L’etologo Desmond Morris: «Mi sbagliavo, l’uomo non è una “scimmia nuda”»

scimmia nuda morrisDopo aver passato la vita a ridurre l’uomo alla scimmia, il celebre etologo darwinista-marxista Desmond Morris sembra oggi aver cambiato idea: «Gli esseri umani sono molto meglio di quanto si creda».

Il prof. Morris è uno scienziato sui generis, appassionato di zoologia quanto di sociobiologia, docente di etologia ma anche critico d’arte, surrealista in particolare. In una recente intervista ha fatto un’affermazione che condividiamo in toto: «Sapere alla perfezione un lato della scienza non basta. Difatti, le grandi scoperte sono arrivate quasi per caso». Un inno all’uomo multitasking, come lo chiama lui. L’intellettuale medioevale, come diciamo noi, cioè interessato di tutto e non settorializzato, iper-specializzato, curioso invece di quel che lo circonda ed interprete della realtà seppur partendo, chiaramente, dal suo settore di competenza.

In questa intervista ha anche manifestato un certo cambio di pensiero: «All’inizio della mia vita, tra guerre e genocidi, ero terrorizzato dalla nostra razza. Perciò mi misi a studiare gli animali. Ho capito che mi sbagliavo. Così, passai ad analizzare gli uomini. Sono molto meglio di quanto credessi, hanno uno spirito collaborativo eccezionale, una creatività impareggiabile».

Certo, riflessioni un po’ scontate oggi. Niente di così profondo o sconvolgente, effettivamente. Bisogna capire però da dove partiva Morris: ateo ma non particolarmente militante, fissato con l’immortalità (teorizzò l’«interferire geneticamente con l’imperativo biologico che ingiunge al nostro meccanismo di rinnovamento cellulare di diventare progressivamente meno efficace per poter vivere per sempre»), riduzionista fino al midollo, ha definito l’uomo una “scimmia nuda” (Bompiani 2003), convinto che bastasse trasferire il suo cervello nel corpo (involucro) di un altro uomo per «ricominciare da capo e godermi un altro po’ di questo nostro piccolo, affascinante pianeta» (D. Morris, intervista su Repubblica, 10/4/2008).

Toccò il vertice quando sembrò respingere l’etica cristiana in quanto contrastante con l’istinto biologico: «i pii luoghi comuni di preti e uomini politici suggeriscono che dovremmo amare tutti gli uomini allo stesso modo, che dovremmo trattare gli estranei come fratelli. Dal punto di vista biologico, non siamo assolutamente programmati per agire in questo modo. Se ci comportiamo come se questa inclinazione tribale non esistesse, essa tornerà a tormentarci nelle forme più deleterie. Se la accettiamo, possiamo tentare di attenuarla» (D. Morris, Lo zoo umano, Mondadori 2005, p. 85).

Oggi, da quel che afferma, non sembra esserne più tanto convinto. C’è qualcosa di “eccezionale” e di “impareggiabile” (parole sue) nell’essere umano, impossibile ridurlo ad una scimmia senza peli. Proprio la famosa “scimmia nuda” di Morris è stata citata (e criticata) da un suo collega -seppur ben più rinomato-, il biochimico premio Nobel Ernst Chain: «Ogni speculazione e relativa conclusione circa il comportamento umano disegnato sulla base delle teorie evolutive darwiniane da parte degli studi etologici degli animali -in particolare quelli sui primati- devono essere trattate con la massima cautela. Può essere divertente descrivere il nostro prossimo come “scimmia nuda”, e una piccola sezione di pubblico può anche godere della lettura circa il confronto tra il comportamento delle scimmie e quello umano: ma questo approccio – che, tra l’altro, non è né nuovo né originale- in realtà non porta molto lontano».

Infatti, ha proseguito Chain, «non abbiamo bisogno di essere esperti zoologi, anatomisti e fisiologi per riconoscere che esistono alcune somiglianze tra la scimmia e l’uomo ma, sicuramente, sono molto più interessati le differenze. Le scimmie, dopo tutto, a differenza dell’uomo, non hanno mai prodotto grandi profeti, filosofi, matematici, scrittori, poeti, compositori, pittori e scienziati. Esse non sono ispirate dalla scintilla divina che si manifesta in modo evidente nella creazione spirituale dell’uomo e che, in fin dei conti, lo differenzia irriducibilmente dagli animali» (E.B. Chain, “Social Responsibility and the Scientist in Modern Western Society”, Perspectives in Biology and Medicine, Spring 1971, Vol. 14 No. 3, p. 368).

La redazione

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