Nuovo studio: matrimoni gay più instabili e orientati al divorzio

I matrimoni gay a New York hanno festeggiato da poco il primo anno di vita, dopo il sì del Senato espresso il 24 giugno 2011 grazie a quattro voti di politici repubblicani comprati a suon di dollari dalla potente e ricca lobby gay. Ma uno studio ha già rovinato i festeggiamenti, mostrando l’instabilità di queste relazioni nei Paesi che per primi le hanno legalizzate, mostrando inoltre quanto non siano affatto l’ambito migliore per la crescita di bambini.

Una piccola premessa sulla legalizzazione delle unioni omosessuali nello stato americano: gli impiegati nel business dei matrimoni della Grande Mela si sono lamentati per il flop rispetto alle aspettative. Non è stato per nulla un boom di “happy ending”, forse perché non era un’esigenza sentita dagli stessi omosessuali, come invece è stato fatto credere. Inoltre, non è fortunatamente stato d’esempio per altri stati, che anzi hanno fortificato -grazie a emendamenti costituzionali- la definizione di “matrimonio” come unione esclusiva tra uomo e donna, si veda ad esempio il Nord Carolina. Anche in Italia ci sono segni di disinteresse in questo senso, al di là delle strumentalizzazioni politiche, basta osservare la scarsità di iscrizioni da parte di coppie gay ai registri civili, creati in diverse città, fin dagli anni ’90, come a Bologna. Certo, sono registri puramente simbolici, ma proprio per questo dovrebbero traboccare di iscritti.

Il recente studio di cui abbiamo accennato è stato realizzato da un docente di demografia dell’Università di Stoccolma, Gunnar Anderson, il quale ha scoperto che in Svezia (dove le unioni civili sono legali dal 1995) e in Norvegia (legali dal 1993) i matrimoni tra maschi dello stesso sesso hanno il 50% di probabilità in più di finire in divorzio, rispetto ai matrimoni eterosessuali. Le coppie di lesbiche “sposate”, hanno invece mostrato il 167% di probabilità in più di divorziare rispetto alle coppie eterosessuali. In Svezia i dati sono simili per i maschi, mentre il tasso di divorzio per le coppie di sesso femminile è risultato essere addirittura il doppio rispetto ai matrimoni di sesso maschile. Ricordiamo che Svezia e Norvegia sono aree definite altamente “gay-friendly”, dove il tasso di omofobia/stigmatizzazione (continuamente usato come giustificazione) è bassissimo. Tutto questo si aggiunge agli interrogativi sull’opportunità per la crescita di un bambino all’interno di queste relazioni, ed anche sulla necessità di regolamentare relazioni che non mostrano segni di continuità.

Sul “National Review”, riportando tali dati, si è anche sostenuto che il “matrimonio” dello stesso sesso è in declino di popolarità nei Paesi Bassi: 2.500 coppie gay sposate nel 2001 – l’anno in cui è stato legalizzato -, 1.800 nel 2002, 1.200 nel 2004 e 1.100 nel 2005. Nel 2009, ultimo anno per il quale sono disponibili i dati, c’è stato un altro calo del 2%.

Questo disinteresse da parte degli omosessuali di veder riconosciute relazioni stabili, è spiegato dalle parole del sociologo dell’Università di Chicago, Edward Laumann«i cittadini gay trascorrono la maggior parte della loro vita adulta in relazioni transitorie o impegni a breve termine, della durata di meno di sei mesi» (Adrian Brune, “City Gays Skip Long-term Relationships: Study Says”, Washington Blade 27/2/04). Uno studio condotto su uomini omosessuali nei Paesi Bassi, ha scoperto inoltre che la «durata media di una partnership stabile» è di 1,5 anni (lo studio va acquistato per poter essere letto integralmente). Nel 2003 durante una conferenza della “American Sociological Association”, è emerso che il 75% degli omosessuali canadesi ha più partner contemporaneamente. Nel 2003-2004 il “Gay/Lesbian Consumer Online Census”, valutando gli stili di vita di 7.862 omosessuali, ha rilevato che di coloro che erano coinvolti in una “relazione attuale”, per il 40% durava da meno di 10 anni e solo per il 5% durava da oltre venti anni (“Largest Gay Study Examines 2004 Relationships” GayWire Latest Breaking Releases). Uno studio norvegese ha inoltre mostrato che le persone con comportamento omosessuale e bisessuale hanno avuto un numero significativamente maggiore di partner sessuali, rispetto agli eterosessuali.

Caso vuole che proprio in questi giorni venga diffusa la notizia che la prima coppia gay italiana ad aver ottenuto il certificato di famiglia anagrafica basata su vincoli affettivi e di convivenza si è già separata. Durata del rapporto? Tre anni. Si potrebbe andare avanti con altri esempi, ma è sufficiente per far affiorare il dubbio che le relazioni omosessuali durino mediamente meno, e siano maggiormente instabili e promiscue.

La redazione

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