Le conversioni in punto di morte: risposta alle obiezioni

conversioni in punto di morteE’ capitato tante volte che sul letto di morte avvenisse una conversione, magari in conclusione di una vita passata nell’indifferenza nei confronti di Dio o, addirittura, nell’avversione a Lui e a quanti in Lui credono.

E’ un dato frequente nelle biografie di famosi personaggi della storia, intellettuali di prestigio e celebri non credenti. Alcuni esempi che vengono in mente sono l’anticlericale e massone presidente francese François Mitterrand e il blasfemo e bestemmiatore Benito Mussolini, il capo della sinistra anticlericale francese Georges Clemenceau e il celebre Napoleone. Tutti convertitesi in articulo mortis.

Qualche credente potrebbe vedere in tutto ciò una forma di ingiustizia: “ma come, io che ho passato la vita accanto a Te sarò giudicato con un occhio di riguardo allo stesso modo di chi si è convertito solo in punto di morte?”. Oltre al fatto che la fede cristiana è votata a dare un pieno, fecondo e gioioso gusto e significato all’aldiquà, prima ancora che all’aldilà (chi ha avuto la grazia di aver vissuto la gioia cristiana per tutta la vita non dovrebbe avere nulla di cui lamentarsi!), a tale obiezione ha già risposto Gesù Cristo attraverso la parabola dei lavoratori della vigna: il buon vignaiolo dà identica paga a tutti i lavoratori, indipendentemente dal numero di ore di lavoro. Un inno al relativismo, al buonismo e al peccato libero, direbbe qualche tradizionalista odierno. «Amico, io non ti faccio torto», la risposta del vignaiolo nella parabola di Gesù. «Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: sei invidioso perché io sono buono?». Questo perché il Regno dei cieli, spiega Gesù, non è sottoposto alle logiche umane e «gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi» (Mt 20, 1-16).

L’obiezione a cui però vorremmo rispondere in modo più approfondito arriva dai non credenti: quella in punto di morte, dicono alcuni, è una conversione falsa e va delegittimata come mera paura della morte. Addirittura, per evitare forzatamente una conversione tardiva, nei secoli bui dell’Ottocento illuminista «gli “ésprits forts, come si autodefinivano, sorvegliavano la porta della stanza dove uno di loro tirava gli ultimi», ha raccontato Vittorio Messori. «Sapevano, infatti, che il “forte” avrebbe ceduto alla “debolezza” di stipulare un’assicurazione con il Mistero, adesso che ne era alla soglia. Così stavano lì ad impedire l’ingresso del prete o del frate, immancabilmente chiamato dall’interessato o dai parenti». Spesso anche gli stessi “guardiani delle porte”, «che si credevano adulti e liberati dalle infantili superstizioni clericali, davanti al salto nel Grande Punto Interrogativo provvedevano a quel che lo schema ideologico proibiva ma che il cuore suggeriva» (V. Messori, Qualche ragione per credere, Ares 2008, p. 26). Può apparire un’incoerenza ma -spiega Messori- in realtà «conferma quanto dice la Bibbia, la quale insegna che initium sapientiae, timor Domini, il principio della saggezza è il timor di Dio». Esso è ben diverso dalla paura, è piuttosto un’apprensione, «un ottimo spunto per incamminarsi sulla strada giusta o, almeno, per arrivare al capolinea in modo sensato. E chi non è d’accordo, non protesti con noi, ma con la Scrittura. E, magari, con il Padreterno che ci ha fatti così nel suo insondabile disegno» (p. 24).

Inoltre, se la fede è una forma di debolezza che emerge con il passare degli anni, come si spiega l’alto numero di credenti anche tra i più forti e vigorosi giovani? L’eminente filosofo francese Philippe Nemo ha infatti spiegato: «Anche la vecchiaia può essere l’occasione di un ritorno a una fede dimenticata, nel momento in cui le scadenze fatali incombono. L’ateismo moderno prende questi fatti come pretesto per sostenere che la fede è solo un’illusione prodotta dalla debolezza umana. Tuttavia, dato che molti uomini non sono deboli e non subiscono, durante la loro vita, prove estreme, la fede non avrebbe niente di necessario e il problema religioso potrebbe e anzi dovrebbe essere del tutto escluso dall’agenda intellettuale dell’umanità» (P. Nemo, La bella morte dell’ateismo moderno, Rubbettino 2016, p. 44). A chi collega automaticamente l’anzianità alla demenza senile bisognerebbe ricordare che la vecchiaia -frequente momento di ritorno alla fede-, è l’età della saggezza e della maturità non solo nei modi di dire: le più grandi scoperte della scienza, ad esempio, sono arrivate da scienziati in età avanzata, anche perché è allora che la capacità logica, ad esempio, sembra raggiungere il suo picco (il tempo lavora a favore dei neuroni cerebrali). Secondo uno studio inglese, inoltre, il benessere psicologico si raggiunge mediamente alla soglia degli 80 anni.

Infine, la scoperta della fede in punto di morte non è affatto una forma di consolazione psicologica. Anzi, le cose vanno ribaltate: per chi ha vissuto la vita rifiutando ogni remora etica alla sua laica autonomia, dovrebbe auspicare che al di là non ci sia niente, nessun Qualcuno a cui rendere conto. Il contentino psicologico potrebbe proprio essere la convinzione personale dell’inesistenza di un Giudice ultimo, così da vivere l’esistenza secondo i propri comodi istinti e, in punto di morte, senza timori di dover giustificarsi davanti a Colui che la vita l’ha donata. «L’esperienza e la riflessione», ha infatti spiegato ancora Messori, «mi dicono che il “libertino” (in senso filosofico, non morale) preferisca di gran lunga il Nulla a un inquietante Giudice». Per questo, «la riscoperta -tanto apparentemente improvvisa, quanto consueta- della religione in extremis non nasce dal bisogno di consolazione, bensì dal desiderio di assicurazione nei confronti di una realtà rimossa sino ad allora, ma di cui la luce abbagliante della situazione limite, che squarcia tutte le difese, fa riconoscere se non la verità almeno l’alta probabilità» (p. 200).

Solo davanti alla potenza della fine, ha spiegato Papa Francesco, «l’uomo fa completa esperienza della propria fragilità e del proprio bisogno di salvezza». Sorella morte, come la chiamava San Francesco, altro non è, infatti, che lo stimolo più efficace a pensare alla vita, cioè al suo senso.

La redazione

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