L’ex nunzio Viganò ha mentito nell’accusa al Papa: ora lo ammette

Nel suo dossier, mons. Carlo Maria Viganò scriveva che solo «a partire dalla elezione di Papa Francesco, McCarrick, ormai sciolto da ogni costrizione, si era sentito libero di viaggiare continuamente, di dare conferenze e interviste». Per questo, l’ex nunzio apostolico ha chiesto le dimissioni al Papa per aver permesso ciò e «non aver tenuto conto delle sanzioni imposte da papa Benedetto». Ieri -a cinque giorni dal suo attacco a Bergoglio- l’ex nunzio apostolico è riapparso, ammettendo che il card. McCarrick viaggiava, dava conferenze e interviste e frequentava liberamente il Vaticano anche prima dell’elezione di Francesco, partecipando alle udienze di Benedetto XVI (e al suo 83° compleanno).

Con grande onestà intellettuale, dunque, mons. Viganò ha riconosciuto, seppur indirettamente, di aver mentito nel formulare la sua accusa al Papa. Non è Francesco ad aver “riabilitato” McCarrickma semmai è stato Benedetto XVI -in primis- a non aver tenuto conto delle stesse (presunte) restrizioni da lui stesso emanate, almeno secondo la versione non provata di Viganò. Come già abbiamo scritto, perciò, si sgonfia e crolla la frettolosa operazione mediatica pensata per chiedere l’impeachment a Bergoglio.

Il solo fatto che l’ex nunzio apostolico Viganò sia dovuto intervenire smentisce i suoi difensori d’ufficio, quelli che assieme ad Aldo Maria Valli avevano liquidato come “irrilevanti” le prove che anche il nostro sito web ha contribuito a rendere pubbliche (ora disponibili anche in inglese). Gli stessi frenetici difensori che stanno cercando con il lanternino prelati che “confermerebbero” il dossier Viganò (dopo aver inventato una conferma di Benedetto XVI, che ha smentito indignato) ma per ora trovano solo qualche vescovo che giura sulla buona fede dell’ex nunzio (negando le prove che mostrano il contrario), accontentandosi del solito abituè dei blog tradizionalisti: Athanasius Schneider, legato alla scismatica Fraternità San Pio X e vescovo ausiliario di una piccola diocesi (34 parrocchie) del Kazakistan. La resistenza, nel frattempo, sta nascondendo che, in queste ore, le conferenze episcopali dell’Argentina, del Perù e della Spagna, il Consiglio delle Conferenze episcopali dell’America Latina, i vescovi del Paraguay, la Chiesa cattolica del Pakistan (i “cristiani perseguitati”), la Commissione episcopati dell’Unione europea, il movimento ecclesiale dei Focolari ecc., stanno esprimendo comunione, fedeltà e vicinanza a Francesco, prendendo le distanze dal subdolo “dossier Viganò”.

Mons. Viganò ha scelto (finalmente) di intervenire su LifeSiteNews, il noto sito web che ben rappresenta la sclerotizzazione della presenza del cattolicesimo quando viene ridotto soltanto alla lotta contro l’aborto e al matrimonio gay. Tematiche -importantissime, ci mancherebbe- di cui sul portale canadese si parla ossessivamente e monotematicamete in decine di post ogni giorno (e per lo meno la guerra aperta a Francesco ha donato un po di variazione sul tema). Nell’articolo si prende atto, seppur con colpevole ritardo, della vita pubblica del card. McCarrick ben prima dell’elezione di Francesco, citando video, foto e documenti che il nostro sito web aveva già mostrato giorni fa.

Giovedì 30 agosto avevamo posto 8 scomode domande a mons. Viganò, dopo aver scoperto che lui stesso -alla faccia delle sue accuse indignate- era risultato complice silente di McCarrick nonostante fosse nunzio apostolico e rappresentante di quel Pontefice che aveva emanato un ordine a vita riservata al cardinale. Venerdì 31 agosto, come già detto, mons. Viganò ha iniziato a rispondere: «Non ero nella posizione di far rispettare» tali direttive, ha spiegato a LifeSiteNews, «soprattutto perché le misure (sanzioni) concesse a McCarrick sono state fatte in modo privato. Questa è stata la decisione di Papa Benedetto». Rispetto al video in cui, nel maggio 2012, mons. Viganò partecipa entusiasta alla premiazione come “Ambasciatore pontificio” di McCarrick, l’ex nunzio apostolico si difende così: «Non potevo dire: “Cosa stai facendo qui?”. Riesci a immaginare? Nessuno sapeva delle sanzioni, è stato un incontro privato. Quindi questo video non ha dimostrato nulla».

Ma la toppa è peggiore del buco. Innanzitutto, Viganò non dimostra in alcun modo l’esistenza di queste restrizioni private emesse da Benedetto XVI: erano scritte? Orali? Nessuno ne era a conoscenza, dice mons. Viganò, per questo non ha potuto farle rispettare. Peccato che mons. Viganò non sia stato solo “silente”, ma abbia perfino celebrato messa fianco a fianco con il cardinale abusatore, dettaglio gravissimo del quale non rende conto. Una cosa è ammettere di non poter fare nulla (e allora avrebbe dovuto dimettersi), un altro è rendersi attivamente complice del tradimento di questo presunto ordine, celebrando la sacralità dell’Eucarestia con un cardinale abusatore, ben sapendo oltretutto che gli era vietato farlo. Anche la sua difesa di quando elogiò pubblicamente McCarrick è risibile: si può anche comprendere che sarebbe stato strano evitare di premiare il cardinale se nessuno sapeva di tali restrizioni a suo carico, ma perché ha sentito la necessità di lanciarsi in quella sperticata manifestazione d’affetto nei confronti del prelato? Poteva scegliere un discorso di basso profilo, una partecipazione sobria ed invece foto e video lo ritraggono in amicizia con McCarrick, stima e affetto manifestati pubblicamente dallo stesso nunzio apostolico davanti ad una platea d’invitati. Evidentemente mons. Viganò non avrebbe mai immaginato di finire sul banco degli imputati per accuse gravi che lui stesso ha ipocritamente rivolto ad altri. Il dossier è un boomerang.

Interessante infine quanto riportato da Edward Pentin, il quale cita una “fonte attendibileˮ vicina a Benedetto XVI la quale ricorda che «l’istruzione» era «essenzialmente che McCarrick doveva tenere un profilo basso. Non c’era stato un decreto formale, ma solo una richiesta privata». Nulla di scritto o di formale, ma una istruzione che, però, fu subito disattesa dato che McCarrick presenziò perfino al compleanno di Ratzinger, il quale lo salutò affettuosamente il giorno delle sue dimissioni. In assenza di una sanzione formale, come invece detto da Viganò nel suo dossier, come si può pensare di accusare Francesco di non averla fatta rispettare? Quando poi, come già detto, il cardinale frequentava il Vaticano ben prima del Papa argentino, davanti agli occhi di Benedetto XVI?

Fin dall’inizio ci siamo occupati quasi esclusivamente dell’impeachment che l’ex nunzio apostolico Carlo Maria Viganò -coadiuvato da Marco Tosatti– ha chiesto per Papa Francesco, il vero scopo di tutta l’iniziativa. Abbiamo così volutamente trascurato il resto del dossier dedicato alla “lobby gay vaticana” che, seppur ben circostanziato con nomi, date e nomine, manca di prove. Ben vengano indagini e approfondimenti in questo senso. Ma si ascolti l’appello di Jim Towey, l’ex assistente conservatore di Bush e attuale rettore della Ave Maria University: «In un momento in cui la Chiesa è turbata dallo scandalo causato da tanti all’interno della deludente gerarchia, gli attacchi personali contro il Vicario di Cristo e la richiesta delle sue dimissioni sono selvaggiamente divisivi e palesemente sbagliati. Quei cosiddetti cattolici conservatori che ora sfidano la legittima autorità del Santo Padre e minano apertamente il suo papato, stanno tradendo i propri principi e ferendo la Chiesa che professano di amare. Ora dovrebbero fermarsi».

La redazione

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