India: il riscatto della donna è iniziato con i missionari cattolici

Proteste IndiaNel dicembre scorso è scoppiata in India una fortissima protesta contro l’odioso crimine della violenza sessuale sulle donne, fenomeno decisamente frequente e in costante aumento nelle città indiane. Numerose manifestazioni pubbliche hanno voluto criticare l’indifferenza delle autorità politiche. La Chiesa cattolica invece ha indetto una Giornata di solidarietà per la Giustizia, la sensibilizzazione e l’uguaglianza di genere, voluta dal cardinale Oswald Gracias, arcivescovo e presidente della Conferenza episcopale indiana.

Ma chi furono i primi a combattere e contrastare la schiavitù della donna in India? Furono i religiosi europei, come mostrano diverse lettere che i missionari e le missionarie del Pime presenti in India dalla metà dell’Ottocento scrivevano descrivendo la semi-schiavitù della donna indiana e rivelando i passi da loro compiuti per combattere tutto questo. La più nota paladina del movimento di liberazione della donna in India, ad esempio, non è un fedele indù ma una donna cristiana di nome Pandita Rababaj, e tutto il continente asiatico è riconoscente per il suo immenso contributo all’istruzione e all’emancipazione delle donne, largamente dovuto però alla sua fede in Gesù Cristo, il suo “principale liberatore”, per usare le parole di Pandita stessa.

Il riscatto della donna in India, come spiega Piero Gheddo, è dunque avvenuto dopo che le missioni cristiane (cattoliche e protestanti) hanno iniziato il loro lavoro sociale e le suore cattoliche hanno accolto nelle loro scuole le prime bambine che venivano scolarizzate. Lo stesso è accaduto in Asia e Africa, ma in India ben prima della colonizzazione inglese (1876), che ha poi fatto leggi in favore delle donne, c’erano già le suore che lavoravano per la promozione femminile e le prime comunità cristiane che davano esempi concreti di come la donna sia libera al pari degli uomini.

I missionari cattolici, anche italiani, lavoravano in India dal 1850, da alcune lettere -come quella del 1858 di padre Albino Parietti a mons. Marinoni direttore del nuovo istituto missionario a Milano- si legge la richiesta di suore perché «senza di loro, tenere aperte scuole regolari per le bambine sarebbe impossibile, le religioni locali (induismo e islam) non le vogliono. Bisogna incominciare insegnando lavori femminili. Le donne della religione braminica sono obbligate all’ignoranza ed è loro proibito leggere e scrivere». Ancora oggi, come informa Vatican Insider, la Conferenza episcopale dell’India ribadisce «la sacralità della vita e l’urgenza di uno sforzo nel campo dell’educazione, per combattere questa pratica che degrada la dignità della donna».

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