Cesare Pavese e l’angoscia di compimento di un uomo senza Dio

Incontro con Italo CalvinoTra le più belle esperienze che un cristiano può sperimentare c’è quella di imbattersi in persone lontane dal suo cammino e, tuttavia, percepire anche in loro il desiderio di compimento dell’esistenza che rende uniti gli uomini, di qualunque latitudine, di qualunque credo.

Per questo anche autori come Giacomo Leopardi possono diventare compagni di vita, addirittura aiutandoci ad approfondire la nostra fede (come abbiamo già avuto modo di sottolineare). Un altro grande riferimento può senz’altro essere e diventare Cesare Pavese, autore del bellissimo Il mestiere di vivere, ovvero il diario in cui lo scrittore piemontese annotava pensieri e sensazioni. Un capolavoro di umanità.

«Ti stupisci che gli altri ti passino accanto e non sappiano, quando tu passi accanto a tanti e non sai, non t’interessa, qual è la loro pena, il loro cancro segreto?» (Il mestiere di vivere, 17 agosto 1950). E qual è il cancro segreto di Pavese? E’ l’irrimediabile incompiutezza dell’esistenza. Ne parla il recente saggio di Franco Ferrarotti, Al santuario con Pavese. Storia di un’amicizia (Edizioni Dehoniane 2016), il quale descrive anche l’insofferenza di Pavese verso l’ambiente culturale in cui è cresciuto, oppresso da un soffocante e immaturo anticlericalismo. «Ciò che forse non è stato capito dai contemporanei», scrive il sociologo Ferrotti, professore emerito presso La Sapienza di Roma, «è che in Pavese era sempre presente e nel fondo, misteriosamente operante, un sentimento religioso che lo rendeva estraneo allo storicismo “laicistico” allora dominante e lo spingeva invece allo studio dei grandi miti. Pavese non si capirà fin che non si vedrà che egli è definito sì dall’appartenere a quel clima, ma in opposizione ad esso».

Memorabile il suo commento quando vinse il più noto premio letterario italiano, il Premio Strega: «Hai anche ottenuto il dono della fecondità. Sei signore di te, del tuo destino. Sei celebre come chi non cerca d’esserlo. Eppure tutto ciò finirà. Questa tua profonda gioia, questa ardente sazietà, è fatta di cose che non hai calcolato. Ti è data. Chi, chi, chi ringraziare? Chi bestemmiare il giorno che tutto svanirà?» (Il mestiere di vivere, p. 341). E il giorno dopo la consegna del premio: «A Roma, apoteosi. E con questo?» (p. 360). Di fronte alla mondanità, all’effimera felicità dei suoi contemporanei, lui rispondeva con l’«indicibile angoscia» di un uomo che ragiona davvero, che non si accontenta, che sa di non poter risolvere l’enigma dell’esistenza in un orizzonte soltanto umano.

Pavese, scrive il sociologo Ferrarotti, visse con «il rospo del mistero del divino, il bisogno di una trascendenza capace di dare valore alla miserabile, nuda, inerme e insignificante datità del pratico-inerte in cui gli uomini vivono immersi, disperati e nello stesso tempo anelanti verso un “totalmente altro”». Perché non c’è modo di stare di fronte, altrimenti, alla «fatica interminabile, lo sforzo per star vivi d’ora in ora, la notizia del male degli altri, del male meschino, fastidioso come mosche d’estate». Per questo, Cesare Pavese è un «laico che non cancella la religione come fatto sociale irrilevante, né si crede un privilegiato particolarmente “illuminato” di fronte alla questione non tanto dell’esistenza o dell’inesistenza di Dio quanto del mistero di Dio, di questo rospo in gola che non va né su né giù». Lontano da dispute teologiche e ateologiche, la questione di Dio brucia anche nei cuori degli atei più incalliti, anche loro sanno che «l’uomo non è un essere senza ragion d’essere». Pavese lo capisce bene, «e avverte nel profondo un bisogno essenziale di immortalità», spiega Ferrarotti.

«Qualcuno ci ha mai promesso qualcosa? E allora perché attendiamo?», scrisse (Il mestiere di vivere, p. 276). L’attesa di compimento, vissuta radicalmente da Pavese, caratteristica unica dell’essere umano, non sfociò mai verso la fede, verso la conversione. Nell’agosto 1950, in preda ad un profondo disagio esistenziale, mise fine alla sua vita ingerendo oltre dieci bustine di sonnifero. «Ciò che un uomo cerca nei piaceri è un infinito e nessuno rinuncerebbe mai alla speranza di conseguire questa infinità» (Il mestiere di vivere, p. 190). Eppure, possiamo dire, il celebre scrittore ad un certo punto ha rinunciato a conseguire l’infinità che da sempre cercava, gli è mancato l’incontro cristiano. Perché, l’Infinito che attendeva, si è reso incontrabile nella storia, «si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14). «Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui», prosegue l’evangelista. «Eppure il mondo non lo riconobbe».

La redazione
(articolo inserito nell’archivio dedicato ai famosi non credenti)

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3 commenti a Cesare Pavese e l’angoscia di compimento di un uomo senza Dio

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  1. sara ha detto

    Fu un uomo che si interrogo’ tanto nella vita. Un uomo in cerca di un Dio che non conosceva, si potrebbe dire, un uomo vissuto da credente e morto da ateo,ma poi chi lo sa’ se in quel momento hai trovato cio’ che cercavi e prima di spirare gli hai sorriso…mi piace pensare che te ne sia andato cosi’.

  2. Licurgo ha detto

    Pavese fu gran scrittore, di rara sensibilità artistica.
    Nella quasi totalità dei grandi artisti e dei geni (ma in maniera più ridotta nella quasi totalità degli esseri umani) vi è secondo me un’insaziabile sete di infinito.
    Come poi se la risolvano o non se la risolvano, è questione di vicende personali, incontri fatti, contingenze, attitudini di pensiero e chissà quant’altro.

  3. andrea g ha detto

    Ho sempre trovato bellissime la parole scritte al momento del suicidio:
    “perdono tutti e a tutti chiedo perdono”.

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