Lucio Battisti e “L’Aquila”: quel brano così autenticamente religioso (e leopardiano)

Lucio Battisti, le canzoni e la morte. Nel giorno dell’anniversario della sua scomparsa segnaliamo una sua canzone meno conosciuta, “L’Aquila”, ma anche quella più autenticamente religiosa. Cioè, consapevole di un bisogno insoddisfabile.

 

Vent’anni anni fa la morte di Lucio Battisti, era il 9 settembre 1998. La scomparsa di uno dei più grandi protagonisti della musica italiana, che ha fatto cantare intere generazioni e i cui brani fanno da colonna sonora della vita, della giovinezza, di milioni di persone.

Il perfetto sodalizio formato dai testi di Giulio Rapetti Mogol uniti alla voce e alla musica di Battisti è venuto meno per vicende economiche sulla divisione equa dei diritti, la pressione politica ha invece allontanato Lucio dalle scene. Mogol lo ha recentemente raccontato: «Glielo consigliai io. Almeno all’inizio. Poi si convinse da solo. Negli anni Settanta fecero piangere De Gregori quando lo accusarono, lui di sinistra, di essere uno sporco miliardario. E il ’68 era stato una follia: o eri falce e martello, Mao Tse-tung o eri un fascista. Gli dissi: “Non andare più in giro, finiranno per sputarti addosso, meglio stare a casa che essere contestato nei concerti”».

Forse il grande limite di Battisti-Mogol, almeno a nostro avviso, è non aver toccato temi più profondi, più riflessivi sull’esistenza e sul suo mistero, come invece ha avuto il merito di fare molte volte Vasco Rossi. C’è un’eccezione, però. Di tutto il repertorio di Battisti, esiste un pezzo a cui siamo particolarmente affezionati e il titolo è L’Aquila.

Un brano che definiamo leopardiano perché, appunto, ricorda seppur alla lontana le vertiginose riflessioni di Giacomo Leopardi. Un uomo che percepisce un bisogno dentro sé, che si guarda attorno e vede solo un mondo indifferente ed incapace di rispondere. E perfino lei, l’amata, non è in grado di farlo. «Il fiume va, guardo più in là. Un’automobile corre e lascia dietro sé del fumo grigio e me, e questo verde mondo indifferente perché, da troppo tempo ormai apre le braccia a nessuno, come me che ho bisogno di qualche cosa di più che non puoi darmi tu. Un’auto che va, basta già a farmi chiedere se, io vivo», canta Battisti. E ricorda quel canto notturno di un pastore errante dell’Asia, protagonista dell’omonima e stupenda poesia del poeta di Recanati: «E quando miro in cielo arder le stelle; Dico fra me pensando: a che tante facelle? Che fa l’aria infinita, e quel profondo Infinito seren? che vuol dir questa solitudine immensa? ed io che sono?»

Quello raccontato da Battisti e da Leopardi è l’uomo autentico e leale davanti al grande enigma della vita, colui che si accorge lucidamente di una mancanza, di un bisogno, di una tensione verso qualcosa d’ignoto e, allo stesso tempo, drammaticamente comprende che non può rispondersi da se stesso: «ho bisogno di qualche cosa di più, che non puoi darmi tu». La natura prosegue il suo corso, cinica rispetto al dramma umano, le auto passano e le stelle ardono. Ma a che scopo, se non sono in grado di dare un senso all’esistenza? A che tante facelle? Ed io, che sono? Io, vivo? E forse Pär Lagerkvist, Nobel nel 1951, fa un passo ulteriore in avanti. «Uno sconosciuto è il mio amico, uno che io non conosco», scrive. «Per lui il mio cuore è pieno di nostalgia. Chi sei tu che colmi il mio cuore della tua assenza?/ Che colmi tutta la terra della tua assenza (da Uno sconosciuto è il mio amico). Lo scrittore svedese arriva così a dare del “tu” a questo bisogno, a questo ignoto, a questa “x” verso cui l’uomo, tutti gli uomini, ultimamente sono in tensione.

E quel “tu” che compie le attese del cuore, noi cristiani lo testimoniamo, potrà mai essere quell’Uomo che pretese dirsi “via, verità e vita” e che né Battisti, né Leopardi, né Lagerkvist hanno preso realmente in considerazione come risposta (almeno, per quanto è noto)? «L’uomo “sa”, ne ha il confuso e nitido presentimento, di essere fatto per una destinazione infinita, che sola può colmare quello “spazio” che egli sente di avere dentro di sé, uno spazio che chiede di essere riempito», scrisse Benedetto XVI nel 2006. «Inquietudine, insoddisfazione, desiderio, impossibilità di acquietarsi nelle mete raggiunte: queste sono le parole che definiscono l’uomo e la legge più vera della sua razionalità. Egli avverte un’ansia di ricerca continua, che vada sempre più in là, sempre oltre ciò che è stato raggiunto. Dio, l’infinito, si è calato nella nostra finitudine per poter essere percepito dai nostri sensi, e così l’infinito ha “raggiunto” la ricerca razionale dell’uomo finito. Sta qui la “rivoluzione” cristiana: Dio Creatore “raggiunge”, oggi e permanentemente, la ricerca razionale dell’uomo tra gli uomini: “Io sono la via, la verità e la vita”».

 

Qui sotto il brano “L’Aquila”

La redazione

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19 commenti a Lucio Battisti e “L’Aquila”: quel brano così autenticamente religioso (e leopardiano)

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  1. andrea g ha detto

    Davvero bello l’aver colto in L’aquila, questi grandi spunti,
    complimenti!
    Non dimenticherei anche (almeno) “Pensieri e parole:

    Conosci me la mia lealtà
    tu sai che oggi morirei per onestà.
    Conosci me il nome mio
    tu sola sai se è vero o no che credo in Dio.

  2. Kosmo ha detto

    1998 è l’anno della morte

  3. Shiva01 ha detto

    Lucio Battisti aveva una suo, del tutto personale misticismo, su cui non ha mai voluto divulgare nulla.

    E’ stato cremato per sua volontà e qualche famigliare si è risentito riportando alla memoria le immagini di quando faceva la comunione da bmanbino, ma questo non ha nulla a chevedere con il suo pensiero religioso di adulto.

    Le sue scelte vanno rispettate.

    Trovo questi tentativi di speculazione e di coercizione del pensiero di persone defunte che non possono controbattere nè smentire, di una meschinità senza pari.

    Il nostro Lucio è morto, lasciatelo e lasciateci in pace.

    • LG ha detto in risposta a Shiva01

      Trovo questo commento di una violenza e di un’ignoranza spaventosa.

      Come se un’opera artistica potesse comunicare solo ciò che è nelle intenzioni dell’artista e niente di più. Come se un quadro dipinto da un ateo o da un agnostico non possa inspirare o comunicare un sentimento religioso. Come se prima di essere profondamente colpiti ed inspirati da una scultura bisognasse scandagliare la biografia dello scultore per vedere se la pensava come me.

      L’arte viene uccisa proprio da colossali bigotti come te. “Il nostro Lucio”, ma chi sei? Ma chi ti ha chiamato? Ma chi vuoi difendere? Sarebbe il primo a prenderti a sberle.

    • andrea g ha detto in risposta a Shiva01

      Cos’è, uno scherzo?

  4. Brunello ha detto

    L’opera d’arte non è più di chi l’ha creata, ma e’ di tutti

  5. Il cavaliere oscuro ha detto

    Grande Lucio!

  6. Gianluca C. ha detto

    Mi sfugge cosa c’entri Battisti nell’analisi filologica di un testo di Rapetti

    • Klaud ha detto in risposta a Gianluca C.

      Se ti riferisci al testo là in alto, direi che in effetti non vuol dire nulla, in quanto afferma e nega: tu sola sai se è vero o no che credo in Dio.
      Dovremmo chiedere a colei che sola sa se è vero oppure non è vero.
      E adesso, che di mezzo c’è anche il Rapetti, il mistero s’infittisce…

      • Gianluca C. ha detto in risposta a Klaud

        Mi riferivo alla canzone citata nel titolo, ma ovviamente il discorso vale in generale.
        Mi sembra corretto parlare di Battisti per quello che ha fatto, la musica, e non per quello che non ha fatto, i testi.
        Poi vabbè, che Mogol ne “L’aquila” intendesse dare un messaggio religioso è un’interpretazione lecita quanto si vuole ma di pura fantasia, visto che il Rapetti in quella fase attraversava, da bravo borghese, la fase dell’esaltazione del “libero amore” con cinque anni di ritardo, espressa più compiutamente nei dischi successivi (Il nostro caro angelo e Anima latina) assieme a un anticlericalismo di fondo da lui stesso testimoniato.
        Molto più banalmente, “Ho bisogno di qualche cosa di più che non puoi darmi tu”, testimonia l’insofferenza del nostro nei confronti del rapporto monogamico, tema questo ripreso in altre sue canzoni coeve

        • David ha detto in risposta a Gianluca C.

          Tu ci vedi quello che vuoi, e Rapetti ci vede quello che vuole. Le canzoni sono di tutti e ognuno trae quel che vuole, anche se è contro quel che pensa chi le ha scritte. E comunque torna l’evidenza che l’ateismo ha fallito perché non sa dire nulla di interessante, tutto è piatto, privo di sapore. Quanto respiro invece nell’interpretazione religiosa di questo brano!

          • Gianluca C. ha detto in risposta a David

            Libero di vedere messaggi cristiani pure in Marilyn Manson, se è per questo.
            Però se vedi come prosegue la canzone il “respiro religioso” va un po’ a farsi friggere
            Mezz’ora fa mostravi a me la tua bandiera d’amore che amore poi non è
            e mi dicevi che che io dovrei cambiare per diventare come te che ami solo me
            ma come un’aquila può diventare aquilone che sia legata oppure no non sarà mai di cartone

            Altro che “tensione verso l’ignoto”. Qui si tratta di uno che non vuole legarsi a una donna per continuare a farsi i propri porci comodi

            • David ha detto in risposta a Gianluca C.

              Il problema è che, come già detto, la tua interpretazione è piatta e ottusa come di fatto è l’esistenza dell’ateo che -citando Einstein- “non riesce a sentire la musica delle sfere” (e non tutti gli atei sono piatti e banali come te). INfatti anche l’esigenza di essere aquila, di cercare altro oltre l’esperienza sessuale, di capire che nemmeno l’amore permettersi di sentirsi vivo (“io vivo?”) è un’esperienza religiosa che altro non è la percezione di un bisogno che non si colma con nessuna esperienza e che questa canzone mette bene in evidenza (e l’articolo ci ha preso in pieno). Per una persona piatta, anestetizzata e priva di profondità è solo voler farsi i porci comodi, è l’interpretazione dell’uomo volgare che nell’uomo vede un ammasso di cellule e non un mistero. Per chi è abituato a un orizzonte più alto anche la tristezza infinita che esprime Marilyn Manson è un messaggio religioso (cristiano è altra cosa). E preferisco 100 volte un Marilyn Manson che vomita il suo odio e la sua tristezza di un piattume insipido di Gianluca C.

    • David ha detto in risposta a Gianluca C.

      Perché la voce è la sua? Perché sono note come “canzoni di Battisti”? Perché l’elasticità mentale è una dote a cui tutti possono aspirare?

      • Gianluca C. ha detto in risposta a David

        A voler fare il rompic……i, “L’aquila” era stata scritta per Lauzi, quindi originariamente manco la voce era la sua

        • David ha detto in risposta a Gianluca C.

          E cosa c’entra? Sei come quel depresso al bar che vede passare un bambino felice ed esclama: “ride perché ancora non sa”.
          Non sei per nulla rompic., per nulla! Hai solo depresso la tua esperienza elementare, sei un riduzionista esistenziale.

          • Gianluca C. ha detto in risposta a David

            Sei solo un saccente maleducato, pieno d’insensato livore nei confronti di chi non ti ha mancato di rispetto.
            Poiché non sei in grado di sostenere una discussione senza immotivatamente offendere, ti prego di vomitare la tua bile tutta insieme un’ultima volta e poi eclissarti

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