La Pachamama e il Papa? «Io c’ero, nessun rito pagano»

papa pachamama

In esclusiva su UCCR un partecipante al Simposio del 1995 assieme al giovane Prevost, attuale Papa. La Pachamama non era un rito pagano ma gesto cristiano di inculturazione.


 

Il mese scorso ci siamo occupati di un alcune fotografie.

L’articolo da noi pubblicato, in italiano e in inglese, ha fatto presto il giro del mondo.

 

Le immagini del Papa e la Pachamama

Avevamo analizzato le immagini diffuse da ambienti “antipapisti” riguardanti la partecipazione nel 1995 del giovane Robert Francis Prevost a un simposio accademico dell’Organizzazione degli Agostiniani dell’America Latina (OALA), durante il quale si sarebbe svolto un rito associato alla Pachamama.

Mentre “LifeSiteNews” (emanazione giornalista dello scomunicato Carlo Maria Viganò) parlava chiaramente di rito pagano -sottolineando come l’eresia attuale di Prevost sarebbe anche antecedente al suo pontificato-, le foto ufficiali riferivano di un “rito agricolo” svolto in maniera informale e all’interno di un evento dove era prevista anche la celebrazione liturgica.

Ammettevamo tuttavia il turbamento per l’immagine in cui vengono ritratti i partecipanti in ginocchio o genuflessi durante il rito, anche se osservavamo che padre Prevost era l’unico nella foto a non essere in quella postura.

 

UCCR e il partecipante al Simposio

La nostra indagine ci ha portato in contatto con alcuni agostiniani che parteciparono a quel Simposio a San Paolo, in particolare con Juan Alberto Perez.

Juan Alberto era delegato del Segretariato Giustizia e Pace nell’integrità del Creato del Vicariato Apostolico di Iquitos e colui che propose quel rito, così come fece una seconda volta in un contesto amazzonico.

Appartiene tuttora all’Ordine di Sant’Agostino ma, per motivi personali, ha smesso di vivere in comunità. Tuttavia, dice a UCCR, «continuo a vivere in povertà e castità extra domus all’interno della Chiesa come diacono responsabile della pastorale con i gitani dell’arcidiocesi di Barcellona» ed è anche ospitaliere del Cammino di Santiago.

Rispondendo alle nostre domande, l’agostiniano ci conferma che «quando Papa Leone era un semplice frate agostiniano partecipò a quel simposio di Ecoteologia insieme ad altri religiosi agostiniani».

All’interno di tali conferenze si celebrava l’Eucaristia, l’Ufficio della Parola, la Liturgia delle Ore, ma anche quelli che definisce «gesti significativi e che oggi hanno attirato l’attenzione di persone malintenzionate, le quali decontestualizzano gli eventi dal loro vero significato».


Resta aggiornato iscrivendoti ai nostri nuovi canali:


 

“Foto decontestualizzate: no rito pagano”

Il “gesto significativo” in quel caso fu appunto il rito della Pachamama. Perché parla di decontestualizzazione?

Juan Albert risponde senza esitazione: «Quel gesto intendeva illustrare le teorie e le pratiche dell’Ecoteologia, cioè quando le Chiese locali incarnate nelle culture andine e amazzoniche si esprimono e comunicano nelle lingue indigene e attraverso simboli e segni propri di tali culture».

Tra essi c’è proprio «la cura e il rispetto per il Creato, integrati nei valori di pace e giustizia verso ciò che è stato creato e nell’adorazione del Creatore».

Così, durante quel gesto, «si fece riferimento alla fedeltà al Vangelo inculturato, ai documenti ecclesiali e alla Dottrina Sociale della Chiesa, così come alle direttive del Concilio Vaticano II in materia di relazioni ecumeniche e interreligiose e di integrità del Creato».

L’agostiniano è molto preciso nel chiarire che il rispetto del creato fu «espresso attraverso la venerazione e non l’adorazione idolatrica», ovvero insegnando la meraviglia «per ciò che è creatura di Dio».

Nel farlo, si utilizzarono «linguaggi catechetici e segni sacramentali e simbolici come l’acqua, la terra e le piante, all’interno di contesti rituali fortemente significativi nelle culture ancestrali dei popoli amazzonici e andini».

In tali contesti, ci spiega Juan Alberto Perez, la Pachamama «significa il rispetto e la cura della Casa Comune come luogo di relazione tra gli esseri creati insieme all’uomo» e «non si tratta affatto di un culto idolatrico o deviato».

Per come viene vissuto lì, quindi, «la celebrazione del rito della Pachamama è un gesto carico di forte simbolismo, come riconoscere il valore del Creatore manifestato nelle sue creature, nella sua creazione e nelle relazioni tra le creature stesse».

Non c’è nulla di pagano o idolatrico.

L’agostiniano ce lo ripete più volte ricordando anche le decontestualizzazioni e interpretazioni forzate «usate anche per attaccare Papa Francesco nel contesto dell’enciclica “Laudato si’”, o persino Papa San Giovanni Paolo II».

Rispetto a Papa Wojtyla, ci invia questa foto come piccolo esempio di inculturazione: mentre indossa una corona tikuna e una stola shipibo, tipici delle tribù amazzoniche.

 

inculturazione

 

Cosa significa Pachamama

Il termine “Pachamama“, ci spiega il missionario, nacque «all’interno dei contesti rituali culturali, soprattutto nelle società a trasmissione orale, agricole e pastorali come quella andina, e risponde a una cosmologia quechua suddivisa in spazi e tempi: il janajpacha o realtà superiore, l’ujkupacha o realtà inferiore e il kaypacha o realtà intermedia».

La Chiesa missionaria «si è progressivamente inculturata, incarnando il Vangelo nelle culture per giungere meglio alla comprensione dei popoli e delle nazioni».

E’ da qui che nacque la teologia nera, india e gitana, ovvero «una liturgia adattata nelle forme — più che nei contenuti — alla realtà concreta del luogo».

Così, conclude l’agostiniano, «la Pachamama non è una divinità o una dea della fertilità, ma una cosmologia e rappresentazione olistica del creato».

Parole che trovano piena conferma della spiegazione fornita su “l’Osservatore Romano” dal vescovo emerito di San Cristobal de las Casas, in Messico, mons. Felipe Arizmendi Esquivel.

 

osservatore romano pachamama

 

 

Perché inginocchiarsi o genuflettersi?

Rimane però il nodo dell’inginocchiamento e della genuflessione, come si vede nelle fotografie.

Juan Albert risponde a UCCR con la stessa franchezza: «Gesti come le posture del corpo, la genuflessione o l’inginocchiarsi, non appartengono esclusivamente alla liturgia latina: anche altre tradizioni e culture si inginocchiano come segno di rispetto e venerazione verso la terra che ci sostiene e ci nutre».

Allo stesso modo, dice, «san Francesco d’Assisi pronunciava le parole “sorella madre Terra”».

Bisogna sapere, spiega, che «nel contesto indigeno e contadino rurale andino, così come in un tempio cristiano, il fatto di inginocchiarsi non è un segno di adorazione o idolatria del suolo o della terra sacralizzata, ma di rispetto per il luogo abitato dalla vita e di adorazione verso il suo divino Artefice e Creatore».

Infatti, prosegue il missionario, «inginocchiarsi non è riservato soltanto all’adorazione eucaristica, ma è anche gesto di perdono, di umile rispetto e di carità, come nel gesto e segno della lavanda dei piedi».

Per questo all’interno dello stesso Simposio del 1995 «si propose di realizzare una “paraliturgia”, incarnando la Parola in un contesto culturale andino, accompagnata da alcuni gesti come quello dell’inginocchiarsi».

Ma attenzione, ribadisce per l’ennesima volta, «non come espressione di culto profano o pagano, ma come rispetto meravigliato e misericordioso per tutto ciò che respira e contiene vita, creato dal Creatore di tutte le cose».

 

Prevost partecipò solo quella volta

La strumentalizzazione delle immagini in chiave pagana «è chiaramente frutto di malizia, interessata a cercare ed inventare altri significati, decontestualizzandoli e portandoli lontani dalla realtà».

Quelle fotografie ritraggono semplicemente ciò che avvenne in altri simposi dell’OALA legati all’Ecoteologia, cioè «piccole preghiere e qualche gesto significativo» tipico dell’inculturazione, «accompagnato dal breve atto di inginocchiarsi leggendo questo testo: “Chiediamo perdono per le nostre trasgressioni contro l’opera creata e per non essere co-creatori con il Creatore, ma distruttori e trasgressori della Creazione”».

Per quanto riguarda la partecipazione dell’allora Robert Prevost, le nostre fonti e lo stesso Juan Albert precisano che «partecipò per la prima volta a questo tipo di preghiere» nel 1995 e non vi partecipò più.

Certamente non a partire dal 1999, almeno secondo la testimonianza ricevuta da un importante membro del direttivo dell’OALA, padre Víctor Lozano Roldán, presente da quell’anno in avanti.

 

I missionari e l’inculturazione

Questo lungo confronto con Juan Alberto Perez avrebbero dovuto farlo coloro che hanno diffuso le fotografie del Simposio di San Paolo fornendone un’interpretazione dissacrante verso l’attuale Leone XIV.

E’ normale per noi occidentali sentirsi estranei e straniti con i concetti dell’inculturazione, non lo è per i coraggiosi missionari che -spesso pagando con la loro vita- hanno reso familiare il volto e le parole di Cristo a intere popolazioni indigene, lontanissime dai concetti e dai significati della teologia cristiana.

Per farlo hanno dovuto necessariamente imparare ad esprimersi tramite il simbolismo locale, adattando le “forme” ma non i “contenuti” come ci ha spiegato attentamente l’agostiniano.

La piena capacità del nostro interlocutore di distinguere tra un atto di venerazione e uno di adorazione, tra l’ideologia pagana e forme cristiane di inculturazione e la conoscenza chiara del significato andino di Pachamama confermano quanto già avevamo suggerito analizzando le immagini.

Quello a cui partecipò il giovane Prevost non fu un rituale idolatrico.

Autore

La Redazione

Attenzione: gli algoritmi dei social media stanno rendendo sempre più difficile trovare notizie cattoliche. Seguici sui nostri canali, è facile (e gratuito). Scegli tu quale:

1 commenti a La Pachamama e il Papa? «Io c’ero, nessun rito pagano»

  • Rossana ha detto:

    Dopo aver letto il servizio, mi viene di porre a tutti una domanda: sulla Tilma di Guadalupe, la Vergine che linguaggio “parla” ? Approfondite.

  • Invia un commento o una risposta



    Commentando dichiari di accettare la Privacy Policy