Strategia del linguaggio gay: che cos’è realmente l’omosessualità?


 
di Adamo Creato*
*ex omosessuale

 

Il sorprendente seguito che i cosiddetti “diritti gay” registrano rappresenta il trionfo dell’inganno sulla semplice logica. Anche le persone intelligenti arrivano immancabilmente a conclusioni che fanno acqua da tutte le parti. I simpatizzanti dei “gay” non sono necessariamente più creduloni degli altri, sono semplicemente portati ad accettare delle conclusioni senza prima esaminarne le premesse. Chi decide il significato delle parole controlla il dibattito e, nel nostro caso, i termini sono stati definiti (e inventati) dai sofisti del movimento omosessualista. Il sofisma è l’arte greca di persuasione attraverso un falso e sottile ragionamento. La chiave per superare i sofismi, quindi, è quella di semplificare e chiarire ciò che è stato intenzionalmente reso complesso e vago. Bisogna iniziare a definire i termini e i concetti utilizzati negli argomenti del dibattito. Si scopre così che la maggior parte degli argomenti a sostegno dei “diritti dei gay” dipendono da falsi presupposti  e da termini volutamente ambigui. In pratica “fumo negli occhi”. Tra i termini e i concetti più comunemente usati dagli omosessualisti troviamo, ad esempio, omosessualità, orientamento sessuale, eterosessismo, omofobia, tolleranza, ecc. Queste parole sono usate per forzare la questione dell’omosessualità nel contesto dei diritti civili. Un contesto, questo, scelto per favorire l’assimilazione dei “gay” a vittime e mettere i loro avversari nella posizione di oppressori.

Che cos’è l’omosessualità ad esempio? Qualcuno potrebbero essere tentato di saltare questa parte perché pensa di conoscere già questo termine commettendo il primo errore. Con la mancanza di chiarezza sui termini essenziali si cade immediatamente intrappolati da ipotesi errate. La definizione di omosessualità non è così evidente come si potrebbe pensare. Fino al 1986, l’omosessualità è stata universalmente definita come “condotta sessuale con persone dello stesso sesso“. Un omosessuale, quindi, era colui (o colei) che metteva in pratica tale condotta. Il movimento omosessualista si accontentava di questa definizione, secondo la quale il termine “omosessualità”  aveva senso solo in relazione al comportamento sessuale con lo stesso genere. Dopo il 1986, gli omosessualisti hanno cominciato a ridefinire l’omosessualità come una “condizione normale e immutabile equivalente all’eterosessualità“, uno “stato d’essere”, quindi, completamente indipendente dal comportamento.

I motivi di questo cambio di strategia da parte degli attivisti gay è presto detto: nel 1986 la Corte Suprema degli Stati Uniti, chiamata a pronunciarsi sul caso Bowers contro Hardwick, ha confermato il diritto degli Stati di considerare reato alcuni comportamenti sessuali. Il movimento “gay” aveva sostenuto che la sodomia omosessuale doveva essere considerata dalla Corte come un diritto fondamentale, riguardante la sfera privata, non diverso dai rapporti sessuali coniugali. La Corte respinse fermamente tale argomento e il diritto costituzionale degli Stati di regolare la condotta omosessuale rimase legge. Veniva così ostacolato l’obiettivo di legittimare il comportamento omosessuale considerandolo un diritto fondamentale. L’unico argomento rimasto, col quale si poteva pretendere una protezione costituzionale, era riuscire ad accedere allo “status di minoranza“. La Corte Suprema degli Stati Uniti, però, riconosce lo status di minoranza solo per quei gruppi che: 1) hanno subito una storia di discriminazione, 2) sono incapaci di difendere se stessi, 3) sono definiti da caratteristiche immutabili.

Ecco perché il movimento “gay” ha avuto assoluto bisogno di negare che l’omosessualità sia basata su un comportamento, insistendo sul fatto che è innata e immutabile. Non è più questione di scienza, ma si tratta di una strategia giuridica e politica. Il problema è che non è possibile provarlo perchè non esiste un mezzo obiettivo per accertare se una persona è per sua natura omosessuale. Non si può fare un esame del sangue o test del DNA per dimostrare che “si è gay”. Dobbiamo dipendere unicamente dalla pretesa di una persona che dichiara che la sua omosessualità è innata. Chiaramente questo rende tale elemento di prova totalmente inaffidabile: auto-dichiararsi omosessuali non prova che la propria omosessualità è innata. Sulla questione della scelta, dobbiamo anche osservare che tutti i rapporti sessuali, eccetto lo stupro (ogni genere di violenza sessuale), sono atti volontari tra almeno due persone, e dunque, ogni atto sessuale implica una scelta consapevole. Oltre tutto, anche se l’inclinazione di una persona verso una forma di comportamento sessuale potrebbe, per varie ragioni, non essere consapevolmente scelta, la sola esistenza del desiderio non giustifica l’atto. Altrimenti bisognerebbe accettare come validi l’adulterio e la pedofilia. Esistono, infine, molti “gay” che ammettono liberamente che il loro stile di vita è una preferenza volontaria.

Paradossalmente, gli omosessualisti non vogliono neppure che sia trovata una causa biologica. Se la scienza dovesse identificare una causa biologica dell’omosessualità, quel giorno inizierebbe la “corsa alla cura” da parte di uomini e donne omosessuali anche se, in pubblico, continuerebbero a dichiarare il loro orgoglio gay. Dal momento che gli omosessualisti non possono dimostrare che gli omosessuali sono “nati così”, essa rimane solo un’ipotesi la quale non giustifica la modifica di politiche sociali abbondantemente collaudate. Non è la società che deve dimostrare che l’omosessualità non è innata, ma sono gli attivisti “gay” ad avere l’onere della prova. Al contrario, vi è abbondanza di prove che l’omosessualità non è innata: esiste un considerevole numero di testimonianze di migliaia di uomini e donne che una volta vivevano come “gay”. Questi “ex gay” hanno rinunciato al loro stile di vita precedente e molti sono tornati eterosessuali (in quanto ad auto-identificazione e nei desideri), mentre altri si sono fermati al raggiungimento della libertà da desideri omosessuali. La lotta del movimento omosessualista contro gli ex omosessuali (ovvero di dimostrare che essi in realtà non avevano una omosessualità innata oppure che mentono), è cruciale  perchè essi si posizionano in prima linea per smentire l’immutabilità omosessuale. L’odio dimostrato nei confronti degli ex omosessuali è causato proprio dalla questione dell’immutabilità. Una persona che lascia l’omosessualità è la dimostrazione vivente che essa è mutabile.

L’unica definizione accettabile di omosessualità risulta essere quindi: condotta sessuale con lo stesso genere. Un “gay” è una persona che definisce se stessa come colei che mette in pratica (o ha il desiderio di mettere in pratica) tale condotta. I sostenitori della tesi “nato così” dovrebbero riconoscere che non possono dimostrare la verità della loro tesi, e che dal momento che non possono provarlo, devono ammettere la possibilità che l’omosessualità può essere acquisita, senza discriminare gli ex omosessuali.

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110 commenti a Strategia del linguaggio gay: che cos’è realmente l’omosessualità?