le pinne delle foche).
                    “Acanthostega non può essere un diretto antenato dei vertebrati terrestri, per tutta una serie di ragioni”
                    Questa è una cosa ovvia: nessun paleontologo serio pretenderebbe mai di aver trovato l’antenato di qualcosa, però è un ottimo modello per spiegare l’evoluzione della zampa dei tetrapodi.
                    Per le penne il discordo è molto più complesso…(credimi)

                    Gli altri commenti possono benissimo essere ignorati perchè le risposte sarebbero lapalissiane.

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                    • EquesFidus ha detto in risposta a Capitan ovvio

                      Sì, lo so, le mie erano precisazione. tanto più che il termine “preadattamento” è ambiguo, una traduzione più esatta potrebbe essere “esattamento”, comunque sia preferisco il termine inglese originario.

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                    • Panthom ha detto in risposta a Capitan ovvio

                      @Capitan Ovvio
                      Mi sembri un po’ troppo una testa calda, vero? La tua arroganza mi fa capire che c’è qualcosa che devi assolutamente difendere pena chissà quale sconfitta a livello filosofico-ideologico. Perché il neodarwinismo vale così tanto per la tua vita? Perché pur di difendere una semplice teoria scientifica scateni tanta saccenza e arroganza? La cosa puzza…vuoi vedere che si tratta di una teoria filosofica per sostenere e giustificare certe convinzioni religiose (o irreligiose)?? Mah…chi lo sa…

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                    • enrico ha detto in risposta a Capitan ovvio

                      @ Capitan ovvio

                      ““Acanthostega non può essere un diretto antenato dei vertebrati terrestri, per tutta una serie di ragioni”
                      Questa è una cosa ovvia: nessun paleontologo serio pretenderebbe mai di aver trovato l’antenato di qualcosa, però è un ottimo modello per spiegare l’evoluzione della zampa dei tetrapodi.”

                      E quindi?

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                • enrico ha detto in risposta a Capitan ovvio

                  @ Capitan ovvio

                  “Comunque non per offenderti, è normale, ma una frase del genere dimostra che non sai come funziona la ricerca paleontologica.”

                  Che discorsi, perchè dovrei offendermi sono chimico e non paleontologo.

                  Francamente anche a me sembra strano che gli arti servissero per nuotare meglio.

                  Io credo che non sia così semplice dedurre tutte le informazioni che lei mi ha descritto nell’intervento del 16/09 alle ore 13.10.
                  Può essere che mi stia sbagliando.
                  In che condizioni sono i fossili di questo “acanthostega gunnari”?

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  2. Giorgio Masiero ha detto

    Anche questo secondo intervento, Michele, è stato per me illuminante e di estrema importanza, e ti ringrazio. Innanzitutto è ricchissimo di informazioni e di link, per tutti coloro che sono interessati a conoscere gli studi che si stanno facendo in giro per il mondo sul problema dell’origine della vita e della speciazione, alternativi ai racconti fantasiosi della Sintesi moderna. Spero che tu possa continuare queste tue ricerche, Michele, e che continui a rendercene partecipi!
    Ma ciò che mi ha soprattutto impressionato è la strategia che proponi per costruire questa “Fisica dei sistemi viventi”, da scandire in 3 momenti paralleli: Demolizione (“pars destruens” del darwinismo), Costruzione (dell’architettura epistemologica di ogni nuova teoria) e Inserimento (del patrimonio di dati disponibili, finora usati monopolisticamente dal darwinismo, per la pars construens di nuove teorie biologico-chimico-fisiche autenticamente scientifiche). Mi soffermo brevemente sulle prime due fasi, anche se ciascuna meriterebbe un adeguato approfondimento.
    Demolizione del darwinismo. E’ importante secondo me ribadire che la pars destruens è altrettanto importante della pars construens e va perseguita con tenacia e continuità in parallelo alla seconda. E’ come se ci trovassimo davanti alle macerie di una città distrutta dalla guerra. 1) C’è chi propone di “conservarle” e fare un’operazione continua di aggiornamento e restauro: sono i miglioristi del darwinismo, che vogliono assorbire ogni nuova scoperta anche contraddittoria all’interno del vecchio paradigma. Ma così si ritarda solo la costruzione della nuova città. 2) C’è chi dice di “mantenere” le macerie e viverci, finché non abbiamo una città nuova: sono quelli che dicono che finché non abbiamo una teoria alternativa, ci dobbiamo tenere il darwinismo anche se sbagliato. Ma così non potremmo mai, per mancanza di spazio e risorse, costruire la nuova città. 3) C’è chi infine dice che dobbiamo “sgombrare” le macerie per impegnarci a costruire il nuovo. Questo è mi pare l’approccio che tu proponi. Corretto. Se in un modo o nell’altro ci teniamo una teoria che non spiega, finiremo come Boncinelli nel suo ultimo libro col negare i fatti e dire che “la coscienza è un’illusione”, anziché riconoscere che il darwinismo non è in grado di spiegare la coscienza!
    Costruzione dell’architettura epistemologica delle nuove teorie. Qui mi pare che, accanto alla ferma difesa del ciclo galileiano della scienza moderna (osservazione → intuizione → ipotesi teoretica → predizione → osservazione) tu perori l’uso degli strumenti matematici dei sistemi complessi. Lo condivido, anche alla luce delle evidenze che contraddicono il riduzionismo fisico, ovvero che le proprietà e le funzioni dei sistemi viventi siano spiegabili con la somma delle proprietà dei loro elementi chimico-fisici costituenti. In fondo, se ci pensiamo bene, nemmeno più la fisica spiega più (ormai da 151 anni) le proprietà dei sistemi (semplici) inanimati in modo riduzionistico, ma ricorre al concetto di “campo” e ad equazioni non lineari. Vorrei aggiungere a questa tua proposta un’altra: la seconda legge della termodinamica. E’ ora che una biologia che ambisce a chiamarsi scientifica si metta in testa che deve rispettare questa che è “la legge più certa dell’Universo” (Einstein) perché coincide con la freccia del tempo; e che, come si fa in fisica, non può spiegare l’evoluzione dal caos all’ordine col comodo deus ex machina del caso, ma attraverso il duro reperimento di “leggi”. Mi fermo, perché mi accorgo di stare scrivendo un articolo!

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  3. Antonio72 ha detto

    Certamente è interessante la Fisica dei Sistemi Viventi, tuttavia è innegabile che essa rappresenti uno sconovolgimento della scienza classica, una sorta di fisica rivoluzionaria anti-scientifica, se consideriamo l’ossatura riduzionista di qualsiasi scienza. Anzi è proprio l’approccio riduzionista che ha delineato, si potrebbe dire, le “speciazioni” scientifiche, la suddivisione in branche e sottobranche fino a livelli quasi pseudoscientifici. Si pensi solo all’imponente fioritura delle scienze neuro+, da cui vengono derivate la neuroscienza dell’economia, di questo e di quell’altro, come se l’uomo avesse in dotazione più di un cervello. Naturalmente il riduzionismo scientifico ha consentito di fare passi da gigante alla scienza in qualsiasi campo, progessi impensabili con la visione olistica pre-scientifica. Tuttavia, almeno secondo me, esiste un peccato originale che si alimenta proprio dagli innumerevoli e progressivi successi scientifico-tecnologici. Il peccato è credere che siccome la scienza riduzionista funziona allora di conseguenza la realtà stessa è improntata al riduzionismo. Errore grossolano da cui sono derivate le teorie neodarwiniste e quelle che addirittura vorrebbero spiegare l’origine della vita casuale. Viceversa gli scienziati che si occupano dell’interazione di campi magnetici con le molecole biologiche sono considerati alla stregua di maghi superstiziosi. Eppure è proprio dal parossismo riduzionista della biologica molecolare che ne viene l’insussistenza del riduzionismo scientifico. Una molecola sa esattamente con quale altra molecola reagire e quali evitare, non esiste alcuna casualità a livello molecolare. Allora deve esistere un livello superiore, un direttore d’orchestra; non è invece accettabile la teoria di una sorta di perfetto equilibrio nel regime anarchico delle diverse funzioni. Il corpo umano è qualcosa di più dell’insieme di cuore, polmoni, stomaco, ecc.. E la stessa mente è qualcosa che si espande oltre il solo tessuto cerebrale (si pensi ai marcatori somatici del neuropsicologo Antonio Damasio).

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    • Giorgio Masiero ha detto in risposta a Antonio72

      No, Antonio, ti sbagli, maledizione! Non è la scienza ad essere riduzionista, ma solo la biologia molecolare e tutte le scienze derivate, comprese gran parte di genetica e neuroscienze. La fisica, per es., da 151 anni non lo è più, dopo l’introduzione dei campi, dopo la relatività generale (che contiene equazioni non lineari), dopo la non località della MQ, ecc. Hai mai sentito parlare di teoria della complessità? di reti neuronali? di fisica dei sistemi viventi, appunto?
      Quindi questa Fisica non sarà, come dici, “una sorta di fisica rivoluzionaria anti-scientifica”, né “uno sconvolgimento della fisica classica” (la fisica di Maxwell e di Einstein è classica senza essere riduzionista), ma sarà semmai uno sconvolgimento (perfettamente lecito all’interno del paradigma scientifico galileiano) del riduzionismo alla base della biologia molecolare.
      Ma su questo sarà opportuno ritornare, per non lasciare diffondere gravi equivoci come i tuoi, che sono pericolosissimi perché, guarda caso, si sposano con le accuse dei darwinisti che tutto ciò che si muove fuori del darwinismo è antiscientifico!

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      • Antonio72 ha detto in risposta a Giorgio Masiero

        Professore, forse non mi sono spiegato bene. E’ ovvio che la scienza sia fondata sul paradigma riduzionista, altrimenti non saremmo mai arrivati all’atomo in fisica e al DNA in biologia.
        Per me riduzionismo significa ridurre qualsiasi sistema complesso (un organismo vivente, il corpo umano) per spiegarne il funzionamento, ovvero credere che un sistema, anche complesso come lo è qualsiasi organismo vivente (ed in fisica, mi dispiace, ma sistemi così complessi semplicemente non esistono), deve essere analizzato nelle sue singole parti per poterlo spiegare a livello complessivo.
        E da ciò che è nata la scienza moderna, o meglio le scienze moderne viste le molteplici specializzazioni settoriali anche all’interno di una stessa branca scientifica.
        Di certo in fisica siamo molto avanti da questo punto di vista già da tempo (ma secondo me l’oggetto studiato dalla fisica non è un sistema complesso), ma in biologia il ritardo esiste ed è innegabile. Prendo solo un esempio per semplificare, le cosiddette tecniche di neuroimaging. Da cosa derivano se non dalla credenza riduzionistica dell’equazione mente=cervello? In quelle tecniche si registra l’attività neurale, ovvero pressapoco si rilevano le diverse concentrazioni di sangue nel tessuto cerebrale. La domanda è ovvia, quanto sconcertante per il riduzionista: e perchè solo il cervello? Esiste una mente-cervello senza un corpo? Delle ricerche fisico/biologiche sull’interazione tra campi magnetici e le molecole di un organismo, ho già accennato. Ma chi le studia viene evidentemente emarginato dalla scienza cosiddetta ufficiale perchè non se ne sa nulla.

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      • Antonio72 ha detto in risposta a Giorgio Masiero

        PS
        In ogni caso anche in fisica si è arrivati ad una teoria non riduzionista quando paradossalmente ne si è raggiunto il parossismo con l’acceleratore di particelle, ovvero quella macchina che riduce la materia ai suoi elementi essenziali. Fino a quando, per dirla pressapoco come Heisenberg, si è scoperto che la suddivisione non aveva più senso.
        Ma la biologia è ovviamente un’altra cosa.

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        • Giorgio Masiero ha detto in risposta a Antonio72

          Questa si chiama ritirata: spero che sia strategica e non tattica.
          Se adesso stai dicendo che la biologia persiste ad essere riduzionista, mentre la fisica non lo è più da un pezzo (e infatti: mica si è fermata agli atomi dell’800, ma poi ha trovato i campi e la relatività generale e la meccanica quantistica!), l’ho già detto io e siamo d’accordo. Ma non è quello che avevi detto nel primo commento.
          Il riduzionismo filosofico è una cosa.
          Il riduzionismo scientifico è tutta un’altra cosa, è un approccio matematico a studiare un sistema attraverso lo studio della somma delle sue parti. E questo è lecito, ha avuto successo in tante scoperte. Però in matematica ci sono anche altri strumenti, per es. la teoria dei sistemi, che la scienza applica altrettanto correntemente e con successo, quando lo studio di un sistema non si risolve nello studio delle sue parti, ma richiede un approccio olistico.
          Quindi, per piacere, non parlare più della “fisica dei sistemi viventi [e non, aggiungo io] come innegabilmente di una sorta di fisica rivoluzionaria anti-scientifica, se consideriamo l’ossatura riduzionista di qualsiasi scienza”: queste parole potrebbero essere state scritte nel ‘7-800, oggi non hanno senso.

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  4. Marco Comandè ha detto

    Un vezzo di molta scienza è quello di anteporre le proprie opinioni all’astrattezza delle leggi di natura. Per questo poi si assiste a tanti litigi verbali (e fisici) nelle varie accademie. Ma il risultato finale è semplicemente una modifica obiettiva a vecchie leggi già sperimentate. Einstein ha dimostrato che alcuni concetti di Newton andrebbero rivisti perchè sbagliati. Noi intanto continuiamo a studiare Newton, per la delizia del nostro essere. Allo stesso modo studiamo il caso e la necessità biologici.
    Ma tanto per iniziare a cercare l’astrattezza delle leggi di natura: se il caso non esiste, allora chi in questo sito sa indicare quali saranno i geni, umani ovviamente, che indicheranno una resistenza all’aids, alla malaria, al virus ebola? E quali geni vegetali ci permetteranno di massimizzare il profitto senza far uso di insetticidi? Si badi bene: non si mette in discussione il fatto che tali geni possano esistere o essere già stati trovati (leggasi: OGM e incroci selettivi tra piante coltivate e selvatiche, con tanto di marcatori fluorescenti da laboratorio di Frankenstein). Il problema è che l’inesistenza o non predominanza del caso dovrebbero permetterci di minimizzare il costo della ricerca e scongiurare spese eccessive di fronte ad attese esagerate.
    L’onere della prova spetta non a chi ha introdotto il caso (Darwin, Monod, Dawkins), ma a chi vuole scongiurarlo: ci indichi una strada che possa evitare ricerche inutili e costose, spesso crudeli come la sperimentazione su embrioni e animali. Coraggio, fate una previsione sul futuro della lotta all’Aids!
    Immagino già l’obiezione: anche chi parla di caso deve fare previsioni sul futuro di Gaia, il Pianeta Terra. Ma già qui si può estrarre qualcosa: se le mutazioni genetiche hanno luogo in base alla classica legge della probabilità (1 su mille di cecità, 1 su mille di SLA, 1 su mille di incremento della forza muscolare, ecc.), allora bisognerebbe solo aspettare e ricercare i sopravvissuti alle epidemie per individuare quelle mutazioni. Alcune prostitute africane (credo nigeriane) non sono colpite da Aids, ma se non le avessimo cercate e se la legge della probabilità non esistesse, allora queste prostitute non sarebbero mai esistite.
    La legge della probabilità non è quel mostro descritto dai creazionisti mascherati da anti-Dawkins: dice semplicemente quanti lanci bisogna fare per ottenere con certezza un dato risultato (es. 26 per ottenere sei nel gioco del dado).
    L’unico fattore interessante riguardante le molecole pre-biotiche e quelle viventi è l’accumularsi di esperienze. Cioè: se un sistema inanimato riceve energia dal sole, si muta ma poi ritorna a essere inerte, cioè ritorna alla legge della probabilità per attendere nuova linfa dai fotoni, invece un sistema biologico apprende da questa esperienza e cerca di cumularla senza affidarsi al caso.
    Questo ha portato alla riproduzione sessuale, che permette di scegliere il partner dai geni desiderati. Come ha detto Gould: la selezione ambientale è casuale, la selezione sessuale è causale.

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    • enrico ha detto in risposta a Marco Comandè

      @ Marco Comandè

      “Einstein ha dimostrato che alcuni concetti di Newton andrebbero rivisti perchè sbagliati”

      Veramente dipende dal sistema di riferimento, i “concetti” di Newton non erano “sbagliati”.

      “se il caso non esiste”
      Cosa significa “se il caso non esiste”, penso che nessuno qui ritenga la statistica una non scienza. Da quanto ho letto, ormai in diversi articoli su questo sito, si contesta che posta l’ ipotesi neodarwinista la probabilità estremamente bassa e combinata rispetto agli snodi che implicano l’evoluzione non sia compatibile con i tempi che l’evoluzione ha avuto a disposizione.
      E’ una critica lecita. Penso che una teoria dovrebbe fornire modelli a sostegno delle proprie ipotesi compatibili con le osservazioni sperimentali.

      Le ricerche scientifiche non vengono propriamente svolte “a caso” ma si formulano delle ipotesi,tanto per dire nella sintesi chimica, in base alle caratteristiche delle molecole e alla loro reattività, poi può essere che la sintesi non avvenga nel modo atteso, ma questo perchè qualche variabile non era stata considerata, non per il “caso”.

      “se un sistema inanimato riceve energia dal sole, si muta ma poi ritorna a essere inerte, cioè ritorna alla legge della probabilità per attendere nuova linfa dai fotoni, invece un sistema biologico apprende da questa esperienza e cerca di cumularla senza affidarsi al caso.”

      Questa frase mi lascia sbigottito.
      Siamo a visioni panteistiche in cui la materia “animata” “pensa”.
      Ma non aveva appena fatto l’elogio del caso?

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      • Marco Comandè ha detto in risposta a enrico

        Einstein ha contraddetto Newton introducendo la gravità per spiegare il moto dei fotoni.
        Quanto alle osservazioni sul “caso”, insisto che in questo sito si prendono posizioni manichee buoni/cattivi. Il caso neodarwiniano non è il cattivo e non esclude affatto altre forme di sviluppo: la selezione sessuale pesca proprio dal caso, infatti se tutti i partner fossero uguali allora non ci dovrebbe essere selezione, ma se per caso uno dei partner ipotetici fosse “diverso” e quindi desiderato, allora si avvierebbe la scelta del compagno di prole. Allo stesso modo gli allevamenti e le manipolazioni sulle piante avvengono pescando nel caotico movimento di mutazioni genetiche.

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        • Nadia ha detto in risposta a Marco Comandè

          “Einstein ha contraddetto Newton introducendo la gravità per spiegare il moto dei fotoni”: ma tu, Comandé, quanti esami hai superato in fisica per aver sommato tante perle in 13 parole?

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          • enrico ha detto in risposta a Nadia

            @ Nadia

            Pare che Comandè si riferisca a Gilbert Newton Lewis, non a sir Isaac Newton.

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          • Marco Comandè ha detto in risposta a Nadia

            Nessun esame, se ti fa piacere. Semmai spiegami, visto che ne sai molto, la deflessione grativazionale della luce: cioè il moto apparente delle stelle in cielo quando c’è l’eclissi solare e/o lunare.

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            • Marco Comandè ha detto in risposta a Marco Comandè

              Dato che il fotone non ha massa, non dovrebbe subire interferenze gravitazionali, stando a Newton, ma il fotone ha una velocità costante altissima, che genera energia e l’energia, per la formula di Einstein, interagisce con la gravità.

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              • Marco Comandè ha detto in risposta a Marco Comandè

                Ah, dimenticavo il famoso tunnel del gran sasso. Ci sono situazioni in cui la luce ha una velocità inferiore a quella dei neutrini.

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                • Marco Comandè ha detto in risposta a Marco Comandè

                  Ultima perla: alcuni fisici contemporanei stanno perfino mettendo in dubbio la costante della luce! Essendo la velocità una combinazione di distanza e tempo, allora (non si sa come) manipolando l’una e l’altro si potrebbero ottenere velocità superluminarie. Paradossalmente! Esistono già teorie in cui è negato l’assunto “immutabile” di Einstein. L’esperimento EPR, che doveva dimostrare come non si potesse superare la velocità della luce, è fallibile? Il fatto che Einstein ripetesse ossessivamente come la velocità della luce fosse assoluta, rende fuori gioco lo scienziato? No! (E nemmeno Darwin e il neodarwinismo).

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                  • Nadia ha detto in risposta a Marco Comandè

                    Vedi, Comandé, si capiva subito che non hai fatto un solo esame di fisica, perché a perle continui ad aggiungerne altre, senza la precisione del linguaggio che si richiede ad uno che parli correttamente di fisica. Io ne ho contate in media 2 per ogni tuo intervento. Cominciamo:
                    1) “Einstein ha introdotto la gravità…”: no, Einstein non ha introdotto la gravità. Questa è nota fin dai tempi più antichi ed è conosciuta anche dalle scimmie che scuotono gli alberi per raccogliere le noccioline. Einstein ha inventato la relatività generale.
                    2) “… per spiegare il moto dei fotoni”: no, Einstein ha introdotto la relatività generale per spiegare il mistero della coincidenza di massa inerziale e massa gravitazionale, mosso anche dalla concezione di Mach sulla relatività di tutti i tipi di moto, accelerati o meno.
                    3) “… Ci sono situazioni in cui la luce ha una velocità inferiore …”: questo si sa da alcuni decenni prima di Einstein, allorché si imparò a misurare la velocità della luce, e non c’entra nulla con la relatività. Tutti gli studenti del liceo imparano infatti che la velocità della luce dipende dall’indice di rifrazione del mezzo.
                    4) Sulle 6 righe del tuo commento delle 13.26 preferisco tacere. Non saprei da che parte cominciare. Ma perché, Comandè, non fai come tutti noi poveri mortali? Perché cioè non parli soltanto di ciò che sai, di ciò in cui credi fermamente perché conosci quello che dici, e lasci perdere voli pindarici su argomenti complessi e difficili, di cui ti sei solo fatto un’infarinatura qua e là e su cui hai idee confuse?

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                    • Piero ha detto in risposta a Nadia

                      Il signorino si e’ definito “tuttologo”.
                      Come d’altronde si ritiene il nostro amico Antonio72…

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                    • Marco Comandè ha detto in risposta a Nadia

                      Se si vuole cercare il pelo nell’uovo… Quando scrivo “introdotto la gravità per i fotoni” è ovvio che uso un linguaggio giornalistico, se si vuole criticare questo mi sembra che usciamo dal discorso, perchè qua facciamo filosofia della scienza (e della religione) e non scienza o esegesi biblica, che lascio non senza invidia agli esperti, è ben poco consono criticare qualcuno su quello su cui si diletta, vogliamo quindi tornare al metodo scientifico invece che alla scienza pura? Non è corretto spezzettare la frase per poi criticarmi su Einstein che parla di gravità come se non fosse ovvio che parlasse del moto della luce, ma qui il discorso è se il neodarinismo possa considerarsi scienza allo stesso modo con cui la fisica post relativistica possa andare oltre Einstein. E non va bene: lo sanno tutti che Einstein ha i suoi limiti (es. dove sta la teoria del tutto?), quindi i fisici si stanno scervellando, anche facendo ipotesi cervellottiche e sballate, ma è così che ragiona la scienza. Se qualcosa non funziona, è ovvio che ci deve essere una falla da qualche parte, ma dove? Mancando le idee, si lascia andare a brighe sciolte la fantasia. Sto semplicemente raccontando quello che sta succedendo nei laboratori di fisica teorica, che è lo stesso di quello che avviene nei laboratori di biologia e nelle riviste recensite da Telmo Pievani. Quindi quello che stanno facendo le varie scuole post-darwiniane non è eretico, come sembrerebbe da questo articolo.
                      Però non posso concludere con una richiesta: visto che Nadia è più esperta di me, perchè non prova a conciliare la teoria quantistica con la relatività di Einstein per spiegare poi la teoria del tutto? Altrimenti non è corretto criticare i voli di fantasia degli altri scienziati e i miei dilettevoli studi di fisica.

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                  • Wil ha detto in risposta a Marco Comandè

                    Scusa, Nadia, non per infierire sul povero Comandé, ma vorrei anch’io commentare la sua frase: “Dato che il fotone non ha massa, non dovrebbe subire interferenze gravitazionali, stando a Newton, ma il fotone ha una velocità costante altissima, che genera energia e l’energia, per la formula di Einstein, interagisce con la gravità”, perché è sublime da quanto è comica.
                    1. Stando a Newton il fotone non dovrebbe subire interferenze gravitazionali, essendo privo di massa, dice Comandé. Ma, secondo te Comandé, Newton sapeva dell’esistenza del fotone? di particelle prive di massa? 2. Il fotone ha velocità altissima che genera energia ecc., ecc., dice Comandè. Ma che cosa c’entra la velocità del fotone con il tensore di energia del campo gravitazionale?! Non lo sai, Comandè, che l’energia dei fotoni dipende dalla loro frequenza, e non dalla loro velocità?

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                    • Marco Comandè ha detto in risposta a Wil

                      Punto primo: sul corriere della sera è uscito l’astruso libro di Isaac Newton su “Scritti sulla luce e i colori”. (Possiamo quindi tornare a un tono da conversazione invece di evidenziare la “sublime da quanto è comica”?
                      Punto secondo: non sto entrando nei dettagli di come la gravità deflette la luce, quindi è sufficiente dire che la deflessione è dovuta al moto, ovvero all’energia cinetica, del fotone. Certo, se poi ti ritieni più esperto di me, Wil, perchè non fai la tua spiegazione partendo dalla deflessione della luce invece che dalla frequenza delle onde?

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            • Piero ha detto in risposta a Marco Comandè

              Ahi Ahi Ahi una vera pecca per uno che si definisce “tuttologo”.
              Il fatto che le masse deformino lo spazio-tempo ti dice niente?

              Cosa c’entra poi il “moto apparente delle stelle in cielo quando c’è l’eclissi solare” (tralasciamo “lunare”)?
              Se ti riferisci all’osservazione dell’eclisse del 1919, cominciamo col dire che le misurazioni erano state “aggiustate” di un poco per coincidere con i risultati teorici (almeno questo ricordo).
              Si voleva vedere se la luce delle stelle, passando vicino ad un corpo massiccio (quale il Sole) sarebbero deviate o no.
              Chiaramente non si poteva fare in altro momento perche’ c’e’ il piccolo problema che quando il Sole e’ visibile siamo in pieno giorno.

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              • Marco Comandè ha detto in risposta a Piero

                Che significa “tralasciamo lunare”? Ecco il sito che ne parla in modo infantile (nel senso che ne parla come ne parlerei io e non un esperto):
                http://it.wikipedia.org/wiki/Eclissi_lunare
                Quanto al fatto che ricordi l’esperimento di Einstein, non dovrebbe essere sufficiente sottolineare che fino ad oggi sono state fatte migliaia di misurazioni, sempre più precise?

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                • Piero ha detto in risposta a Marco Comandè

                  “tralasciamo lunare” vuol dire che non c’entra niente un’eclissi lunare con lo studio della distorsione della luce di una stella da parte di un corpo massiccio.
                  O forse vuoi dire che durante le eclissi lunari la Luna distorce con il suo campo gravitazionale la luce delle stelle? Allora si potrebbe vedere ogni notte, non solo durante le eclissi lunari.
                  Non capisco proprio cosa c’entri l’eclisse lunare.
                  Puoi essere piu’ preciso?

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                  • Marco Comandè ha detto in risposta a Piero

                    Giusto, si potrebbe vedere ogni notte, ma così non sembrerebbe. Semmai il problema è che eclissi lunare significa che il sole si trova nella posizione tale da non arrivare alla luna e quindi da non riflettersi su di essa. Che effetti ha sulla visione delle stelle? L’unica risposta che conosco, finora, (ma cercherò di approfondire) è che hanno registrato il passaggio di Venere sul sole, che poi sarebbe eclissi parziale, e quindi hanno verificato in tutte le frequenze di luce quali distorsioni abbia provocato nelle misurazioni degli strumenti (cannocchiali, satelliti, infrarosso, ecc.). Il discorso originario era quello di Galileo-Einstein-Darwin-Dawkins. Io dico che il metodo scientifico applicato dai post-relativisti è molto simile a quello dei neodarwiniani.

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                    • Piero ha detto in risposta a Marco Comandè

                      stai facendo un pastrocchio che la meta’ bastava…
                      Cosa c’entra la luce del Sole che non arriva alla Luna e che non si riflette?
                      Allora vediamo di spiegarci, semplificando molto le cose:
                      l’ipotesi e’ che la massa di un corpo possa deformare lo spazio-tempo tanto che i raggi di luce possano seguire un cammino curvo, cosi’ come succede per l’effetto “Fata Morgana” d’estate.
                      Come lo verifichiamo? Visto che il corpo piu’ massiccio che ci troviamo vicino e che conosciamo abbastanza e’ il Sole vogliamo vedere se la luce passando vicino ad esso devia il proprio percorso “rettilineo” (peccato che non si possano fare disegni).
                      Qui c’e’ un’immagine
                      http://lnx.eanweb.com/wp-content/uploads/2012/01/eclisse-29-maggio-1919.jpg

                      Peccato che per vedere le stelle debba esserci la notte, mentre per vedere il Sole ci vuole il giorno (lapalissiano).
                      Come si risolve? Aspettando un’eclisse! E proprio questo e’ stato fatto. In realta’ nel 1919 la “scienza” fotografica non era cosi’ avanzata e lo scostamento era cosi’ piccolo che in pratica l’esperimento in realta’ non dimostrava niente.
                      Quindi non c’entra niente la luce del Sole sulla Luna nelle eclissi di Luna, il passaggio di Venere sul Sole (che poi cosa vuoi misurare? la deviazione della luce solare dovuta a Venere? Semmai un tale passaggio e’ utile per l’esame dell’atmosfera di Venere!)
                      tacciamo per carita’ sul “e quindi hanno verificato in tutte le frequenze di luce quali distorsioni abbia provocato nelle misurazioni degli strumenti (cannocchiali, satelliti, infrarosso, ecc.)”
                      Quindi evitiamo per favore di parlare in latinorum di cose che non si conoscono con l’intento di impressionare il proprio interlocutore.

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  5. Enzo Pennetta ha detto

    Ciao Michele,
    non posso che condividere pienamente anche questa seconda parte del tuo intervento.

    Siamo di fronte ad una biologia che nel ricorrere le proprie speculazioni osserva la realtà e ci proietta quello che vorrebbe vedere, il caso di ittiostega segue quello clamoroso del celacanto, la storia si ripete a distanza di decenni, i fossili vengono interpretati in modo forzato per confermare le ipotesi neodarwiniane a costo di falsarne la realtà.

    La teoria dell’evoluzione necessita di essere profondamente riformata, e i punti che hai indicato sono i passaggi obbligati di un tale percorso.

    Ma perché questo possa avvenire c’è bisogno che cresca un substrato culturale consapevole, e in questo senso la pubblicazione di articoli come questo su siti come UCCR è uno strumento indispensabile.

    Grazie per il tuo lavoro, ovviamente rinnovo l’invito a replicare con un articolo su CS, proprio nella nuova sezione che hai citato in fondo al tuo articolo e che ti ringrazio di aver segnalato.

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  6. Nadia ha detto

    Bene, lasciamo perdere la fisica e torniamo alla filosofia della scienza.
    Qui, però, secondo me non andiamo meglio, Comandè, perché quando osservi che la relatività di Einstein non si concilia con la meccanica quantistica, dici un’ovvietà CHE NON VA AD INTACCARE la scientificità né della teoria di Einstein né della meccanica quantistica. Infatti nessuna teoria scientifica ha l’ambizione di spiegare TUTTO, e nemmeno lo farà la cosiddetta teoria del tutto, ammesso che esista, perché riunirà solo in un unico frame i 4 campi della fisica, ma non spiegherà niente, che so, riguardo ai problemi aperti della biologia o della chimica organica.
    La teoria di Einstein è scientifica e sarà sempre scientifica, come quella di Newton che è stato superato da Einstein e come quella di Tolomeo che è stato superato da Newton.
    Prima di procedere nella nostra discussione, ti chiedo se sei d’accordo ed anche di definire che cos’è per te la caratteristica di una teoria scientifica, che la differenzia da una teoria non scientifica, come sono i sistemi matematici, filosofici, artistici, ecc.

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  7. Luca ha detto

    Sono passato accanto a, ho visto, conosciuto nella mia vita forse diecimila donne. Eppure solo con una di queste vivo ed ho deciso di “mescolare” e tramandare i miei geni. Può essere chiamato “caso” ? Noi due sappiamo come QUEL caso possa essere analizzato in un numero indefinito di precise componenti: cultura, età, esperienze, sensibilità. Più o meno composte a loro volta dall’eredità delle nostre famiglie, paese, religione …). Eppure se volessimo considerare tutte queste componenti in modo complessivo non potremmo che parlare di caso (o se preferite di un colpo di fortuna assolutamente inimmaginabile, al di fuori di qualsiasi legge di probabilità). Questo non ci impedisce minimamente di trovare un senso alla nostra unione, di ricollocarla in un “progetto” molto preciso, sicuramente razionale eppure ben al di sopra delle nostre volontà e persino capacità di comprensione.
    La nostra unione dura da 26 anni, homo sapiens é comparso 200000 anni fa, i sarcopterigi polmonati esistono da 420 milioni di anni, i tetrapodi (ora estinti) sono comparsi 3oo milioni di anni fa. Quanti “casi” come il mio saranno successi sulla faccia della terra in 120 milioni di anni (tra sarcopterigi e tetrapodi) ? Ne teniamo conto quando parliamo di “probabilità” dell’evoluzione ? Bastano pochi casi “fortunati” … Quanti sarcopterigi vissuti in questo lunghissimo arco temporale si sono fossilizzati ? Quanti di questi fossili sono finiti sotto gli occhi di unio studioso ? Che probabilità abbiamo di osservare davvero uno di quei pochi “casi fortunati” o se preferite un “anello mancante” ?
    Infine: quando parliamo di scienze naturali e di storia della terra il metodo galileiano c’entra poco, perché il passato non lo possiamo ricreare o “pre-vedere” (semmai “retro-vedere”). Questo non impedisce alla Scienze Naturali (così diverse dalla Fisica) di essere una disciplina scientifica assolutamente razionale. Scrivo questo perché continuo a non capire come soggetti cattolici razionali continuino a considerare tabù parlare di evoluzionismo darwiniano ed in particolare di “caso”. Qualunque cosa sia successa non potremo mai verificarla sperimentalmente (vivessimo 120 milioni di anni …) eppure questo non ci impedisce di trovare un senso alla storia nella nostra prospettiva di credenti.

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