Un frammento del Vangelo di Marco del primo secolo?

«Con questo articolo diamo avvio alla collaborazione con Piero Piccoli, studioso di cristianesimo delle origini, del “Gesù storico” e degli immaginari della modernità relativi al cristianesimo e alla storia della Chiesa. Ha studiato storia del cristianesimo antico presso l’università di Roma “La Sapienza” e teologia presso la Pontifica Università Lateranense. Ha fatto per anni parte del comitato direttivo di una ONLUS e da oltre un quindicennio è bibliotecario presso una plurisecolare istituzione pontificia, per la quale si occupa di gestire e catalogare il patrimonio librario posseduto»

 

di Piero Piccoli*
*studioso di Cristianesimo delle origini

 

Il mondo accademico neotestamentario in questi giorni è in fibrillazione. Durante un recente dibattito tra Bart D. Ehrman, che immagino non abbia bisogno di presentazioni, e Daniel B. Wallace, professore di Nuovo Testamento presso il Dallas Theological Seminary, nonché direttore esecutivo del Center for the Study of New Testament Manuscripts, uno dei massimi esperti al mondo dei manoscritti del Nuovo Testamento, quest’ultimo, nel rispondere alle solite argomentazioni di Ehrman sull’inaffidabilità dei manoscritti del Nuovo Testamento in nostro possesso e quindi sull’impossibilità di ricostruirne il testo originale, ha dato in anteprima una notizia che se confermata avrebbe praticamente dello straordinario. Secondo Wallace infatti sono stati recentemente scoperti, o meglio identificati, alcuni manoscritti, su papiro, contenti brani del Nuovo Testamento e databili al primo secolo d.C.

Come è noto, sinora eravamo in possesso solamente di alcuni frammenti del secondo secolo e nessuno del primo (se si escludono alcuni frammenti provenienti da Qumran, come il 7Q5, ma la cui identificazione è quantomeno dubbia). Tra questi manoscritti però, secondo Wallace, ce ne è uno in particolare, contenente una porzione del Vangelo di Marco, che potrebbe essere datato al primo secolo secondo alcuni noti paleografi, la cui identità non è stata resa nota, interpellati a tale proposito. Sarebbe, se se fosse vero, il più antico testimone testuale in nostro possesso! Wallace non è stato più preciso, aggiungendo che questo era quanto poteva al momento dire, ma che entro un anno sarebbe uscita, per i tipi della Brill, nota casa editrice scientifica, una edizione critica di questi frammenti con tutti i dati necessari. Inutile dire che un simile annuncio ha scatenato la curiosità di esperti e non esperti, che hanno cercato immediatamente di avere ulteriori notizie e conferme, soprattutto riguardo al frammento marciano databile paleograficamente forse al primo secolo d.C.

Le notizie a proposito sono tuttora scarse, ma qualcosa di più è filtrato. I frammenti ritrovati e identificati farebbero parte della Collezione Green, probabilmente la maggiore collezione privata al mondo di manoscritti di ogni epoca, molti dei quali non ancora studiati e catalogati. Sarebbero stati ritrovati all’interno dei bendaggi di alcuni resti mummificati la cui origine non è nota. I frammenti in questione sarebbero:
1. frammento del II secolo con Ebrei 1
2. frammento del II secolo con 1Corinti 8-10
3. frammento del II secolo con passi non meglio identificati di Matteo
4. frammento del II secolo con Romani 8-9
5. frammento del II secolo con parte di una lettera di Paolo, forse Ebrei
6. frammento del II secolo con passi non meglio identificati di Luca
7. frammento forse databile al I secolo con passi non meglio identificati di Marco.

Benché tutti questi frammenti, data la loro antichità, sono estremamente importanti, l’attenzione di tutti si è subito concentrata sul frammento di Marco, portando anche a ipotesi alquanto ardite sia sulla trasmissione testuale dei vangeli sia sulla affidabilità degli stessi. A questo proposito è bene pertanto mettere in chiaro alcuni punti. Innanzitutto si tratta solamente di un annuncio, peraltro vago, con troppi pochi dati a disposizione (ad esempio la grandezza e i contenuti di questo frammento) per poter formulare un giudizio che non sia avventato. Certo, Wallace è persona preparatissima e affidabile e nessuno si sogna di dargli del fanfarone, ma questi frammenti necessitano di essere analizzati dalla comunità scientifica prima di poter formulare un giudizio ragionato e condiviso, se mai peraltro sarà possibile farlo (come nel caso del famoso frammento 7Q5, per il quale non c’è accordo tra gli studiosi). Per il momento bisogna semplicemente prendere questa notizia con estrema cautela, necessaria anche perché la datazione paleografica non è mai una datazione precisa, ma ha sempre un margine di errore che può essere anche di decine di anni, così che tale frammento potrebbe risultare in effetti del secondo secolo.

Ipotizzando che venga confermata tale datazione bassa, ovvero che si crei un consenso accademico sulla datazione al primo secolo di questo frammento: quali sono le effettive conseguenze di questo? Cosa ne possiamo ricavare e cosa soprattutto non ne possiamo dedurre? Per quel che riguarda il primo aspetto, mi sembra non necessario insistere particolarmente su quanto un frammento del primo secolo d.C. possa essere importante quale testimone fisico e testuale. La sua importanza certo dipende anche dalla sua grandezza e dai suoi contenuti, tuttavia sembra indubbio che esso possa darci notizie preziose, così come del resto i restanti sei frammenti, sulla trasmissione testuale del Nuovo Testamento. Sappiamo che la maggior parte delle varianti sono state originate probabilmente entro il II secolo, così che riuscirne ad individuare di questo frammento e anche degli altri sei, rispetto a quanto attualmente in nostro possesso, potrebbe portare a individuare meglio ad esempio l’origine di alcune famiglie testuali o il modo in cui sono sviluppate, o al contrario potrebbe rafforzare l’ipotesi di una trasmissione testuale, in alcuni ambienti e tradizioni, sostanzialmente integra e fedele almeno all’interno del primo secolo o nella prima parte del secondo. Sarebbe questo un grande risultato.

E’ importante tuttavia anche sottolineare cosa non ci si deve aspettare da questo frammento: innanzitutto non ha alcuna relazione con il frammento 7Q5 sopra citato, non proviene infatti, per quanto è dato sapere, da Qumran e non può essere utilizzato per sostenere l’attribuzione marciana del 7Q5. Questo frammento non può essere preso come prova per una retrodatazione del Vangelo di Marco rispetto all’attuale data di composizione posta attorno al 70 d.C. L’analisi paleografica, così come quella filologica in generale, non possiede questa precisione a meno di indizi precisi presenti nel testo stesso, nel supporto o addirittura nell’ambiente in cui è stato ritrovato il reperto in esame. Nulla fa supporre che nel caso in questione vi siano indicazioni di questo genere (cosa che per questo genere di frammenti sarebbe più unica che rara). Ogni conclusione nel senso di una retrodatazione sarebbe pertanto del tutto arbitraria. Per quanto possa essere importante un frammento papiraceo così antico, esso non ha influenza sulla ipotizzata data di composizione del Vangelo di Marco, giacché oramai tutti gli esperti la collocano ben entro il primo secolo, attorno al 70 d.C. (senza contare le varie ipotesi di retrodatazione, che però al momento non sono riuscite a conquistare un consenso maggioritario in ambito accademico). Nulla di nuovo dunque può dirci questo frammento riguardo alla datazione di Marco. Altresì importante è sottolineare come quand’anche fosse confermata (con tutti i limiti noti che hanno queste datazioni) la datazione del I secolo, questo nulla ci dice sull’affidabilità dei Vangeli, ovvero sul loro contenuto. Ciò che al massimo questo frammento può dirci è in che misura già nel primo secolo la trasmissione testuale dei vangeli fosse più o meno integra e fedele (quantomeno rispetto al testo del Nuovo Testamento sinora ricostruito). Non è possibile inferire infatti da qualsiasi stadio della trasmissione testuale il grado di affidabilità di un testo, ovvero dei suoi contenuti, rispetto a quanto descritto nello stesso, ma solo eventualmente la sua maggiore o minore corrispondenza a un presunto originale che tra l’altro neppure possediamo e neppure siamo sicuri sia mai esistito. Per quanto si possa essere tentati di usare in maniera apologetica questa importantissima scoperta, si deve tenere ben presente che operazioni del tipo illustrate sopra sarebbero fallaci e fallimentari. Aspettiamo pertanto di poter leggere e studiare l’edizione critica di questi frammenti per poterli inserire in maniera adeguata all’interno della storia del Nuovo Testamento.

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