Un genetista in missione per il vescovo: studiare i resti di San Luca

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Guido Barbujani e la collaborazione con la Chiesa per analizzare l’autenticità dei resti dell’evangelista Luca conservati a Padova.


 

Può sembrare insolito che un genetista dichiaratamente “lontano dagli ambienti religiosi” finisca per dedicare anni di studio a un evangelista.

E’ ciò che è accaduto a Guido Barbujani, ordinario di genetica all’Università di Ferrara e già presidente dell’Associazione Genetica Italiana.

Lo scienziato italiano è stato protagonista di una vicenda che incrocia scienza, storia e tradizione cristiana, raccontata nel suo libro da poco ripubblicato e intitolato Un evangelista e il suo DNA. Una storia di reliquie e di scienziati (Laterza 2026).

 

I resti dell’evangelista Luca

Tutto inizia nel 1999, quando l’allora arcivescovo di Padova, Antonio Mattiazzo (oggi emerito), decise di avviare una ricognizione scientifica dei resti attribuiti a San Luca, conservati nella basilica di Santa Giustina.

Si tratta di un corpo privo cranio, custodito da secoli in una cassa di piombo all’interno di un sarcofago di marmo. Per l’analisi vengono coinvolti eminenti studiosi, tra cui il laboratorio di Barbujani, uno dei pochi allora in grado di lavorare su materiale biologico antico.

Il genetista si ritrova così in una situazione che definisce «intellettualmente molto stimolante»: un’équipe interdisciplinare riunita dalla curia, con competenze che spaziano dalla storia dell’arte all’archeologia, dalla paleopatologia alla genetica, fino alla numismatica e persino all’erpetologia.

Nella cassa, infatti, oltre ai resti umani, a diversi carteggi, a vasi e monete, erano presenti anche molte vertebre di serpente (si è scoperto che penetrarono nella cassa attraverso dei fori operati sul fondo per svuotarla dall’acqua penetrata durante le varie inondazioni della cripta in cui era custodita).

 

Barbujani: “Dal vescovo approccio scientifico”

Il genetista Barbujani si definisce «lontano dagli ambienti religiosi» ma spiega di essere rimasto colpito soprattutto dal metodo adottato dal vescovo: nessuna conclusione preconfezionata, ma un confronto pubblico tra esperti, ciascuno chiamato a presentare i propri dati.

Un approccio che il genetista definisce esplicitamente “scientifico”, segno di una Chiesa capace di promuovere ricerca rigorosa senza forzare i risultati.

Giudizio che Barbujani espresse anche nel 2014 in un’intervista in occasione della prima pubblicazione del libro.

Alla richiesta di formulare un giudizio, da non credente, sulla collaborazione con una diocesi, rispose: «Ottimo. Il vescovo Mattiazzo ha dimostrato un’apertura mentale — e una capacità di comprendere sia i potenziali sia i limiti della scienza — superiori a quelle di molti che la pensano come me».

Aggiungendo che «una parte del mondo cattolico è ben al corrente di quanto di grottesco si muove intorno al traffico delle reliquie, ed è disposta a parlarne con laico scetticismo».


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San Luca e le reliquie a Padova

Tornando all’indagine storica delle reliquie di Padova attribuite all’evangelista Luca, i dati raccolti offrono alcuni indizi significativi.

I pollini rinvenuti sul corpo includono quelli dell’abete di Cefalonia, specie presente soltanto in Grecia ma non in Italia, suggerendo un’esposizione dei resti in area greca. Un’informazione compatibile con la tradizione che colloca Luca vescovo di Tebe.

Allo stesso tempo, l’analisi genetica dei denti – confrontata con campioni raccolti in Siria dallo stesso Barbujani – indica una probabile origine siriana. Anche questo collima perfettamente con ciò che la tradizione cristiana afferma nei riguardi dell’evangelista.

Ciò che complica il quadro è però la datazione al carbonio 14: il corpo sembra infatti risalire tra il III e il IV secolo d.C., più tardi rispetto a una delle tradizioni che colloca la morte dell’evangelista nel I o II secolo.

Tuttavia, spiega Barbujani, considerando i margini di errore del metodo, resta una «compatibilità con alcune tradizioni antiche secondo cui Luca morì nel 150 d.C. ma non è compatibile con quelle che lo vedono morto nell’80 d.C.».

Il risultato finale non offre certezze assolute.

Per Barbujani è improbabile che il corpo sia quello dell’autore del Vangelo, ma riconosce che altri studiosi esperti giungono a conclusioni diverse.

Suggerisce così un possibile approfondimento tramite lo studio del cranio appartenuto a quel corpo e che è conservato a Praga, dal quale si potrebbe prelevare un pezzo dall’osso temporale per eseguire un’analisi più accurata.

 

Come la Chiesa svolge le indagini

Al momento, più che una risposta definitiva, emerge un esempio interessante di dialogo tra fede e scienza: una ricerca promossa dalla Chiesa, condotta con strumenti rigorosi e da esperti internazionali, capace di coinvolgere anche chi, come Barbujani, non proviene da un orizzonte religioso.

Un approccio che è stato mostrato più volte e che sfata incrostazioni e pregiudizi nei riguardi della metodologia della Chiesa di affrontare indagini storiche e scientifiche.

In questo senso, il caso di san Luca evangelista resta emblematico: non tanto per le conclusioni, quanto per il metodo.

 

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Autore

La Redazione

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