Libertà e coscienza: se ad essere illusione fosse il determinismo antimetafisico?

I figli legati al letto, senza cibo né acqua, picchiati ed abusati per anni dai due genitori, David Allen Turpin e sua moglie Louise. Un caso tragico che ha scioccato l’America pochi mesi fa. «”I Turpin non avevano scelta: agivano semplicemente secondo gli imperativi comportamentali dettati dai loro geni e dall’ambiente, non avrebbero potuto fare altrimenti”. Se lo dicessi, la maggior parte della gente mi considererebbe un mostro, una persona senza morale che vuole giustificare il loro comportamento. Ma questa affermazione sui Turpin è vera!».

Il biologo ateista Jerry Coyne ha usato questo drammatico caso di cronaca per manifestare coerentemente il determinismo radicale in cui crede, quello che ritiene illusioni il libero arbitrio e la volontà cosciente degli individui. Ovviamente Coyne è ciecamente guidato (dunque, “illuso”?) dalla sua impostazione antimetafisica, ma il determinismo hard (o causale) in campo neuroetico non è affatto una posizione isolata. Molti sono gli studiosi -chiamati incompatibilisti– convinti di vivere una volontà illusoria, ritengono tuttavia che, per sopravvivere nella società in cui si è inseriti, non si può fare altrimenti che continuare ad illudersi. I rimanenti si dividono tra agnostici, cioè coloro che vedono la libertà come un mistero impossibile da approcciare scientificamente, e i compatibilisti, che vedono il determinismo naturalista non incompatibile con l’esistenza della libertà umana.

Tutto è guidato dalle leggi di natura, da precisi processi nervosi “pre-coscienti”, sostengono i deterministi, perciò l’uomo si illude di essere autonomo nelle sue volontà di scegliere. La coscienza sarebbe un’altra illusione e la mente un epifenomeno da ricondursi completamente al cervello. Per questo motivo Coyne e altri invocano un ripensamento dei nostri sistemi di giustizia in quanto il determinismo avrebbe compromesso definitivamente il concetto di responsabilità individuale: ognuno agisce non per volontà propria, ma in quanto burattino comandato dai suoi antecedenti genetici e biologici.

Uno dei principali problemi di questa convinzione teorica è che è totalmente antifattuale. Ognuno di noi, compreso Coyne, percepisce chiaramente la netta volontà e libertà nel prendere una decisione. Ne è persuaso intimamente. Perché allora dovremmo dubitare che la volontà cosciente sia davvero in grado di determinare le nostre azioni? Uno tra i principali sostenitori del determinismo radicale (chiamato anche eliminativismo), il filosofo Daniel Wegner, ha risposto mostrando tre esempi documentati in cui la nostra esperienza di volontà è falsa: quello della sindrome della mano aliena (un disturbo neurologico in cui la mano sembra avere vita propria); la sensazione di non controllare le proprie azioni durante un’ipnosi; il movimento del tavolino durante una seduta spiritica (D. Wegner, The Illusion of Free Will, MIT Press 2002).

Ovviamente Wegner non ha dubbi che a provocare i movimenti descritti siano le persone coinvolte, ma usa questi esempi per sostenere che l’esperienza di decisione consapevole -sperimentata da chiunque- non può essere assunta come prova della nostra effettiva capacità di determinare coscientemente le azioni. Infatti, in almeno tre casi, è certamente ingannata. Il filosofo ha parzialmente ragione: il fatto che ci percepiamo come protagonisti assoluti delle nostre decisioni non può essere considerata una prova affidabile e conclusiva della nostra effettiva libertà nei nostri comportamenti. Ma è un grave errore metodologico quello di utilizzare alcuni casi certificati per definire la regola generale (dal particolare all’universale) che la nostra esperienza di volontà cosciente è sempre illusoria. Anche la nostra memoria spesso ci inganna, ad esempio (e molto più spesso di quanto faccia la coscienza), eppure nessuno deduce che la sua capacità di ricordare è un’illusione. Oltretutto, se riflettiamo in chiave evolutiva, appare un controsenso l’affermazione che possediamo un’esperienza illusoria se così tante energie biologiche vengono spese in tale vissuto fenomenologico.

Si potrebbero scrivere interi volumi di contestazione al determinismo (e pure all’indeterminismo!), così come esistono infinite letture dei classici studi sul libero arbitrio e sulle neuroscienze in generale. In questa occasione ci interessa tuttavia segnalare un approccio “originale” che riteniamo interessante e valorizza la capacità razionale dell’individuo: è argomentato da diversi studiosi, come Maureen Sie (Tilburg University), Adina L. Roskies (Dartmouth College), Arno Wouters (Erasmus University Rotterdam), Hilary Bok (Johns Hopkins University), Gilberto Gomes (Universite de Paris VII), Phillip Cary (Eastern University).

Quel che conta, secondo tale visione, non è accertare se l’input decisionale inizi in una fase cosciente, ma considerare la possibilità della capacità di un controllo razionale sul comportamento adottato, sui nostri desideri, e fornire ragioni pratiche per lo stesso. La libertà, sostiene ad esempio la filosofa Bok, è decidere secondo criteri razionali e questo manda fuorigioco il determinismo neurobiologico il quale, non implica niente rispetto a ciò che “dovrei fare” (cfr. H. Bok, The Implications of Advances in Neuroscience for Freedom of the Will, The Journal of the American Society for Experimental NeuroTherapeutics 2007, vol.4, pp. 555-559). Noi abbiamo libertà decisionale, sia che le nostre azioni abbiano o meno cause neurali.

Come ha ben sintetizzato la filosofa morale Laura Boella (Università di Milano), ospite anche sul nostro sito web«Quando si parla di libera scelta, ci si riferisce dunque non a una capacità di fare o non fare, di intervenire sui meccanismi causali, bensì di agire o di non agire sulla base di un processo di deliberazione, di ponderazione che ha ben poco a che vedere con l’esercizio di un potere causale attivo sugli avvenimenti» (L. Boella, Neuroetica. La morale prima della morale, Raffaello Cortina Editore 2008, p. 81).

La redazione

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