Nuovo studio: il calo di religiosità peggiora salute mentale
- Ultimissime
- 15 Lug 2026

Si conferma un legame positivo tra religione e salute mentale con aumento di disturbi d’ansia nei giovani in società più secolarizzate. Occhio però all’equivoco marxista.
Si riapre il dibattito sul rapporto tra fede e salute mentale.
Pubblicato su “Developmental Science”, uno studio internazionale evidenzia una correlazione significativa tra il declino della religiosità, il peggioramento del benessere psicologico e l’aumento dell’ansia tra i giovani.
L’analisi ha preso in esame dati provenienti da 70 Paesi nell’arco di oltre trent’anni (1989–2022), incrociando indicatori culturali e sanitari.
Cala la religiosità, aumentano disturbi
Il risultato è chiaro: nelle società in cui la religione ha perso centralità nell’educazione dei figli, si registra un aumento dei disturbi tra bambini e adolescenti.
Secondo gli autori, il fattore decisivo non è tanto la fede individuale dei genitori, quanto il contesto culturale complessivo. Crescere in un ambiente in cui la fede ha un ruolo sociale non confinato all’ambiente privato sembra infatti offrire una protezione psicologica.
Per questo i ricercatori invitano ad «un maggiore supporto per i giovani che crescono in società sempre più secolarizzate».
La ricerca conferma inoltre alcune caratteristiche note della religiosità: favorisce senso di appartenenza, reti sociali stabili e orientamenti di vita condivisi. La sua progressiva scomparsa, al contrario, lascia un vuoto che può tradursi in maggiore fragilità emotiva.
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“La secolarizzazione produce vuoto”
L’autore dello studio, Leonard K. Kulisch (Ruhr University Bochum), ha osservato che «la perdita della religione in molte regioni del mondo lascia un vuoto e i giovani faticano a trovare un senso di appartenenza e di significato nel mondo moderno».
Tuttavia, precisa che lo studio «non avvalora» l’interpretazione data da alcuni media, secondo cui sarebbe emerso che le persone più religiose hanno una salute mentale migliore. Piuttosto, chiarisce, «i cambiamenti nella religiosità possono avere effetti sulla salute mentale».
Sembra quindi smentita la convinzione che il benessere materiale renda superflua la religione in quanto, proprio nelle società benestanti si registra un aumento di fragilità psicologica.
Il benessere materiale, infatti, non risponde neanche lontanamente alle domande di senso, appartenenza e identità che restano strutturali nell’esperienza umana. Anzi, le esaspera.

Lo psichiatra di Yale confuta Freud sulla religione
(23/05/2025)
Equivoco marxista: religione stampella?
Un conseguente equivoco a ciò consiste nel concludere che, poiché la religione ha effetti positivi sulla salute mentale, allora sarebbe stata “inventata” proprio come stampella psicologica.
È il classico salto logico marxista: si confonde una conseguenza con la causa. Che una realtà produca benefici non implica automaticamente che sia nata per quel fine.
Sarebbe come sostenere che l’amicizia o la famiglia siano costruzioni artificiali create ad hoc per ridurre lo stress, solo perché di fatto lo riducono.
Più correttamente, si può osservare che, se la religione favorisce equilibrio psicologico e resilienza, ciò è coerente con la sua capacità di offrire visioni di senso, legami comunitari e pratiche che strutturano la vita. Il dato empirico, dunque, non dimostra l’origine “funzionalista” della religione, ma semmai ne conferma la profondità antropologica.
Questi risultati si inseriscono in un filone di studi sempre più ampio: in un nostro dossier raccogliamo da anni tutte le ricerche scientifiche sul rapporto tra religiosità e salute mentale.
Consulta il nostro dossier: Fede e psicologia: cosa dice la scienza?


















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