Massachusetts, 1.000 abusi nelle diocesi dopo il Sessantotto
- Ultimissime
- 06 Ott 2026

Il nuovo report del procuratore generale del Massachusetts sugli abusi nelle diocesi cattoliche. Una conferma della corruzione morale del Sessantotto.
Nuovo report, nuove polemiche e stesse conferme.
In questi giorni i grandi media internazionale stanno rilanciando il nuovo rapporto dell’Attorney General del Massachusetts sui circa 1.000 bambini abusati da 270 membri del clero appartenenti alle diocesi di Fall River, Springfield e Worcester.
Questa affermazione poderosa necessita però di numerosi chiarimenti che, spesso, gli stessi organi di informazione non forniscono o, quando va bene, riducono a poche parole.
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Denunce, non condanne
Leggendo le duecento pagine del documento emerge innanzitutto che si tratta di denunce e accuse (pur ritenute credibili), non di casi accertati.
Si tratta, in particolare, di persone che decenni dopo i fatti hanno riferito un abuso.
L’inchiesta dell’Attorney General si è conclusa infatti senza nuove incriminazioni e la stessa procuratrice Andrea Joy Campbell ha osservato che «alcuni comportamenti non costituivano reato secondo la legge del Massachusetts al momento in cui si sono verificati e non possono essere perseguiti retroattivamente».
Le denunce vanno sempre prese in seria considerazione ma nessuno ha davvero verificato quanto riferiscono queste persone. E’ bene ricordare che in mezzo a tanti abusi, purtroppo realmente compiuti, esistono anche un’infinità di casi inventati, soprattutto a distanza di anni. La cronaca recente continua a dimostrarlo.
Gli stessi investigatori, consapevoli di questo limite, nello studiare le oltre 300.000 pagine di documenti fornite dalle diocesi del Massachusetts si sono infatti concentrati più sul cosiddetto fallimento istituzionale che sulle accuse stesse.
Il report è infatti focalizzato sui sacerdoti trasferiti nonostante l’essere segnati da accuse, sui ritorni al ministero dopo trattamenti inadeguati e su segnalazioni non sempre trasmesse con dovizia alle autorità.

Sessantotto e pedofilia: Michele Serra riapre un tema scomodo
(05/06/2026)
Abusi tra ’60 e ’70
L’indagine avviata nel 2019 e conclusa nel 2026 sembra però viziata dalla solita incapacità di contestualizzare i fatti.
Si applica infatti la sensibilità contemporanea al tema degli abusi ad epoche culturali distanti mezzo secolo fa, quando la società civile non possedeva le attuali conoscenze sulle tremende conseguenze fisiche e psichiche della pedofilia.
All’epoca, infatti, non solo la si considerava un vizio di poco conto ma gli ambienti più progressisti (e laici) sponsorizzavano apertamente il rapporto sessuale con i minori come inno alla liberazione dai tabù della borghesia.
Dal rapporto del procuratore generale del Massachusetts, come già accaduto nelle precedenti indagini (si vedano i report della Georgetown University e del Grand Jury della Pennsylvania), emerge infatti che la grande maggioranza degli abusi sessuali commessi da membri del clero sarebbe avvenuta proprio negli anni successivi al Sessantotto.
Le accuse esaminate nelle tre diocesi riguardano infatti soprattutto abusi negli anni Sessanta, Settanta e Ottanta, con una particolare esposizione negli anni Settanta.
Quasi tutti i casi considerati dall’indagine risalgono comunque ad un periodo ampiamente precedente al 2002, mentre le denunce sono spesso arrivate molti anni, e in alcuni casi decenni, dopo i fatti.

Chiesa, il 92% degli abusi durante il boom sessantottino
(22/01/2025)
Pedofilia e Sessantotto
Non è certo una coincidenza che proprio in quegli anni l’Occidente fu invaso dall’ubriacatura morale della rivoluzione sessuale sessantottina.
Anni che il quotidiano “Le Monde” ha definito «l’età dell’oro della glorificazione della pedofilia», ricordando che «in nome della liberazione sessuale, molti intellettuali e artisti difesero la pedofilia dopo il 1968».
Nel 2018 “Liberation” ha espresso rammarico per aver «effettivamente minimizzato, o addirittura difeso, la pedofilia».
Proprio negli Stati Uniti, all’epoca nacquero legalmente movimenti e circoli di pedofili che, in molti casi, inserirono le loro battaglie per la legalizzazione della pedofilia nel movimento omosessuale. La storia della North American Man/Boy Love Association (NAMBLA) è esemplare.
Questa stessa ondata investì purtroppo anche i seminari, tra preti che abbandonarono il sacerdozio e altri che evidentemente si lasciarono corrompere dallo spirito dei tempi.
Benedetto XVI ha infatti individuato nella rivoluzione sessuale del 1968 una delle chiavi culturali della crisi occidentale, osservando come in quegli anni venne progressivamente meno una concezione condivisa della morale sessuale.
Il collasso morale dell’epoca, proseguì Ratzinger, dovuto dalla «fisionomia della rivoluzione del ’68» condusse al fatto che «la pedofilia fu diagnosticata come permessa e appropriata».
La stessa teologia morale, spiegò il Papa emerito, si aprì al relativismo lasciando «la Chiesa indifesa contro i cambiamenti nella società» e la stessa mentalità infestò anche diversi membri del clero cattolico.

La Chiesa: unica imputata
Oggi sul banco degli imputati continua a salire soltanto la Chiesa cattolica, dimenticandosi che una consistente fetta della società laica non riteneva nemmeno che si trattasse di abusi.
L’epidemia della pedofilia coinvolse infatti tutte le confessioni religiose, i grandi esponenti del laicismo di allora (a partire da Sartre, de Beauvoir e Foucault), le redazioni dei principali quotidiani dell’epoca e numerosi esponenti di partiti politici.
Non è dunque benaltrismo.
Contestualizzare non significa assolvere nessuno ma chiedere che una tragedia così grave venga raccontata nella sua interezza, tenendo conto anche del clima culturale che la rese possibile e che coinvolse tutti. Ben oltre e molto più degli esponenti del clero cattolico dell’epoca.
















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