Il fallimento del “divorzio breve” e la sua pericolosità

DivorzioSi leggeva quasi del compiacimento nelle parole del giornalista di “Repubblica” che, registrando l’avanzata del secolarismo, alcune settimane fa annotava che – dopo «i primi anni del pontificato di Ratzinger», anni «di recupero, o almeno di freno» dello sgretolamento della società con «divorzi pressoché stabili» e «matrimoni religiosi meno rovinosamente in crisi (anzi, in lieve ripresa fra 2009 e 2010)» – le cose, per la stabilità della famiglia in Italia, sono tornate a peggiorare.

Dispiace che siffatta tendenza non solo non venga riconosciuta e commentata con la dovuta gravità, quasi si trattasse di un fenomeno non negativo, ma addirittura sia alle porte, ad opera dei soliti Radicali, una raccolta di firme per l’introduzione del cosiddetto “divorzio breve”. E dire che il divorzio è uno degli eventi peggiori, specie per quei bambini che ne sono spettatori e che accusano per questo pesanti conseguenze; conseguenze che – attesta la letteratura scientifica – incidono sul loro stato di salute, sulla loro crescita e sui loro comportamenti devianti e correlate difficoltà di inserimento sociale (si veda qui, qui, qui, qui e qui), fino a renderli più esposti, a loro volta, al rischio di divorziare una volta adulti.

Non solo: l’evento del divorzio, com’è stato accertato da accurate ricerche, triplica per i figli il rischio di rimanere vittima di abusi – rischio che sale dal 3,4% al 10,7% – , espone costoro a maggiori tentazioni suicidarie, concorrendo a determinare più alti tassi di mortalità prematura. Come se non bastasse il divorzio appare correlato anche al rischio di povertà dei figli: secondo rilevazioni effettuate negli Stati Uniti, infatti, i bambini che vivono con un solo genitore hanno più possibilità, rispetto agli altri, di vivere in una famiglia al di sotto della soglia di povertà – 28% rispetto alla media del 19% – e di vivere in una casa in affitto, 53% rispetto al 36% (Cfr. Elliott D.B. – Simmons T. (2011) Marital Events of Americans: 2009 U.S. Department of Commerce Economics and Statistics Administration – «U.S. Census Bureau», p. 12).

Quanto sarebbe bello sapere che ne pensano di questi “benefici” del divorzio gli amici Radicali. I quali però, astuti come sono, risponderebbero che col “divorzio breve” le cose migliorerebbero rispetto ad oggi: tempi più rapidi per lasciarsi e meno stress e conseguenze negative. Ma sicuro, come no. Lo vadano pure a raccontare agli spagnoli, che questo innovativo istituto lo conoscono dal 2005 ed hanno già potuto apprezzarne i frutti: 1.343.760 rotture coniugali fra il 2003 ed il 2012 (la quasi totalità determinate dal “divorzio breve”) con l’aumento vertiginoso di quelle conflittuali – furono il 35,52% del totale nel 2004, sono state il 40,74% nel 2012. Nel frattempo i divorzi, nel loro insieme, continuano a crescere: furono 124.702 nel 2011, sono stati 127.362 nel 2012 (+2,13%). Morale: in Spagna oggi finisce un matrimonio ogni 4 minuti.

Un dato che certifica non solo, evidentemente, il fallimento del “divorzio breve”, ma dello stesso divorzio come istituto idealmente filantropico e liberatorio ma in realtà generatore di violenze e sofferenza. Il che è perfettamente in linea con le evidenze che da molti anni a questa parte attestano per coloro che divorziano, per esempio, maggiori tassi di morbilità cronica per disturbi nervosi (Elaborazione da: Istat, Indagine Multiscopo sulle famiglie italiane, vol. 10, Roma 1994) nonché, come conseguenza alla solitudine e alla sofferenza vissute, più alti tassi di malattie coronariche, ictus, polmonite, cancro, cirrosi epatiche, incidenti automobilistici e suicidi (vedi qui, qui, qui e qui). Del resto, se pensiamo che già Émile Durkheim (1858 – 1917), sociologo non certo cattolico, riscontrava «l’alto numero dei suicidi nei paesi a divorzio diffuso» (Opere, Utet, Novara 2013), non ci vuole molto a capire quanto questo istituto rappresenti una vera e propria piaga sociale.

Alla luce di così tanti riscontri della pericolosità della rottura coniugale per l’equilibrio della società, urge – pur nella consapevolezza che la vera medicina è rappresentata dalla necessità di un lavoro educativo – correre ai ripari. Per esempio seguendo le indicazioni di organizzazioni come Family Watch, che ritiene di poter incidere in una riduzione dei divorzi fino al 40% attraverso quattro percorsi strategici: 1) l’istituzione di un periodo di riflessione prima del divorzio; 2) la promozione della mediazione e consulenza familiare durante questo periodo di riflessione; 3) un rilancio della mediazione familiare; 4) la promozione, per le coppie, di meccanismi che possano prevenire il divorzio.

Gli scettici risponderanno che, anche se attuate, queste misure servirebbero a poco. Può anche darsi, ma perché almeno non provare? Perché le Istituzioni, anziché introdurre quel “divorzio breve” – che poi tanto “breve” non è, visti i drammatici effetti che produce e che abbiamo in parte ricordato – che in Spagna sta letteralmente mandando al macero la famiglia, non investono finalmente nella tutela e nella promozione del matrimonio? Se solo ci fosse la volontà di procedere in questo senso, forse si potrebbe realmente invertire la rotta di una tendenza al precariato effettivo che sta facendo a pezzi la società. Nessuna illusione: purtroppo la situazione è assai grave e pure in continuo peggioramento, ma forse non tutto è perduto se si torna a scommettere con convinzione sul matrimonio. Basta però che lo si faccia, cessando di assecondare le voglie di quel relativismo culturale che non ammette l’esistenza di alcun bene al di fuori di quello individuale.

Giuliano Guzzo

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