Finalmente anche le femministe contro l’utero in affitto…

Maternità surrogataDopo la guerra contro gli uomini, la guerra contro i cattolici nei consultori, la guerra al diritto di obiezione di coscienza, la guerra all’azzurro e al rosa…finalmente le femministe riescono a farne una giusta. Per una volta dalla vera parte della dignità femminile.

E’ ormai chiaro che molte di loro non vogliano piegarsi alla maternità surrogata (o utero in affitto): affittare il corpo di una povera donna-incubatrice che produca un bel bambino-prodotto per strapparglielo dalle mani e consegnarlo ai compratori omosessuali (o eterosessuali sterili)…questo no. Ad affermarlo (con tanto di sito web) è la Swedish Women’s Lobby, il più importante gruppo di pressione femminista svedese, che, oltretutto, coordina l‘European women’s lobby. La loro campagna è denominata “Feminist no to surrogacy”, spiegando che si tratta di una «campagna politicamente e religiosamente indipendente che si oppone alla maternità surrogata per motivi femministi». Sostengono la risoluzione adottata dal Parlamento europeo nell’aprile 2011, in cui si afferma chiaramente che la maternità surrogata è uno sfruttamento del corpo della donna e dei suoi organi riproduttivi.

«Se le porte per la maternità surrogata vengono aperte», spiegano le femministe svedesi in un comunicato, «non importa quanto possa essere regolamentata, i bambini saranno considerati come materie prime e le donne come contenitori. Stiamo assistendo ad un trend che va verso lo smantellamento dei diritti fondamentali a favore del desiderio e della volontà degli individui di diventare genitori in nome della propria personale soddisfazione. Avere un approccio femminista alla maternità in affitto significa rifiutare l’idea che le donne siano usate come contenitori, e che le loro capacità riproduttive possano essere comprate».

«Il diritto all’integrità del corpo», proseguono, «non dovrebbe mai essere negoziato da qualsiasi forma di contratto. A prescindere dalla regolamentazione o dalla natura del contratto resta sempre un commercio dei corpi delle donne e dei bambini. Il focus del dibattito sulla gravidanza conto terzi deve essere quello dei diritti delle donne e dei bambini, e non l’interesse dell’acquirente». Si sono a loro unite la Federazione di sinistra delle donne svedesi, le Verdi, le Associazioni per le immigrate, le Donne del Consiglio ecumenico svedese e il “Boston women’s health book collective”, oltre all’importante adesione dell’ong indiana “Sama resource group for women and healt”. La battaglia, finalmente, è sacrosanta.

Anche in Francia però le cose cominciano a muoversi nel vetero-femminismo: Marie Da Fonseca, addetta stampa del movimento femminista “Osez le féminisme 69″ e membro del movimento Lgbt francese «per i diritti delle donne e delle lesbiche», assieme ad altre 38 associazioni non ha partecipato al Gay pride di Lione, intitolato: “Il nostro corpo, la nostra scelta: diritti dei trans, Pma (fecondazione assistita), Ivg (interruzione di gravidanza), Gpa (utero in affitto) e prostituzione”. Ha spiegato così l’assenza della sua associazione: «Noi come associazione siamo a favore dei diritti delle donne e quindi consideriamo la prostituzione e l’utero in affitto, cioè donne che hanno bambini per altre persone, come una strumentalizzazione e una commercializzazione del corpo delle donne». L’utero in affitto «è il peggior prodotto del sistema patriarcale e capitalista, che si arroga il diritto di trattare le donne e i bambini come semplici prodotti di consumo. Sottolineo anche che il mito della scelta individuale nel caso della prostituzione e dell’utero in affitto contribuisce a perpetuare l’oppressione subita da una grande maggioranza di persone e nuoce gravemente al rispetto della loro dignità e dei loro diritti fondamentali».

Parole simili ad una femminista di casa nostra, Ritanna Armeni, che così si è rivolta tempo fa ad un’amica: «Mi dai continue lezioni a proposito della sostenibilità del pianeta, dei disastri che il mondo occidentale ha provocato nei paesi in via di sviluppo, sulla rovina delle foreste, sullo sfruttamento abominevole che le multinazionali fanno del lavoro delle donne e degli uomini di quei paesi. Riterresti giusto, moralmente accettabile che alcune donne – le ricche occidentali – che ormai sono riuscite nella loro carriera e possono economicamente permetterselo, paghino altre donne di quel mondo già colpito e sfruttato affittando il loro utero? E’ coerente con i tuoi principi – che sono anche i miei – accettare con serenità che le donne della parte più povera del mondo vendano il proprio corpo per permetterci carriera e denaro?».

La femminista di “Repubblica”, Maria Novella De Luca, un anno fa affermava: «C’è qualcosa di terribile in questa macchina della maternità. Il 25 aprile è la giornata mondiale contro la violenza sulle donne: anche questo è sopruso, proviamo a ricordarlo». E’ notizia di questi giorni, invece, che una delle principali femministe inglesi, Germaine Greer, ha pubblicamente attaccato Elton John e il compagno David Furnish che si sono registrati come “padre” e “madre” sul certificato di nascita dei figli avuti da una madre surrogata: «hanno svilito la maternità e rischiano di distruggerla», ha scritto la Greer. «È quello che le donne vogliono? Mi viene il sospetto che l’aborto in questo Paese sia stato approvato solo perché l’industria della fertilità ne aveva bisogno. Di certo non è avvenuto grazie alle nostre marce: volevano permetterci di porre fine alle gravidanze per controllare a comando i prodotti del concepimento. La stessa cosa sta accadendo ora con la maternità surrogata».

La redazione

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