Un ex prete stravaccato parla di post-teismo con un gesuita post-cattolico

post teismo

Il dialogo di Ravagnani con Paolo Gamberini: lo sforzo di superare la visione tradizionale teologica a favore del post-teismo, finendo nel new age “cattolico”.


 

C’è qualcosa di più curioso di un ex prete che spiega perché il cristianesimo debba superare il teismo?

Forse soltanto farlo con la camicia sbottonata, stravaccato sulla poltrona (manca solo birra e rutto libero) mentre si crogiola ascoltando un gesuita ripetere la necessità di «superare la visione tradizionale» cattolica.

Dare voce a teologi “dissidenti”, per poi in un secondo momento scivolare nel propagandare tesi ateiste, è il nuovo format di Alberto Ravagnani, ex prete influencer, rimasto ammaliato dai piaceri del mondo.

E’ un copione già ripetuto mille volte.

Certamente un salto di qualità dopo le comparsate televisive a parlare della sessuofobia della Chiesa e le vacanze a Tenerife descritte come rischiosi pellegrinaggi.

Ed ecco quindi l’intervista al gesuita Paolo Gamberini, pubblicata di recente.

 


Resta aggiornato iscrivendoti ai nostri nuovi canali:


 

Chi è il gesuita Paolo Gamberini?

Innanzitutto chi è Paolo Gamberini?

Gamberini è docente presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale e autore di “Deus 2.0”, si occupa di post-teismo ed è un pioniere del “panenteismo cattolico”, la visione secondo cui il cosmo non è esterno a Dio, ma è in Dio.

Un intellettuale di livello, il cui pensiero è a tratti molto interessante se non fosse spesso viziato dal tentativo di semplificare enormemente la visione tradizionale cattolica per proporre qualcosa “di più evangelico”.

Ciò che emerge dalla lunga intervista, infatti, è l’atteggiamento di chi sembra aver già liquidato la fede ricevuta come un paradigma infantile e si presenta come qualcuno che, finalmente, ha capito che cosa ci fosse di sbagliato.

Siamo abituati ad argomentare sempre i nostri commenti, facciamo quindi qualche esempio.

 


Alberto Ravagnani, l’ex prete scivola verso il panteismo?
(27/03/2026)


 

Un teismo banalizzato

Nell’intervista, il teismo viene ridotto dal gesuita ad una «visione teologica di un Dio che sta nei cieli e noi che siamo sulla terra», un ente supremo «fuori del cosmo» che «di volta in volta interviene per migliorare le situazioni».

Non sappiamo a quale caricatura di teismo si riferisca, di certo non quello cattolico professato da Tommaso d’Aquino, per il quale Dio è presente nella realtà «per essenza, presenza e potenza»1“Summa Theologiae”, I, q. 8, a. 3.

Sembra si ignori anche il concetto di creatio continua insegnato dalla teologia classica, per la quale la creatura dipende da Dio nel suo stesso essere.

Infatti, sempre Tommaso, prosegue spiegando che «la conservazione delle cose da parte di Dio non è altro che una continuazione dell’azione con la quale dà l’essere»2“Summa Theologiae”, I, q. 104, a. 1, ad 4.

 


Perché il panpsichismo sta sostituendo il materialismo
(22/10/2025)


 

Cristo “una dimensione delle cose”

Ci sono però anche passaggi positivamente significativi espressi da Gamberini.

Ad esempio quando confessa il cambiamento nel suo modo di pregare: «Piuttosto di un Dio che debba fare qualcosa, è un Dio che sono chiamato a scoprire nella realtà».

Più controversi sono altri aspetti, soprattutto quando emerge un profilo simile a Frank J. Tipler, scienziato noto per aver miscelato assieme cosmologia, fisica e cristianesimo.

Un esempio è quando Gamberini prende in prestito il concetto di entanglement dalla fisica quantistica, adattandolo filosoficamente al rapporto tra l’io e la realtà, così da sentirsi co-creatore di essa: «L’osservatore modifica ciò che osserva».

Il gesuita arriva così a re-interpretare le parole evangeliche «la tua fede ti ha salvato». Sostiene infatti che Gesù starebbe dicendo: «Non tanto io ti ho salvato, non tanto Dio ti ha salvato, ma ti ha salvato questo “entaglement”, questo contatto con la realtà».

Ravagnani si ricompone per un attimo dalla sua postura “maranza” ed esclama: «Invece nella visione teistica, la frase “la tua fede ti ha salvato” significa “dato che tu hai creduto, Dio ti ha premiato!».

«Certo!», replica Gamberini, «è questo che salta!». Ovvero, superiamo «il retaggio dell’immagine teistica di Dio!» per aderire a un Cristo «che diventa una dimensione dell’esistenza, non soltanto individuale ma di tutte le cose».

L’ex prete ascolta tramortito e accenna al fatto che «sono cose concetti che mi pare di aver già sentito da qualche parte in cose della spiritualità cristiana».

 

post teismo

 

La risurrezione senza Dio

Superando le “cose di spiritualità”, si passa alla Risurrezione.

Secondo Gamberini non sarebbe «un’azione dall’esterno di Dio» sul corpo di Gesù, ma «la trasformazione dall’interno della creaturalità».

Un concetto che deriva dal teologo Carlo Molari che «ha dovuto patire l’originalità di capire il linguaggio religioso e l’interpretazione della fede».

Un modo gentile per dire che nel 1977 il pensiero di Molari fu ritenuto non conforme alla dottrina cattolica dalla Congregazione per la dottrina della fede e gli venne chiesto di lasciare l’insegnamento dalla Pontificia Università Urbaniana.

Il gesuita lo cita ugualmente sostenendo che «fu l’amore di Gesù che ha investito la sua stessa vita a farlo risorgere dai morti». Perciò, «la resurrezione non è un’azione esterna di Dio ma il compimento inevitabile di una creatura che totalmente ama».

Presenta poi come possibile perfino l’ipotesi che il corpo di Gesù sia stato deposto in una fossa comune

Non sorprende che, oltre a Molari, un altro riferimento più volte citato da Paolo Gamberini sia Andrés Torres Queiruga.

Naturalmente è anch’egli in rotta di collisione con le istituzioni ecclesiastiche per aver negato la risurrezione: «Non solo non è un miracolo, ma non è nemmeno un evento empirico»3A.T. Queiruga, “Repensar a resurrección”, Vigo 2002, scrisse.

 


Ti avevo difeso! Ora (ex) don Alberto Ravagnani devi chiarire
(16/03/2026)


 

Un falso cristianesimo, ma più digeribile

La sintesi finale di Alberto Ravagnani è perfetta: va bene tutto, basta mettere da parte «la tradizionale visione cattolica in salsa teistica».

Più che un superamento del teismo, sembra però una riscrittura del cristianesimo per renderlo più light, più digeribile dai salotti della teologia progressista.

Dio non interviene più, basta con i miracoli, la Risurrezione è una trasformazione interiore, Cristo una dimensione dell’esistenza e l’entanglement una metafora teologica.

Se per rendere la fede più adulta bisogna prima svuotarla dei suoi contenuti fondamentali, che cosa rimane davvero?

Forse l’immagine di un ex prete spaparanzato sulla poltrona è quella più adatta a rispondere alla domanda.

Autore

La Redazione

Attenzione: gli algoritmi dei social media stanno rendendo sempre più difficile trovare notizie cattoliche. Seguici sui nostri canali, è facile (e gratuito). Scegli tu quale:

18 commenti a Un ex prete stravaccato parla di post-teismo con un gesuita post-cattolico

  • Emanuele ha detto:

    Quando ero immerso nella new age credevo all’incirca le stesse cose dell’esimio gesuita… e lo fanno pure insegnare ad una facoltà pontificia di teologia. Ora non dico di tornare ai tempi dell’Inquisizione, ma qua siamo decisamente passati da un estremo all’altro!

  • Giorgio ha detto:

    Ma poi, perché un tale processo dovrebbe essere addirittura “necessario”? Per consentire al cosiddetto Uomo Moderno di autogiustificarsi in maniera più efficace? Per fare migliore concorrenza alla New Age o cose così?
    Il Cristianesimo “tradizionale” ha cambiato il mondo, mentre questi “culti moderni” (che in realtà ricalcano tendenze antiche, dallo gnosticismo al panenteismo fino a forme praticamente di animismo) sono solo giocattoli per ricchi, perché possano meglio autoassolversi senza mettere in discussione la propria vita

    • Hugo ha risposto a Giorgio:

      Ti dico la mia? Sono tentativi per vergognarsi di meno del Cristo davanti al mondo e ai colleghi accademici. Si cerca di togliere tutto ciò che il mondo reputa assurdo (i miracoli, l’intervento di Dio ecc.) per tentare di creare un cristianesimo naturalista che possa piacere a tutti. Sono tutti figli spirituali di Rudolf Bultmann.

      • Francesco ha risposto a Hugo:

        Che però non si sono accorti che fondamentalmente con la third quest (e ora la fourth) quanto restava di Bultmann è stato progressivamente demolito. Fanno quasi tenerezza…

      • Sergio- ha risposto a Hugo:

        Parole perfette, Hugo: grazie!

      • roberto fiaschi ha risposto a Hugo:

        Bravissimo; hai colto in pieno l’aspetto fondamentale della questione…

  • Sergio- ha detto:

    sono solo giocattoli per ricchi, perché possano meglio autoassolversi senza mettere in discussione la propria vita

    Ha proprio centrato il punto, Giorgio.
    Sono i consueti tentativi di bypassare la condizione essenziale posta dal Cristo per il cammino: “chi mi vuol seguire rinneghi sè stesso, e prenda la sua croce”.
    Quando tale condizione non sia accettata, e si voglia comunque credere al trascendente, inesorabilmente si approda alla fatua “new age”, nelle sue infinite declinazioni, come ricorda Emanuele.

  • Romi ha detto:

    Si dice che l’aspetto utopico del New Age sia ormai scaduto, passato…e ci si avvia verso il next age che pur abbandonando un ideale di mondo utopico, rimangono i capisaldi del New Age: una nuova era con una nuova spiritualità.

  • Positrone ha detto:

    Ho già espresso sotto il video di Alberto alcune mie considerazioni. In questo articolo, se posso fare un appunto, avrei evitato il commento sugli abiti e sul modo di sedersi di Alberto ma avrei certamente sottolineato maggiormente come un insegnante di una pontificia università possa ridurre Cristo ad uno stato evolutivo induista… Questo peraltro da la stura a tutti quei cattolici tradizionalisti che suggeriscono come la Chiesa stia perdendo se stessa. Non che non ci sia spazio per maggiori approfondimenti, come nel corso delal storia sono già stati fatti, ma sentire un prete ordinato, insegnante e ancora in comunione dire che sostanzialmente il Cristo siamo noi e che sostanzialmente Cristo non è Dio ma un umano trasceso ad una forma divina beh… insomma…. direbbero i giovani è un po’ too much…

    • Hugo ha risposto a Positrone:

      Credo che le osservazioni sulla postura di Ravagnani siano invece il segno preciso del livello di autenticità del dibattito, immagino siano state indicate per questo motivo. Almeno leggo questo nel finale. Sul resto sono d’accordissimo

  • Luigi ha detto:

    Ma di che ci si stupisce? Sono 13 anni che la Chiesa è occupata abusivamente da due malvagi antipapi e questi sono i frutti,e andrà sempre peggio!

    • Giulio Grandi ha risposto a Luigi:

      E secondo lei la soluzione sarebbe? Un controconclave che elegge un antipapa? E chi lo indirrebbe, di grazia? Mi sa dare qualche nome? Oppure restare senza papa (cioè senza Chiesa visibile) per l’eternità, con buona pace dell’evangelico non prevalebunt? Già, ma per voi il mondo è prossimo alla fine, no? Come diceva quel Tale: “Quanto a quel giorno e a quell’ora, nessuno lo sa, né gli angeli del cielo né il Figlio, ma solo il Padre.” Magari il vostro papocchio, l’ineffabile Minutella, lo sa. Mi faccia sapere…

    • Hugo ha risposto a Luigi:

      Ecco che arrivano i complottisti come le api sul miele. Posso dirlo? Centomila volte meglio Ravagnani e Gamberini che queste persone

  • alessandro dott .massarotti ha detto:

    Buona sera a tutti! Abbraccio sereno! Per me invece l’ abito FA IL MONACO! Eccome! Eccome! Sara’ il mio io, il mio carattere! Io debbo presentarmi cosi! Primo perche’ rispetto me stesso ! Secondo perche’ rispetto gli altri, e riesco ad essere meno timido e preparato nelle risposte! Gli astanti, mi ascoltano, non mi aggrediscono! Io timido, ma preparatissimo !sono perfetto! Mi dispiace! Oggi siamo

  • Giacomo ha detto:

    La Resurrezione è la colonna portante del cristianesimo,se si nega questa non rimane che sentimentalismo,buonismo e filantropia;tutti argomenti fumosi e liquidi che si possono cancellare o modificare a piacimento come qualunque altra filosofia o ideologia umana.Come dice San Paolo:”Ora, se si annuncia che Cristo è risorto dai morti, come possono dire alcuni tra voi che non vi è risurrezione dei morti?Se non vi è risurrezione dei morti, neanche Cristo è risorto! Ma se Cristo non è risorto, vuota allora è la nostra predicazione,vuota anche la vostra fede.Noi, poi, risultiamo falsi testimoni di Dio, perché contro Dio abbiamo testimoniato che egli ha risuscitato il Cristo mentre di fatto non lo ha risuscitato, se è vero che i morti non risorgono.Se infatti i morti non risorgono, neanche Cristo è risorto;ma se Cristo non è risorto, vana è la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati.Perciò anche quelli che sono morti in Cristo sono perduti.Se noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto per questa vita, siamo da commiserare più di tutti gli uomini”.Se si riduce Dio e la Resurrezione come una parentesi,Dio viene facilmente sostituito dell’io,ma tutto è grazia,noi senza Gesù non possiamo fare nulla e questo il mondo lo dimostra abbondantemente,saremmo anche forse la civiltà più avanzata ma sicuramente siamo anche la più stupida,questo perché abbiamo rimosso Dio dalla nostra vita i lo abbiamo ridotto ad una parentesi.I risultati sono visibili a chiunque può vedere.

  • Mauro ha detto:

    Trovo questa vivisezione dell’atto di fede e del suo contenuto stucchevole e talora inutile. Le due dimensioni della fede si coniugano inevitabilmente con la storia personale, sociale, politica e cosmica. Ogni cristiano ha la sua di fede che si inserisce in vari modi nell’alveo della storia della tradizione della fede cristiana e ogni cristiano tocca tangenzialmente la vita della grande comunità che è la Chiesa e se ne sente parte. Perdonatemi, tutto il resto puzza di aule di facoltà teologiche ma non profuma né di vita, né di storia, né di amore, né di rispettoso senso del mistero: ‘noli forse ire….’

  • M ha detto:

    Rimango allibito ma non certamente sorpreso.
    Insegno Teologia Fondamentale ormai da quasi 20 anni in una Facoltà Teologica e ISSR e sono molto attento a non cadere nel tranello post-teista e peggio ancora post-cristiano, benché di stimoli e presupposti ce ne siano a non finire.
    Aveva ragione (una volta) San Girolamo quando indicava che leggere la Bibbia era una possibilità da dare a tutti, ma sottolineava con inequivocabile conclusione: ma mai fuori dal sentire comune della Chiesa. Il problema, oggi, è che questo sentire comune si sta spostando e valgono solo quattro dati esemplificativi: 1) Dopo il CVII (ma non a causa del CVII) la teologia è stata gravemente declassata e penalizzata dal pastoralismo (che tra l’altro ha sostituito le diocesi con le parrocchie facendone perdere il senso ecclesiale e magisteriale). 2) L’affermazione – in perfetta linea con i tempi e il mondo secolarizzato – dell’opinionismo da una parte e dall’altra di un atteggiamento per cui non si deve dimostrare niente se non la propria idea e per farlo si cade in gravi e fatidici errori di metodo, cioè parto da me (da ciò che sento e/o che voglio dimostrare) per arrivare alla Verità e non viceversa. Mi sembra che questa linea sia la più gettonata anche nel sinodo della Chiesa. Insomma, ognuno ha da dire e affermare la propria verità, invece di camminare insieme partendo dalla Verità rivelata (forse perché non la si conosce/riconosce più?). Ma il discorso sarebbe troppo lungo… 3) Preti troppo (ormai) “altaristi” e troppo poco teologi. Il prete non è solo un dispensatore di messe o sacramenti, saltando da una chiesa all’altra. Anche i vescovi sembrano essere sempre più economisti e amministratori, che ritengono tra l’altro la cultura e i beni culturali patrimonio spirituale della Chiesa più un peso che una risorsa, tanto da disfarsene o optare per gestioni esterne alle proprie diocesi.
    Sono altresì fermamente convinto che i laici possono e debbano essere ottimi teologi, ma sono altrettanto convinto che devono prima formarsi al sentire comune della Chiesa e poi sui banchi delle Facoltà teologiche. Il buon servizio alla Chiesa e a Cristo non si può fare con le teorie personali, ma con la consapevolezza definita dal CVII (LG 1) che la Chiesa è come un Sacramento (il “come” non è comparativo), efficace perché tramite della Grazia e della Verità, non perché semplicemente propone, promuove o predica la pace, le buone opere o la salvaguardia del creato.
    4) L’opzione per i poveri ha fortemente deviato il proprio significato e la propria attenzione. Gli Anawim non erano solo i poveri in canna, ma anche i poveri in spirito, soprattutto coloro che non conoscevano il Dio salvatore, che non “possedevano” o praticavano le Scritture, chi era soorattutto ripiegato su se stesso.
    Altro che post-teismo, allora. Una Chiesa da riproporre per quello che è, non per tornare indietro, ma per essere testimoni di Colui che “è stato” risuscitato, con buona pace dei due interlocutori dell’articolo Gamberini e Ravagnani (ci aggiungerei anche Mancuso e altri/altre…). E qui gli evangelisti e San Paolo si rigirerebbero nella tomba.

    • Paolo ha risposto a M:

      Sottoscrivo pienamente l’ottima analisi del Prof. M. Mi sembra che il punto metodologico da lui individuato — partire da sé per arrivare alla verità, anziché dalla Verità per comprendere se stessi — possa essere illuminato anche da alcune analogie molto semplici.

      1. L’analogia medica, a me particolarmente cara: Il medico non può partire da ciò che il paziente desidera che la diagnosi sia, per poi selezionare i dati che confermano quella percezione. Deve partire dalla realtà della malattia, anche quando essa contraddice ciò che il paziente vorrebbe sentirsi dire. La libertà del medico non consiste nel creare la diagnosi, ma nel lasciarsi guidare dalla realtà.

      2. L’analogia matematica: Cento persone non possono trasformare per voto un errore in una verità. Il consenso può descrivere ciò che molti pensano; non può da solo stabilire ciò che è vero.

      Qualcosa di analogo dovrebbe valere anche nella Chiesa. La pastorale, tuttavia, non può diventare il luogo in cui la realtà della fede viene continuamente riformulata per renderla compatibile con la sensibilità del momento. È piuttosto la realtà ricevutaCristo, la Rivelazione, la Chiesa, i Sacramenti — a dover dare forma alla pastorale.

      Per questo trovo particolarmente importante la distinzione proposta da M tra Verità e opinione. Non si tratta di disprezzare le persone, le loro domande o la loro esperienza; al contrario, si tratta di prenderle abbastanza sul serio da non lasciare che la loro esperienza diventi automaticamente il criterio ultimo della verità.

      Il problema del soggettivismo teologico è molto semplice da formulare: non è più la realtà a giudicare il mio pensiero, ma il mio pensiero a diventare il giudice della realtà.

      Ed è qui che la concezione della Chiesa richiamata da Lumen gentium 1 acquista tutta la sua importanza: la Chiesa non esiste per inventare una verità nuova a ogni generazione, ma per essere, nel tempo, «segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano».

      Condivido la conclusione del Professore di Teologia Sistematica: non si tratta di “tornare indietro”, ma di recuperare la capacità di distinguere ciò che riceviamo da ciò che inventiamo, ciò che appartiene alla fede della Chiesa da ciò che appartiene alla nostra personale interpretazione.

      La vera riforma non consiste nel cambiare la Verità per adeguarla al tempo, ma nel lasciare che la Verità giudichi e trasformi il nostro tempo.