La distruzione dei templi pagani, più fantasia che storia

«La storia in gran parte sconosciuta e profondamente scioccante di come il cristianesimo violento, spietato ed intollerante estinse il mondo classico». Prosegue la saga del “libro che la tua chiesa non ti farebbe mai leggere”, questa volta a cura della critica d’arte (ma priva di titoli in ambito storico) Catherine Nixey: The Darkening Age: The Christian Destruction of the Classical World è il titolo del suo (primo) libro. Una collezione di falsità, seppur ampiamente celebrata dalla stampa inglese.

L’autrice, una sorta di Corrado Augias in gonnella, è consapevole che «la storia delle buone opere del cristianesimo è stata raccontata tante volte», per questo ha deciso di smascherare le presunte malefatte. Peccato che la storica Dame Averil Cameron, docente emerito di Antichità e Storia Bizantina presso l’Università di Oxford abbia liquidato come “parodia, esagerata e squilibrata” la fatica di Nixey, sottolineandone peraltro la poca originalità. Già nel ‘700 il polemista anticristiano Edward Gibbon, tentò di incolpare i cristiani non solo di aver ucciso la civiltà classica, ma anche di essersi meritata la persecuzione da parte dei Romani. «Avevamo immaginato di aver fatto qualche progresso nel ribaltare definitivamente il modello gibboniano dopo oltre due secoli. Ed invece no», ha commentato amareggiata la Cameron.

Il blogger agnostico Tim O’Neill ha realizzato un’esauriente recensione critica, notando come la retorica dell’autrice tradisca un’avversione ideologica, definendo i cristiani come “stupidi” ed “ignoranti”. Ecco un passaggio del libro: «Gli intellettuali pagani guardavano disperati mentre volumi di libri non cristiani -spesso testi sulle arti liberali- andavano in fiamme. Gli amanti dell’arte osservavano con orrore come alcune delle più grandi sculture del mondo antico venivano distrutte da persone troppo stupide per apprezzarle e certamente troppo stupide per ricrearle. I cristiani non sapevano nemmeno distruggerle efficacemente: molte statue in cima ai templi si salvarono semplicemente in virtù del fatto che erano troppo alte per loro, con le loro primitive scale e martelli» (p. 34). Evidentemente, quando i cristiani costruirono la basilica di Santa Sofia (55 metri di altezza) utilizzarono scale e martelli iper-tecnologici rubati ai pagani…

Entriamo nel merito della tesi di Catherine Nixey. Il suo intento è valorizzare la cultura greco-romana contrapponendola alla barbarie cristiana. Così ha dovuto innanzitutto minimizzare il bilancio delle vittime nella persecuzione dei cristiani da parte dei “tolleranti” Romani, mettendo in dubbio l’esistenza dei martiri ed episodi di violenza come quello provocato da Nerone. Le sue fonti sono lo scrittore Henry Dodwell (1684) ed il già citato Edward Gibbon (1776), l’unico studioso moderno citato è William Hugh Clifford Frend, secondo il quale i martiri cristiani sarebbero stati «centinaia, non migliaia» (p. 76). Ma lo storico inglese si stava riferendo alle sole vittime dell’imperatore Decio nel 250 d.C. e non al totale dei martiri cristiani. Anche perché è lui stesso a ricordare, ad esempio, che le vittime della persecuzione di Diocleziano furono «un totale complessivo di 3.000-3.500» (Martyrdom and Persecution in the Early Church, p. 357).

E’ stucchevole come l’autrice tenti di rappresentare i governatori romani, responsabili delle persecuzioni cristiane, come validi amministratori urbani (e su questo non ci piove), persone perfettamente ragionevoli, pluralisti, razionali ed intellettuali tolleranti, che dovettero sopportare quei cristiani parassiti, buoni solamente per offrirsi volontari per essere uccisi. Gli stessi testi dei Romani, tuttavia, dicono il contrario. I culti erano tollerati finché si conformavano, più o meno, alla concezione romana. «Non dovresti solo adorare il divino ovunque ed in ogni modo in accordo con le nostre tradizioni ancestrali», scrisse ad esempio il senatore Cassio Dione, «ma anche obbligare tutti gli altri ad onorarlo. Coloro che tentano di distorcere la nostra religione con strani riti vanno odiati e puniti, e non solo per il bene degli dei» (Dio Cassius, Hist. Rom. LII.36.1-2). Ed i Romani hanno “odiato e punito” tante volte e non soltanto i cristiani: dai culti di Cibele e Attis a quello dei druidi celtici, passando dalla setta dei Baccanali.

Così, eccoci all’accusa ai rozzi cristiani di aver abbattuto violentemente la civiltà classica. Una tesi sostenuta in Italia, ad esempio, da Umberto Galimberti che si definisce “greco o pre-cristiano”. La lunga descrizione di Catherine Nixey dell’orgia distruttiva termina con l’infausta affermazione che «il “trionfo” del cristianesimo era iniziato». (pp. 19-21). Siti antichi profanati, statue decapitate, templi abbattuti, vandalismo ecc. Le fonti sono pagane ma anche racconti cristiani, agiografie esultanti di Santi in particolare (scritti spesso molto tempo la morte). L’autrice stessa avverte: «l’agiografia non è storia, bisogna leggere tali resoconti con cautela». Cosa che lei, però, non sembra fare. Prendendo anche grosse cantonate, come quando attribuisce ai soliti cristiani la distruzione del tempio di Poseidone (Atene), abbattuto invece dai Visigoti nel 396 d.C.

Al centro dell’accusa ci sono i decreti dell’imperatore Teodosio. Ma, come giustamente ha osservato l’agnostico O’Neill, tali editti erano per lo più «una dichiarazione del desiderio dell’imperatore» prima di passare per la lunga catena amministrativa e spesso venire bloccati se il prefetto locale o il governatore diocesano non fossero stati entusiasti del decreto. Il fatto che gli stessi ordini vennero ripetuti molte volte, «mostra che i successivi imperatori riconobbero che i decreti precedenti erano sostanzialmente rimasti non applicati». In ogni caso, Teodosio proibì i cruenti sacrifici dei pagani e, di conseguenza, anche i riti in sé, dando una importante spallata ai culti tradizionali ma anche all’immoralità di tali rituali: «Che nessuno, senza eccezione, qualunque sia la sua origine o il suo ragno nelle dignità umane, che occupi un posto di potere o sia investito di una carica pubblica, che sia potente per nascita o umile di origine, assolutamente in alcun luogo o città sacrifichi una vittima innocente ad idoli sprovvisti di senso […]. Che se qualcuno osasse immolare una vittima con l’intenzione di compiere un sacrificio o consultare nelle viscere ancora vive, costui subirà una condanna appropriata».

L’archeologia è forse la fonte più attendibile per comprendere la vastità di tale presunta furia cristiana. Un’ampia ed apprezzata indagine è The Archaeology of Late Antique ‘Paganism’ (Brill 2011) a cura degli archeologi Luke Lavan e Michael Mulryan (Università del Kent), i quali concludono: «Come risultato dei lavori, si può affermare con certezza che i templi pagani non furono né ampiamente convertiti in chiese, né ampiamente demoliti nella tarda antichità. Esistono solo 43 casi (di desacralizzazione o distruzione architettonica attiva dei templi), di cui solo 4 sono stati confermati archeologicamente» (p. 24). In particolare, è stato provato che solo il 2,4% di tutti i templi della Gallia sono stati distrutti con violenza (p. 35), un solo tempio in tutta l’Asia Minore, uno in Italia, sette in Egitto e uno solo in Grecia (ovvero quello già citato, distrutto dai Visigoti). Non vanno dimenticate, inoltre, le iniziative cristiane di riparazione e conservazione dei templi classici: «in regioni come l’Africa, la Grecia e l’Italia», hanno scritto Lavan e Mulryan, «la conservazione dei templi sembra essere stato un processo più diffuso rispetto alla loro distruzione» (p. 37).

La verità è che i luoghi di culto pagani fecero la stessa fine delle piccole chiese di campagna delle nostre società occidentali. Nel tempo smisero di essere utilizzati, furono mantenuti per un periodo e poi smantellati per recuperare materiali da costruzione, o convertiti per altri usi. Uno studio equilibrato è quello di Edward J. Watts, eminente storico della University of California San Diego, intitolato The Final Pagan Generation (2015). Lo studioso evidenzia come la transizione da paganesimo a cristianesimo avvenne in modo graduale, senza particolari sconvolgimenti. Il paganesimo è morto di morte naturale. Certamente vi furono alcune esplosioni di violenza contro statue e templi pagani, ma si trattò di un’eccezione, non della regola.

La redazione

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