Nessun VIP ritira il premio dei vescovi: una lezione per tutti

vescovi vip

I grandi nomi dello spettacolo snobbano i vescovi spagnoli: sono già celebrati dal mondo. E se si premiassero invece artisti cattolici e autentici, anche se non famosi?


 

Si può imparare qualcosa dalla recente edizione dei Premi ¡Bravo!.

Parliamo dei riconoscimenti assegnati dalla Conferenza Episcopale Spagnola a personalità del mondo della comunicazione, della musica e della cultura.

I nomi scelti dai vescovi sono stati i grandi vip nazionali, capaci di attirare titoli e attenzione mediatica: la cantante Rosalía, lo scrittore Javier Cercas, la regista Alauda Ruiz de Azúa.

 

Il premio assegnato dai vescovi

Peccato che nessuno di loro si sia presentato alla cerimonia per ritirare il premio, snobbando la “consacrazione” ecclesiale.

I Premi ¡Bravo!, istituiti da oltre mezzo secolo dai vescovi spagnoli, nascono per riconoscere chi si distingue «al servizio della dignità dell’uomo, dei diritti umani e dei valori evangelici».

Tuttavia, nessuno dei premiati ha mai espresso valori particolarmente in linea con quelli evangelici e la loro premiazione sembra rispondere più alla logica di inseguire il prestigio del mondo dello spettacolo, premiando figure già consacrate da festival, televisioni e industria culturale.

 

I VIP snobbano la premiazione

Rosalía, ad esempio, ha ricevuto il premio musicale per l’album “Lux”, descritto dai vescovi come capace di unire “sensibilità artistica e profondità spirituale”.

E’ vero, i brani sono belli e nel recente tour ha richiamato forti simbologie cristiane. Ma, come impone il modello del pensiero unico, rimane una femminista e militante per l’aborto, nonché paladina dell’ideologia arcobaleno.

Un conto è valorizzare in ambito pastorale dei brani o una canzone per dialogare con la musica contemporanea, un altro è affidarle ufficialmente un premio per trasformarla in testimonial.

La nota cantante è impegnata nel suo tour e nessuno si aspettava potesse partecipare alla premiazione, ma Rosalía non si è degnata nemmeno di inviare un messaggio di ringraziamento.

Il giornalista Fernando Ónega è stato un altro dei premiati anche se non ha mai contributo particolarmente all’evangelizzazione o alla difesa della civiltà cristiana. E’ scomparso il 3 marzo scorso e sembra essere stato questo l’unico criterio che ha spinto i vescovi a dargli un premio (ritirato dal figlio).

La regista Alauda Ruiz de Azúa, con il suo film “Los Domingos”, è forse l’unica che “meritava” la premiazione ma ha già vinto innumerevoli onorificenze “laiche” e incassato cinque milioni di euro. Anche lei non si è presentata.

Lo stesso si può dire di Javier Cercas, famoso editorialista ateo de “El Pais”.

E’ vero, ha pubblicato un saggio nel quale racconta la sua esperienza dopo l’invito dal Vaticano ad accompagnare Papa Francesco nel suo viaggio in Mongolia nel 2023. Ma si tratta di un volto tra i più noti in Spagna, presenziando stabilmente in podcast, talk show e programmi televisivi.

Anche lui ha snobbato la cerimonia di premiazione.

 


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Una mano tesa?

Nel suo discorso, il vescovo José Manuel Lorca Planes, presidente della Commissione episcopale per le comunicazioni sociali, ha affermato che l’evento rappresentava una mano tesa dalla Chiesa al mondo della comunicazione nelle sue diverse sfaccettature.

Non vogliamo insegnare nulla a nessuno e, anzi, siamo i primi a valorizzare qualunque tentativo di tendere una mano al mondo della cultura. Anche il più distante.

Poniamo però una riflessione.

 

Favorire autenticità e coerenza

Ha davvero senso che la Chiesa distribuisca premi e riconoscimenti a celebrità già applaudite da tutto il mainstream culturale dominante?

Personaggi, tra l’altro, spesso lontani dalla fede vissuta, talvolta addirittura promotori di visioni antropologiche in contrasto con il magistero cattolico. E il risultato finale è eloquente: assenze, indifferenza, imbarazzi.

Forse questi casi potrebbero invece essere l’occasione per dare visibilità a giovani artisti cattolici, musicisti, videomaker, podcaster e creatori di contenuti che, pur senza grandi mezzi o talento da classifica, cercano sinceramente di trasmettere una testimonianza cristiana autentica.

Sicuramente cantano peggio di Rosalía e non vinceranno mai un Goya o un Grammy, ma parlano di fede senza ambiguità e senza bisogno di ammiccare alle mode culturali del momento.

Inseguire il luccichio di VIP e soubrette sono già capaci tutti. Il vero coraggio è valorizzare chi, nel silenzio, prova ancora a evangelizzare davvero.

Autore

La Redazione

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