Bologna, flop del registro delle coppie di fatto: zero iscritti dal 1999

Secondo l’ex presidente nazionale di Arcigay (oggi è presidente onorario), Sergio Lo Giudice, capogruppo del PD nel comune di Bologna, «il registro delle coppie di fatto ha un valore simbolico importante, in assenza di una legge nazionale».

Gli crediamo sulla parola, e infatti è altamente simbolico che dal 1999 -anno in cui è presente nel capoluogo emiliano- gli iscritti siano “addirittura” zero. Più significativo di così?! Il sito del Comune ha una sezione dedicata alle “nuove famiglie” gay, lesbiche, trans e Valentina Castaldini, consigliera del PDL, ha chiesto quante siano state le coppie («anche dello stesso sesso») che hanno voluto chiedere l’attestato che riconosce la “famiglia affettiva”. Risposta: non lo richiede nessuno.

Contro-risposta della Castaldini: «il tempo dà torto a chi fa solo battaglie ideologiche. Il fatto che nemmeno coloro che hanno rivendicato l’esistenza di questo registro poi si siano iscritti fa persino ridere». Certo, ora magari un paio di iscritti spunteranno sicuramente, ma sarà soltanto in seguito alla diffusione di queste notizie e verrà soltanto confermata la natura ideologica dell’iniziativa. Lo stesso flop si sta verificando in tutta Italia, parallelamente, con i registri dei testamenti biologici, altra “esigenza nazionale” secondo la cultura laicista.

Recentemente anche il sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, forse volendo emulare la brillante situazione bolognese, ha dichiarato che istituirà un registro anche nel capoluogo lombardo. L’avvocato Claudio Santarelli ha però fatto notare che le coppie di fatto in Italia sono nel numero – da calcoli approssimativi ISTAT – di 500.000 unità su base nazionale, di cui però solo una parte residua vorrebbe essere in qualche modo “regolarizzata” con una annotazione civile. Oltretutto dice, «i “registri” non hanno alcun valore giuridico e, pur potendo essere ammessi e, quindi,  regolamentati dagli statuti dei comuni, non possono, in sé, attribuire alcun diritto che non sia prima già regolamentato dalla legge». Una perdita di tempo e di risorse, insomma, per una iniziativa meramente simbolica. Inoltre, continua Santarelli,  «non si può non sottolineare che dopo l’iscrizione il soggetto non riceve se non una “attestazione” che non è un documento coordinato con la certificazione  civile né con l’autocertificazione civile, e, in breve, non vale nulla».

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