Dio è un prodotto dei desideri dell’uomo?


 
 
di Giorgio Masiero*
*fisico e docente universitario

 
 

Questo sito tratta frequentemente – da ultimo in una serie di articoli di Michele Forastiere, dove la questione è stata esaminata a livello scientifico interdisciplinare – del rapporto tra mente e cervello, perché è un problema cruciale delle scienze razionali, sia umane che naturali. Pur ospitando anche le voci riduzionistiche, in coerenza alla sua missione UCCR propugna la centralità dell’uomo nell’Universo e l’irriducibilità della mente alla materia-energia: una concezione che a molti filosofi e scienziati, credenti e non, sembra più razionalmente fondata dell’opposta. Apriti cielo!Ogni volta, si solleva in un crescendo rossiniano l’onda irridente degli ambienti atei intolleranti della Rete, con accompagnamento di accuse di passatismo, antropocentrismo e, manco a dirlo, sfregio alla scienza.

Ne faccio un esempio per tutti. Un laureato in scienze della comunicazione che dichiara di fare «l’istruttore ad una scuola di calcio per bambini dai 6 ai 10 anni», evitando accuratamente di entrare nel merito filosofico o scientifico delle tesi sostenute in uno dei sopracitati articoli, dal suo blog pontifica: «Chi teorizza l’esistenza dell’anima immateriale non ha quel minimo di conoscenze scientifiche (la forma mentis) per discutere sull’argomento o non sa scremare il suo pensiero da quell’elemento che in speculazioni del genere dovrebbe esser lasciato fuori il più possibile: la speranza. Sperare di non essere sola materia [sic: il Nostro è fermo alla fisica del ’700!], in questo caso, finisce per portare a conclusioni inevitabilmente contaminate e razionalmente discutibili prese per buone solo perché desiderabili. Sia in un caso che nell’altro, sia che ci si trovi a parlare con gente che non ha argomenti sia che si interagisca con chi confonde speranza e ricerca della (approssimazione della) verità, è davvero difficile portare avanti una conversazione costruttiva. E ho imparato a lasciar perdere. […] Supponenza? Sì, mi sa di sì». Segue il dovuto plauso al “supponente” dei suoi 4 (quattro) follower, come lui più esperti in dietrologia della speranza che in logica ed epistemologia, mi sa.

Ho preso il discorso di questo blogger non per la sua valenza scientifica, che è palesemente nulla, ma perché riprende – più con gli automatismi di un linguaggio compilatore, che con lo spirito critico che si richiederebbe ad un aspirante giornalista – il piatto forte, che poi è una minestra riscaldata da secoli, del “new atheism” militante contemporaneo, da Dawkins agli emuli di casa nostra. È un ragionamento accattivante, che mi ha intrigato la prima volta che l’ho incontrato, alle lezioni liceali di filosofia sulla sinistra hegeliana e sul pensiero di Ludwig Feuerbach (1804-72), in particolare. Questo filosofo tedesco, che da giovane fu uno studente luterano di teologia, dedicò tutta la sua vita a tentar di dimostrare, con ricerche storiche, antropologiche, psicologiche ed anche gastronomiche, che non l’uomo è stato creato da Dio, ma piuttosto Dio è un concetto creato dall’uomo. Le qualità che noi uomini possediamo in misura finita (per es., la bontà, la forza, l’intelligenza, la stessa vita) e di cui però abbiamo un desiderio illimitato, le oggettiveremmo al massimo grado nell’idea di Dio, che concepiamo infinitamente buono in contrasto alla nostra finita bontà; onnipotente, in contrasto alla nostra piccola potenza rispetto alle forze naturali; onnisciente, a differenza della nostra limitata intelligenza; eterno, in opposizione alla nostra mortalità. Dio sarebbe quindi, soltanto, la proiezione di questa operazione mentale promossa dalla nostra volontà di potenza. Gli ateismi di Marx, Nietzsche e Freud sono solo varianti di questa fulminante illuminazione di Feuerbach.

Fu dunque Dio a creare l’uomo, o l’uomo a creare Dio? Per un lasso della mia giovinezza ho vissuto il dilemma come un dissidio interno tra il richiamo del cuore, restio ad abbandonare il tranquillo porto approntatomi dalla cultura in cui ero stato allevato, e la lusinga di un ragionamento che mi spingeva verso acque ignote. Capivo che la scelta che avrei infine intrapreso non era solo teorica, ma sarebbe stata un crinale con conseguenze decisive sulla mia vita. La propensione verso le posizioni della sinistra hegeliana, cui contribuiva il clima politico e culturale universitario degli anni ‘70, era in me mitigata dal contrasto tra le previsioni teoretiche marxiane e la realtà oppressiva del socialismo reale nell’Est Europa di allora. Filosoficamente, avevo la soluzione del paralogismo feuerbachiano sotto il naso, ma non la vedevo. Poi la luce arrivò, gradualmente fino a divenire accecante.  I giovani della sinistra hegeliana, si sa, rovesciarono il pensiero di Hegel come un guanto: Stirner ne capovolse le tesi politiche, Feuerbach i fondamenti religiosi, Marx la teoria economica. Però tutti conservarono il carattere peculiare del loro maestro: la prosopopea di chiamare ad ogni pagina scientifico il proprio pensiero, e ideologico quello di chi non la pensava come loro (anche in questo sentimento di “supponenza” i loro adepti contemporanei ne sono pedissequi imitatori!). Scientifico, nel senso positivo di vero, universale, definitivo; ideologico, nel senso spregiativo di ipocrita, in mala fede, preconfezionato a coprire interessi di parte. E come Hegel pensava che, dopo la sua “Fenomenologia dello Spirito”, nessuno avrebbe avuto più nulla da aggiungere e sarebbe finita la filosofia (mentre la storia s’incaricò di mostrare che ciò che si avviava al termine era solo il sistema prussiano di cui Hegel era stato cantore), così i filosofi della sinistra hegeliana presumevano che le loro idee su politica, religione ed economia fossero scevre da pregiudizi personali e rappresentassero l’ultimo esito dello sviluppo oggettivo dello Spirito umano universale. Nei secoli successivi, invece, ancora una volta, i fatti testardi avrebbero dimostrato la contingenza del loro pensiero e l’imprevedibile, inesauribile ricchezza della storia umana. Con riguardo alla critica della religione di Feuerbach, capii finalmente, aiutato dallo studio di Tommaso d’Aquino, che l’errore dell’argomento non sta nella falsità della proiezione, ma al contrario nel fatto che una proiezione c’è sempre, in ogni tipo di conoscenza umana.

Mentre Aristotele sosteneva che la mente riflette senza modificazioni ciò che esiste fuori di noi (la realtà), San Tommaso attenuò la corrispondenza tra realtà ed intelletto con l’osservazione, che anticipa di molti secoli Kant: “Cognitum est in cognoscente per modum cognoscentis”, il conosciuto sta in chi conosce attraverso le modalità di chi conosce. La realtà, insomma, nel venire conosciuta si adatta ai nostri sensi e alle nostre categorie mentali. Così, non solo nell’atto di pensare a Dio, ma anche nel conoscere un amico o nell’osservare un evento, mettiamo in azione l’umana struttura mentale e la personale forza d’immaginazione, aggiungiamo qualcosa di noi stessi all’oggetto, sia come uomini in generale che come persone particolari: dunque proiettiamo. Ma questo implica necessariamente che ad una nostra proiezione non corrisponde nulla fuori di noi? È ovvio che una cosa non esiste solo perché uno, o anche molti di noi la desiderano; ma vale anche l’inverso: non è che una cosa non esiste, solo per il fatto che qualcuno la desidera. Qui sta il sofisma di Feuerbach, stancamente ripetuto dagli ateisti moderni che si dichiarano, sbagliando, nuovi e razionalisti: Dio non esiste, dicono, perché sono gli uomini (compresi, ahimè, loro stessi!) a desiderare (o a temere) che esista. Ma perché una cosa che si desidera o si teme, non deve esistere? Perché ciò che dall’alba del genere umano viene venerato dev’essere per questo motivo solo un’idea? Perché la ricerca dell’archè, il principio originario di tutte le cose, da cui sono sorte la filosofia e la scienza, dovrebbe essere un’attività insensata?

Gli articoli che appaiono quotidianamente in questo sito e l’ospitalità offerta senza censure a tutte le voci stanno a dimostrare che noi cristiani non abbiamo nulla da obiettare allo scrutinio rigoroso, sotto gli aspetti storico, antropologico, psicologico o neuro-fisiologico, della nostra fede. Ma nessuno studio “scientifico” sull’anima umana (che poi vuol dire nessuna elettrotecnica di misure neuro-encefalografiche) potrà mai dimostrare alcunché riguardo all’inesistenza di una realtà assoluta indipendente dalla psiche. Il che significa che, forse, al desiderio di Dio dei credenti può corrispondere un Dio reale, e che forse, al contrario, proprio il desiderio di un ateo che Dio non esista potrebbe essere la proiezione di un suo determinato pregiudizio, magari esito di un’intima, casuale esperienza infantile quando la sua ragione non era ancora matura. Per concludere, l’argomento della proiezione, da cui sono nati gli ateismi filosofico e psicanalitico e di cui si pascono ossessivamente i new atheist postmoderni, ha valore logico zero come prova dell’inesistenza di Dio. Ne prendano intelligentemente atto.

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