Interessante studio sulla fede religiosa nel mondo

Pochi giorni fa il “National Opinion Research Center” dell’Università di Chicago ha pubblicato un importante studio sulle “credenze a proposito di Dio”. L’istituto è molto autorevole, anche se non specializzato in materia di religione. I dati emersi non sono certamente nuovi, ma elaborano dati già noti che vengono dall’“International Social Survey Programme” da tre precedenti versioni: 1991, 1998 e 2008. Riguardano inoltre un solo indicatore, cioè le credenze (“believing”), ma trascurando gli altri due: “belonging” (appartenenze, misurate principalmente dalla partecipazione ai riti religiosi) e “behaving” (comportamenti).

Le statistiche non hanno mai interessato i cattolici, essi sanno benissimo che la loro fede non dipende affatto dai numeri. Anzi, una chiesa con meno fedeli sarebbe magari facilitata a purificarsi, migliorando anche l’efficacia del suo messaggio. Ai laicisti furiosi, al contrario, queste pubblicazioni offrono uno stimolo di senso nella loro quotidianità, tanto che la più nota congregazione di atei in Italia, che si autodefinisce “confessione religiosa”, ha emesso addirittura un comunicato di festa (puntualmente ignorato). Vale la pena allora prendere in considerazione i risultati dello studio, verificando se questo momento di eccitazione appare essere giustificato: la prima cosa che si nota sono le conclusioni degli stessi ricercatori, i quali affermano che nei Paesi presi in considerazione c’è un lieve aumento di coloro che si dichiarano “non credenti”, e tuttavia questo aumento è talmente ridotto in numeri assoluti da rientrare nel margine dell’errore statistico. Inoltre, riporta Vito Mancuso su “Repubblica”, si rimane perplessi sulla selezione dei Paesi da analizzare: per il Sud america c’è solo il Cile, per l’Asia ci sono solo Giappone e Filippine, esclusa completaemente la Cina, l’India e tutti i paesi delle aree buddista e islamica, esclusa completamente l’Africa. Secondo Mancuso, «se lo studio avesse considerato l’andamento della fede su scala mondiale, le conclusioni sarebbero non dissimili da quelle di due giornalisti dell’Economist, Micklethwait e Wooldridge, uno cattolico e l’altro ateo, che nel 2009 pubblicarono a New York un volume la cui tesi è già nel titolo: “God is Back” (“Dio è tornato”)».

Alcuni dati appaiono interessanti. Occorre premettere che la ricerca, basata su indagini telefoniche (con tutti i problemi consueti che derivano da essa) suddivide gli atei in “forti” (veramente convinti) e “deboli” (lontani dalla religione ma con dubbi e domande). In Italia oltre il 50% dei giovani con meno di 28 anni ha un rapporto personale con Dio e la Chiesa è l’istituzione di cui ci si fida di più accanto alla scuola. Gli atei “forti” sono l’1,7%, e i “deboli” dal 5,9 al 7,4% a seconda di come i sociologi pongono loro le domande. In Russia, tra il 1998 e il 2008, in il numero di atei è sceso dell’11,8% con un aumento addirittura del 17,3% del numero dei credenti rispetto al 1991, mentre in Israele si assiste ad un forte aumento di credenti (più del 20%). Lo “scandalo pedofilia” ha invece, comprensibilmente, diminuito il numero di credenti in Irlanda, anche se gli atei sono aumentati solo del 3%. Nelle Filippine i credenti “forti” sono il 91,9% e gli atei “forti” lo 0,1%, in Cile abbiamo l’88% di credenti, negli Stati Uniti l‘81% e in Polonia l’80%. Fanalino di coda sono le regioni che ancora portano i segni del proselitismo ateo compiuto sotto la dittatura comunista (e indirettamente quella nazista), come nell’ex Germania Est: c’è un lieve aumento dei credenti, ma gli atei rimangono al 52,1%. Caso unico nel mondo.

Sempre secondo Mancuso, la perdita della fede in Dio durante il decennio 1998-2008 risulta più alta proprio nei paesi tradizionalmente cattolici, e per questo la Chiesa -secondo lui- dovrebbe abolire «la legge ecclesiastica e non biblica del celibato sacerdotale, aprendo al diaconato e al cardinalato femminile, rivedendo le leggi anacronistiche in tema di morale sessuale e di disciplina dei sacramenti». La risposta realista arriva da “Avvenire”, dove si spiega che la spiritualità cattolica, al contrario delle altre, è caratterizzata da un profondo e spesso sofferto “attaccamento alla realtà”, non trovano posto in essa «sentimenti religiosi fumosi, sospirosi, inoggettivabili». E’ quindi comprensibile che soffra maggiormente in un periodo storico poco incline all’oggettività e  maggiormente esposto alla debolezza del relativismo. Anche la soluzione auspicata da Mancuso è non realistalo vediamo nella crisi che ha sconvolto la comunità anglicana e protestante a causa di illecite aperture progressiste. Al contrario, si sono fortificate le comunità religiose che hanno evitato le modifiche auspicate da Mancuso.

L’ultima conclusione dei ricercatori è che in genere entrando nell’età della maturità, molte persone si riavvicinano a Dio. Per i vecchi laicisti impegnati a “corteggiare” costantemente i giovani è il dato più importante di questo studio. Ma in realtà occorre capire che la morte è paradossalmente lo stimolo più efficace a pensare alla vita, cioè al suo senso. E’ divertente poi far notare che la ricerca scientifica stabilisce che il cervello migliora dopo i 55 anni, che la maggioranza di scoperte scientifiche -per questo- vengono fatte in tarda età, e che a 80 anni si è generalmente molto più felici di quando si aveva 30 anni. Insomma, attenzione a tirare conclusioni frettolose.

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