Eutanasia: la cultura dello scarto perde in America e Québec

EutanasiaLa «cultura dello scarto», come la chiama Papa Francesco, che «richiede di eliminare esseri umani soprattutto se fisicamente o socialmente più deboli», non riesce fortunatamente (ancora?) a prevalere quando si tratta di eutanasia. Probabilmente anche perché tutte le associazioni mediche principali si oppongono ad essa duramente.

Eppure proprio oggi il capo di Stato, Giorgio Napolitano, ha invitato il Parlamento a «non ignorare il problema del fine vita», scrivendo all’Associazione Luca Coscioni, la lobby pro-death o, italianizzando, pro-scarto, del mondo radicale.

Contemporaneamente dall’estero arrivano tre notizie molto positive. Lo stato americano del New Hampshire ha sconfitto la proposta di legge (HB 1325) sul suicidio assistito per 219 voti contro 66.

Anche in Québec è stato eutanasizzato il disegno di legge che avrebbe legalizzato l’eutanasia, ma gli attivisti canadesi spiegano che non c’è tempo per festeggiare e mettersi a proprio agio, ma occorre riorganizzarsi perché il disegno di legge potrebbe essere reintrodotto nella prossima legislatura.

In Arizona è invece passato alla Camera (ora toccherà al Senato) un disegno di legge (House Bill 2565) che rende più facile per gli avvocati perseguire per omicidio colposo coloro che indurranno o aiuteranno al suicidio. La proposta è scaturita da un caso di suicidio assistito. La pietà non c’entra nulla, anzi è l’opposto dell’eliminazione fisica del malato o dell’anziano.

Aiutiamo chi è malato, stiamo vicini alle persone sole, pretendiamo le migliori cure palliative per chi vive una malattia sofferente. Ma non uccidiamoci a vicenda, nemmeno se a chiederlo è il presidente della Repubblica.

La redazione

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17 commenti a Eutanasia: la cultura dello scarto perde in America e Québec

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  1. soren liston ha detto

    verissimo!!!

    ps: vi consiglio di dire la trivena a san giuseppe visto che domani vi è la festa 🙂

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  2. gladio ha detto

    E bravo il nostro Crapapepalata!

    Dopo aver permesso al boia di accoppare la povera Eluana Englaro ( Ricordate la storia del famoso decreto che avrebbe salvato la vita alla ragazza e che il Presidente della Repubblica si rifiutò di firmare? )adesso invita pure il Parlamento a prendere in considerazione gli alti ideali di umanità e civiltà sostenuti e proposti dall’ associazione Luca Coscioni di cui si è fatto deferente e rispettoso interlocutore.

    Se comunque, malauguratamente,il suo appello non trovasse da parte del Parlamento adeguata risposta potrebbe sempre ritentare il giochetto ( ben riuscito )del 2011:

    Organizzi cioè una Todi 3 con il sostegno di qualche vescovo e di qualche balorda associazione di catto deficienti.

    In contemporanea nomini Senatore a vita Marco Pannella che successivamente, con il sostegno dei Paesi Scandinavi e il ben più robusto appoggio di Barack Obama, diventerebbe il nuovo Presidente del Consiglio.

    A questo punto la conquista del sacrosanto “diritto civile ” all’ eutanasia sarebbe cosa fatta.
    L’ eliminazione in grande stile di anziani e disabili prenderebbe efficientemente avvio entro i fatidici ” cento giorni “;una indubbia panacea, in termini di risparmio,per le casse dell’ INPS e della Sanità.

    Ragazzi, se a tutto questo aggiungiamo anche la grande offensiva in atto per imporre l’ ideologia di ” gender” portata avanti anche con il pervertimento dei giovani e dei bambini nelle scuole pubbliche…

    Che dite?… Cristiada?

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    • Li ha detto in risposta a gladio

      Re giorgio segue l’onda per accreescere la sua popolarità: se ora come ora ritornasse in auge la pena di morte, pensate davvero che lui direbbe è sbagliato? Anzi, firmerebbe di corsa tutti i modi per ripristinarla.

      Al momento l’unica pena di morte consentita in Italia si chiama eutanasia, e già questa la rende ipocrisia in un paese che si dice tanto per il bene dei detenuti ed elimina bambini e vecchi e malati o depressi senza problemi.

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  3. Michele ha detto

    Sarebbe ora che molti cristiani la smettessero di voler imporre a tutti la loro visione del mondo. Non siamo più nel medioevo e nemmeno nel ventennio fascista. Ogni malato deve poter decidere di andarsene, se ritiene di non essere più in grado di sopportare le sofferenze che la malattia gli impone. Se una persona non vuole far uso dell’eutanasia ha il sacrosanto ed indiscutibile diritto di vivere la propria vita fino in fondo, ma lasciate che almeno coloro che esprimono un consenso chiaro abbiano la possibilità di decidere di porre fine alla propria esistenza quando lo ritengono giusto. D’altronde il proprio corpo e la propria vita sono le cose più personali e private che esistano. Che si abbia almeno il diritto di decidere su di esse.

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    • Martina ha detto in risposta a Michele

      Peccato, caro Michele, che declamare la cosiddetta libertà di scelta sulla fine della propria vita sia a tutti gli effetti un pensiero di carattere fascista, dato che nasconde l’aspirazione a liberarsi dei membri più “scomodi” della società dietro ideali apparentemente nobili. Supponiamo che un accanito sostenitore dell’eutanasia si ritrovi a vivere in prima persona una malattia grave, ricevendo anche tutte le cure palliative nel caso in cui provi una terribile sofferenza: secondo te desidererebbe davvero morire? In quel momento preferirebbe mettere fine alla propria vita, che nessuno gli restituirà, piuttosto che continuare a vivere, facendo preziose quelle cose che può ancora godersi, come la vicinanza dei propri cari? Se dobbiamo concedere l’eutanasia a coloro che la richiedono per gravi malattie fisiche, a questo punto non vedo perché non legalizzare anche il suicidio assistito, perché non concedere questa possibilità a chi dice di provare un’ineliminabile sofferenza emotiva e psicologica e sostiene di non poter più continuare a vivere. Perché invece cerchiamo di sostenere queste persone e di portarle ad apprezzare di nuovo la vita? Eppure in molti sostengono che un disagio di tipo psicologico sia molto più grave e molto più difficile da attenuare rispetto a uno di carattere fisico. O lo Stato deve difendere la vita sempre, ad ogni costo, dal concepimento fino alla morte naturale, o deve svalutarla una volta e per tutte, e considerare anche il suicidio una semplice applicazione della libertà di scelta.

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      • Michele ha detto in risposta a Martina

        No, Martina. Il fascismo non c’entra nulla con l’autodeterminazione. Non confondere volutamente le acque paragonando l’eutanasia che uno pretende per se, all’eutanasia che un ipotetico dittatore vorrebbe IMPORRE alla fascia più debole della popolazione. Non mi sembra molto corretto. Né io né te possiamo sapere quello che pensa veramente un malato terminale. Di certo possiamo affermare che egli lo sa meglio di noi, dato che lo vive in prima persona. E tu, cara Martina, non sei nessuno per “concedere” ad un malato terminale la libertà di porre fine alla propria esistenza. Noi non siamo i PADRONI, che “CONCEDONO”. Siamo sullo stesso livello degli altri. E dovremmo incominciare a riconoscere dignità a chi ci implora, umilmente, di aiutarli a lasciare una vita che non vogliono più.

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        • Martina ha detto in risposta a Michele

          Di nuovo, le tue argomentazioni sono fallaci per lo stesso motivo che avevo ampiamente spiegato nel mio commento precedente. Se ci ritroviamo di fronte ad un malato grave (che, per tua informazione, il 90% delle volte è in grado di percepire quel che accade intorno a lui ma non di esprimersi, né a parole né a gesti) non possiamo mai capire se lui in realtà voglia morire o no, in quel preciso momento. Può essere stato un sostenitore dell’eutanasia quando era nel pieno della salute, senza sapere cosa implicasse il vivere una situazione così complessa, senza sapere se il suo attaccamento alla vita sarebbe aumentato o diminuito. Di fatto noi, non potendo assolutamente sentire quello che lui sente e capire quello che pensa, gli imporremmo l’eutanasia, magari sulla base delle sue posizioni precedenti. E non ne vedo assolutamente la necessità, dato che al giorno d’oggi le cure palliative possono risolvere in ogni caso una situazione di estrema sofferenza fisica, senza togliere nemmeno un secondo alla vita del paziente (anzi, in alcuni casi addirittura prolungandola). Anche il cardinale Carlo Maria Martini, tanto per farti un esempio, ha ricevuto una cura di questo genere e ha quindi atteso la morte nel sonno. Se non credi a quel che sto dicendo ti consiglio di informarti un po’ meglio ;). Infine, mi soffermerei su questa tua affermazione: “E dovremmo incominciare a riconoscere dignità a chi ci implora, umilmente, di aiutarli a lasciare una vita che non vogliono più”. Spero almeno che tu sia coerente con quanto hai detto e pertanto supporti non solo l’eutanasia in caso di malattie gravi, ma anche il suicidio in caso di serie sofferenze psicologiche, perché in questo caso, appunto, si tratterebbe di un atto di libertà, né più né meno.

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          • Michele ha detto in risposta a Martina

            Parto dalla fine. Io sostengo l’eutanasia (o meglio, la libertà di scelta) anche nel caso di gravi sofferenze psicologiche, che molte persone purtroppo non riescono a lenire nemmeno con gli antidepressivi. La sofferenza è sofferenza, punto. Non cambia nulla che sia fisica o psicologica. Per quale motivo la prima dovrebbe essere di serie “A” e la seconda di serie “B”? Sono sostanzialmente un liberale, almeno per le questioni che riguardano la sfera privata dell’individuo (gestione del proprio corpo, scelte religiose, orientamento sessuale, ecc…). Credo che ogni uomo debba essere l’unico proprietario del corpo in cui vive. Se così non fosse, si verrebbero a creare dei paradossi: per esempio, nessuno dovrebbe avere il diritto di farsi bucare un orecchio per mettersi un orecchino, perché così facendo danneggerebbe una proprietà non sua. Allo stesso modo, una donna che dovesse subire uno stupro, non dovrebbe aver nulla da reclamare per la violazione che ha subito, appunto perché il corpo violato non sarebbe di sua proprietà. Detto questo, non è vero che non possiamo mai capire cosa voglia un malato. Bisogna distinguere principalmente due casi: quello di un soggetto in grado di comunicare (a voce, con lo scritto, con i gesti, o con il movimento degli occhi), e quello di un soggetto incapace di comunicare. Nel primo caso basta dialogarci, e ascoltare direttamente la sua volontà. Nel secondo caso, la cosa più logica da fare è ricercare un eventuale “testamento biologico”, se così lo vogliamo chiamare. Tu affermi che esso non sia affidabile, in quanto in questo caso la sua volontà potrebbe essere cambiata. Ammetto che un minimo di rischio ci sia, ma dato che le “certezze assolute” in questo mondo non possono esistere, è molto più logico affidarsi al buon senso. Per quanto un eventuale testamento possa non coincidere più con la sua volontà, in assenza di altri elementi esso rimane la fonte più “autorevole”, e indica la scelta che ha più probabilità di rispettare il pensiero della persona in questione. D’altronde, seguendo il tuo ragionamento, qualsiasi tipo di testamento dovrebbe perdere ogni valore legale, dato che esiste sempre la possibilità che colui che l’ha redatto abbia cambiato idea pochi istanti prima di morire, senza così avere tempo per modificarlo. Infine, non riesco a capire come si possa parlare di “difesa della vita”, quando si ignora la volontà di chi la sta vivendo. Le cure palliative sono utilissime, ed è assolutamente legittimo ed ammirevole che molte persone decidano di andare avanti ugualmente, anche affidandosi ai farmaci. Questo però non significa che essi debbano IMPORRE le loro scelte a tutti. Altrimenti non si parla più di “diritto alla vita”, ma “dittatura della sopravvivenza”.

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    • Paolo Viti ha detto in risposta a Michele

      Sarebbe anche ora che molti non cristiani la smettessero di voler imporre ai cristiani cosa pensare e quali leggi approvare. Non siamo più nell’ateismo di Stato dell’Unione Sovietica o sotto la ghigliottina della Rivoluzione francese. Non c’è nessun atto legislativo che parla di autodeterminazione radicale, come un malato non può pretendere di farsi tagliare una gamba in ospedale, anche se il corpo è suo (ma è davvero così?), così non può pretendere che lo Stato lo uccida.

      Ci si può suicidare ovviamente, ma non si può pretendere che lo Stato o la società o la medicina siano complici. Le sofferenze inoltre sono ormai un problema sparito in quanto le cure palliative risolvono qualunque problema di sofferenza…la questione infatti è ormai la noia di vivere e la depressione, comune purtroppo a molti laici.

      Infine, siamo davvero sicuri che il corpo e la vita sono nostri? Ce li siamo dati noi? Possiamo modificarli a piacimento? Sappiamo evitare di corromperli? Assolutamente no, perché né la vita né il corpo sono nostri. Non esiste alcun diritto a decidere di farsi uccidere.

      Ultimo aspetto: come si fa a decifrare un consenso chiaro? Chi dovrebbe usufruire dell’eutanasia? I malati terminali? I malati in generale? Gli annoiati? Perché gli annoiati no? Perché discriminarli? Riesci a rispondere a queste domande?

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      • Michele ha detto in risposta a Paolo Viti

        Beh, che non esista il tipo di atto legislativo che hai citato lo sanno anche i sassi. Ed è proprio per questo che oggi se ne discute. Se esistesse il diritto all’eutanasia, i suoi sostenitori non avrebbero nulla da reclamare, perché il diritto, appunto, sarebbe già riconosciuto dallo stato. Se vogliamo abbassarci a discutere su questo piano, dovremmo affermare che è sbagliato lottare per la libertà di culto in pubblico in Arabia Saudita, perché in quello stato non esistono leggi che la tutelino esplicitamente. Tu affermi “ci si può suicidare ovviamente”. Ebbene, questo è falso. Non è per niente ovvio, dato che molte persone sono bloccate su un letto e non hanno la possibilità fisica di procurarsi il veleno od una pistola. Poi scrivi che la sofferenza è ormai stata eliminata: in questo caso ti consiglio ti vergognarti. Hai scritto una crudele falsità, e credo che in merito a questo non sia necessario dilungarsi oltre. In merito alla “proprietà della vita e del corpo”, tutto dipende da cosa intendiamo per “proprietà”. Di sicuro, noi ne siamo maggiormente proprietari rispetto a coloro che ci stanno intorno. Se un individuo decide che la propria vita è di dio, lascierà che sia lui a riprendersela. Se invece decide che la vita appartiene ad egli stesso, valuterà se e quando sarà il caso di anticipare la propria morte. Infine, non ho capito cosa c’entra “chi ci ha dato la vita”? La vita me l’ha data mia madre, ma dal momento in cui me l’ha DATA, e non PRESTATA, essa ora appartiene a me. Se io coltivo un fiore e te lo DO, questo diventa tuo, e puoi scegliere se buttarlo o meno.

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        • gladio ha detto in risposta a Michele

          Caro Michele, sei proprio sicuro di essere il padrone della tua vita?

          “Padrone” di qualcosa vuol dire avere la piena disponibilità di questo qualcosa.

          Saresti in grado, ad esempio, nonostante tutti i tuoi sforzi e tutta la tua volontà, di sotrarre la tua vita all’ inesorabilità di un male incurabile?

          Sicuramente no, tutto il tuo potere si esaurirebbe , al massimo, nella semplice possibilità di accorciarla :padrone della morte quindi, ma quanto alla vita…

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          • Michele ha detto in risposta a gladio

            Se “padrone” e “proprietario” per te significano la stessa cosa, allora la risposta alla tua domanda è SI. Ritengo di essere proprietario (o padrone) della mia vita e, soprattutto, del mio corpo. Non voglio addentrarmi in discussioni filosofiche intorno al concetto e alle possibili definizioni di “proprietà”, dato che sarebbero potenzialmente interminabili, e andrebbero un pochino fuori tema. Tuttavia, mi sembra ovvio che “essere proprietario di qualcosa” non significhi necessariamente “poter fare con essa tutto ciò che si vuole”. Ti faccio un esempio. Se io acquisto regolarmente un’automobile, per lo Stato e per i miei concittadini io divento il proprietario di quell’automobile. Posso usarla per andare a lavorare, per andare a fare delle gite, per giocare a fare le sgommate nel mio cortile, e quando mi stufo di usarla, posso farla demolire. Ma non ho su di essa la “piena disponibilità” così come la intendi tu. Per esempio, non posso usarla per andare sulla Luna, non posso trasformarla in antimateria, non posso renderla invulnerabile ad un proiettile da 20 millimetri. E, molto più banalmente, non posso sottrarla all’esaurimento della sua vita utile, anche se con le giuste manutenzioni e molta cura posso portarla anche a 300 mila kilometrei e oltre. Parlando della mia vita e del mio corpo valgono, parallelamente, le stesse considerazioni. Se ho la fortuna di essere sano posso correre, parlare, mangiare, leggere, studiare, lavorare, fare sesso e, se la vita non mi piace più, suicidarmi (o chiedere a qualcuno di farlo per me, nel caso il fisico non mi desse la capacità di agire autonomamente). Ma, come per l’automobile, ci sono tante cose che non posso fare: volare sbattendo le braccia, nutrirmi di ghiaia, farmi spuntare altre due teste, o più semplicemente sfuggire alla fine della mia vita (anche in questo caso, posso cercare di allungarla seguendo un’alimentazione sana e seguendo uno stile di vita regolare, ma non posso evitare la morte). Essere proprietari di qualcosa non significa “farci tutto” o violare le leggi della fisica e della biologia. Vale per il corpo umano come per tutto il resto.

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            • Paolo Viti ha detto in risposta a Michele

              Pensi di essere il proprietario eppure del tuo corpo non decidi più o meno nulla, non ti risponde e continua a degradarsi, non ti risponde e si ammala, non ti risponde e tant’è che l’unica cosa che ti tiene in vita non lo controlli tu (battito cardiaco). Tu non puoi nulla sul tuo corpo perché non sei il padrone, sei soltanto il beneficiario.

              In questo momento non sei tu a decidere di vivere ma è il tuo corpo che ti tiene in vita senza chiederti alcun permesso, il cuore batte anche se tu non vuoi e i polmoni respirano anche se tu non vuoi e lo stomaco digerisce anche se tu non vuoi e i tuoi occhi si chiudono per riposare anche se tu non vuoi.

              Proprio perché il corpo non è tuo, lo Stato lo protegge anche da te stesso. Ad esempio obbligandoti ad indossare le cinture di sicurezza, a mettere il casco in moto e in cantiere. Ti impedisce di chiedere che ti siano tagliati gli arti in ospedale. Allo stesso modo ti impedisce di chiedere l’eutanasia, perché la vita è un bene talmente prezioso che vale di più della tua opinione sulla tua vita.

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              • Michele ha detto in risposta a Paolo Viti

                Ti ripeto, sostanzialmente, quello che ho scritto nel commento precedente. “Essere proprietario” di qualcosa non significa “farci cose impossibili”, al limite può significare (e questo è ciò che si intende normalmente a livello legislativo) poterne usufruire in maniera esclusiva, escludendo quindi gli altri cittadini dall’utilizzo di quel bene. La possibilità di modifica di un bene, la sua durata nel tempo, la sua versatilità non centrano nulla con i diritti di proprietà. Altrimenti, come ripeto, nulla sarebbe nostro, neanche l’automobile (che dopo un po’ diventa inutilizzabile, e che non posso trasformare in un’astronave) o le monete che abbiamo in tasca (che con il tempo si ossidano, e che non posso mangiare per nutrirmi). Tralasciando il fatto che non è assolutamente vero che sul mio corpo non posso nulla: posso sviluppare i muscoli andando in palestra, posso modificare le mie reti neurali imparando a suonare il piano, posso farmi sbiancare i denti, posso tagliarmi un dito, posso riempirmi di tatuaggi, posso mangiare a dismisura per ingrassare, posso fermare il mio cuore sparandoci contro un proiettile, eccetera. Sorvoliamo sui dettagli medici che hai citato nel tuo commento: davvero il battito cardiaco è l’unica cosa che ti tiene in vita? Quindi secondo te il lavoro polmonare non serve, la peristalsi intestinale nemmeno, la termoregolazione e l’omeostasi dell’ipotalamo sono totalmente superflue. Il fatto che il mio cuore batta senza essere controllato dalla mia volontà non ha nessun significato ai fini dell’attribuzione di un diritto di proprietà sul mio corpo: anche il computer su cui sto scrivendo in questo momento è di mia proprietà, eppure io non controllo volontariamente il funzionamento delle sue ventole. Esse funzionano lo stesso senza chiedermi niente.
                Certo, potrei sempre infilarci dentro un puntello e distruggerle per fondere la CPU, ma questo lo potrei fare anche con il mio cuore. Sull’ultima parte del tuo commento ho da fare alcune considerazioni, dato che leggendolo sono rimasto a bocca aperta. Intanto non è per niente scontato che sia giusto che lo Stato obblighi i cittadini a mettere le cinture, e secondo me potrebbe anche farne a meno. Tralasciando il fatto che spesso gli enti mirano soprattutto al ritorno economico (dato dalle multe). Io non voglio il falso bene dello Stato, che fa finta di “tutelarmi” come se fossi un bambinetto incapace, invadendo sistematicamente la mia vita privata con provvedimenti liberticidi. Finchè si parla di cinture e di casco, si può chiudere un occhio. Ma quando si parla di eutanasia e diritti sul proprio corpo, tutto ciò diventa estremamente pericoloso. Riflettici. Stai affermando una cosa spaventosa: secondo te lo Stato ha l’autorità morale per poter decidere del corpo di una persona, anche contro la sua volontà. Un assemblea di eletti, secondo te, sa meglio di me stesso cosa è giusto o non è giusto fare con il mio corpo, con le mie emozioni, con la mia vita. Sono terrorizzato da chi la pensa come te, Paolo. Questa è l’anticamera della peggiore dittatura: non essere liberi di decidere nemmeno entro i propri confini corporei. Sei davvero sicuro di non essere comunista?

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  4. Michele ha detto

    Aggiungo una cosa. “Tutelare la vita”, così come intendete farlo voi, mi sembra un po’ una presa in giro. Da una parte, dite di tutelare la vita sempre e comunque, dall’altra, considerate gli individui viventi così poco importanti da negar loro la libertà di scelta. Dico sul serio, questa cosa non la riesco a capire. Che senso ha scindere dalla vita di una persona la sua dimensione psichica ed emotiva? La vita di una persona non si riduce solo alla sua sopravvivenza fisica, ma esiste una dimensione psicologica entro la quale si collocano l’intelligenza, i ricordi, le paure, gli istinti, le emozioni, il pensiero razionale e, per alcuni, la fede religiosa. Ed in questo meraviglioso oceano di complessità, trova spazio la capacità di scelta. Oserei dire che essa è il vero elemento caratterizzante l’essere umano. E che senso ha privare una persona della possibilità di esercitarla? Vorrebbe dire snaturare ed impoverire il valore della sua vita, privandolo di un elemento fondamentale. Come fate, proprio voi che vi definite cristiani, ad essere così materialisti da ridurre il corpo ad una macchina il cui unico fine è quello di “respirare il più a lungo possibile”, ignorando la volontà di colui che con quel corpo ha convissuto per una vita intera? Un uomo non è tale solo perché riesce ad ossidare alcuni composti del carbonio per produrre energia, quello riescono a farlo anche le automobili. Non ha senso imporre al suo cuore di continuare a battere, quando si negano le decisioni che prende il suo cervello. Questo non è “diritto alla vita”, ma “feticismo della sopravvivenza”. “Diritto” non significa “obbligo”. “Tutelare” non significa “imporre”. A chi credete di fare del bene, se imponete un mese di vita in più a chi non lo vuole? E, soprattutto, davanti ad un uomo malato e sofferente che vorrebbe porre fine al suo calvario, con quale superbia credete di sapere meglio del malato stesso cosa sia giusto per lui? Questo delirio di onniscienza mi lascia allibito. Questo pensare sempre “io so meglio di loro cosa vogliono veramente”. Costringere un uomo in una vita che non vuole più equivale a chiudere in casa la propria moglie e i propri figli illudendosi di fare il loro bene. La domanda corretta da porsi non é “a chi appartiene la vita”, perché non ha risposta. O meglio, ne ha tante diverse a seconda dell’interlocutore. Piuttosto dovremmo chiederci “che senso ha IMPORRE la vita a chi non la vuole più”?. Rifletteteci. Magari chiudendo le Bibbie e aprendo il cuore.

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    • Paolo Viti ha detto in risposta a Michele

      Stai esagerando, ti chiedo di contenere le tue accuse per non risultare offensivo. Nessuno è a favore dell’accanimento terapeutico e questo è un equivoco appositamente tirato fuori quando finiscono gli argomenti (non è il tuo caso). E’ come dire che chi è contrario alle adozioni gay è un omofobo. Sono trucchi retorici che non portano al dialogo.

      Parlare di sofferenza fisica è fuori luogo, la medicina palliativa risponde ottimamente a questa esigenza. Nessuno soffre più dolori, i quali sono invece soltanto psicologici. In fase di malattia terminale è lecito e doveroso chiedere la sedazione palliativa, come ha fatto il card. Martini. Ma la questione dell’eutanasia non è più per i malati terminali, ai quali la medicina risponde già (terapia dolore e sedazione palliativa), ma a chi non ha più voglia di vivere, ai dolori psicologici (vedi Lucio Magri e comunisti vari suicidatisi in Svizzera).

      Lasciamo da parte i malati terminali i quali non sono più al centro del dibattito sull’eutanasia, ora si parla di suicidio assistito infatti. Ritieni giusto che una persona depressa o sola ottenga l’eutanasia?

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      • Michele ha detto in risposta a Paolo Viti

        Rispondo volentieri alla tua domanda. Prima però vorrei fare alcune precisazioni sul mio precedente commento, dato che mi sembra che ti abbia disturbato. Non ho minimamente accennato all’accanimento terapeutico, e ad essere onesti non ci ho nemmeno pensato. Il mio commento si adatta perfettamente a qualsiasi caso di malato terminale che, per qualsiasi ragione, decidesse di voler morire, e che magari non ha la forza, la perizia o la possibilità di farlo da solo. Ho solo sottolineato che la maggioranza di coloro che si definiscono contrari all’eutanasia dia molta più importanza alla vita fisica rispetto a alla componente psicologica, di cui la capacità di scelta fa parte.

        Venendo alla domanda, posso rispondere di SI. La sofferenza psichica ha la stessa identica dignità di quella fisica. Non vedo per quale ragione il male psicologico debba essere considerato di rango inferiore. Ritengo che lo Stato debba fare del suo meglio per garantire accesso a cure psicologiche e psichiatriche a tutti, attraverso la sanità pubblica. Senza citare tante altre iniziative che potrebbero aiutare le persone ad uscire dalla depressione. Ma non sempre questo basta. Quando un uomo non riesce a trovare soluzione al suo dolore, qualche volta, decide che non vuole più vivere. E io credo che sia giusto che lo stato dia questa possibilità a chi forse non avrebbe la perizia o la capacità organizzativa per farlo da solo. Non vedo però cosa c’entrino le persone “sole”. Se un uomo è solo, ma riesce a star bene con se stesso, non sente il bisogno di suicidarsi.

        Infine, vorrei ricordare ai lettori che non sono solo i “comunisti vari” e i senzadio che decidono di togliersi la vita. Pochi anni fa un mio conoscente, vecchio amico di mio padre, decise per quel gesto, pur essendo una persona estremamente mite, di finissima intelligenza ed intimamente legata al cattolicesimo, al punto che non era raro vederlo camminare da solo con il suo rosario recitando preghiere. Ha scelto la morte.

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