Il giudice Coleridge: «il divorzio ha lacerato la società inglese»

Qualcosa si muove, nel Regno Unito, riguardo al problema del divorzio, causa, come più volte abbiamo visto in questo sito, di gravi problemi per la società in genere, ma soprattutto per i bambini che lo subiscono (esempio qui, qui, qui e qui).

Il giudice Paul Coleridge, della Family Division (che si occupa dei casi relativi alle famiglie, quindi anche di divorzi) è arrivato a definire il divorzio una “calamità”, responsabile della lacerazione della società britannica. Lo scopo prefissatosi da Coleridge è «dar vita ad un movimento nazionale con l’obiettivo di cambiare l’atteggiamento su tutta la linea di tutta la società, così da migliorare la vita di tutti noi, soprattutto dei bambini». Embrione di questo movimento è la Marriage Foundation, il cui ruolo è la pretesa di politiche governative atte al supporto delle coppie sposate e vicine al matrimonio, con il fine di “rafforzare le istituzioni per il beneficio dei bambini, degli adulti e della società in toto.”

Coleridge vuole infatti agire prima che la situazione si faccia irrecuperabile (con 3.8 milioni di bambini coinvolti in cause di divorzio ogni anno, già ora), dopo aver visto la situazione farsi sempre peggiore: è sostenuto da un buon numero di avvocati, soprattutto a fronte degli studi che hanno mostrato chiaramente i danni subiti dai bambini a causa del sistema giudiziario riguardante le famiglie. Un decimo dei bambini coinvolti ha infatti dichiarato di aver pensato al suicidio, di essersi sentiti “isolati” e “usati”, mentre un terzo di essi ha invece dichiarato di essere stato tentato a rivolgersi alla droga o all‘alcool; un altro 10%, inoltre, è stato coinvolto nel crimine.

Uno dei problemi principali risiede nel fatto che il sistema, ponendo in opposizione i due coniugi, spinge ad usare i bambini, gettati in mezzo a due poli, per vincere la causa: è frequente che un genitore convinca il proprio figlio a mentire o a spiare l’altro: di fatto, rileva il giudice, l’attuale sistema giudiziario incoraggia il conflitto, ed è necessario, per il bene dei bambini in primis, risanarlo.

Michele Silvi

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20 commenti a Il giudice Coleridge: «il divorzio ha lacerato la società inglese»

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  1. EquesFidus ha detto

    Finalmente anche la società secolarizzata inizia a rendersi conto che, come sull’aborto, anche con il divorzio la Chiesa aveva ragione. A quando riguardo i “matrimoni” e le adozioni omosessuali?

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    • Andrea ha detto in risposta a EquesFidus

      Tranquillo che quando sbatteremo la faccia contro il muro cominceremo a tornare indietro 😉 😉 . E comincio a pensare che tra lo sfaldamento della società, la sfida dell’Islam politico e la crisi economica stiamo arrivando veramente al muro.

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  2. Fedele Razio ha detto

    Ottimo. Di fronte all’epidemia di male che si esprime con aborto, divorzio, eutanasia, eugenetica, ideologia di genere, è necessaria una sana Resistenza.

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  3. Fedele Razio ha detto

    A proposito della cancellazione dell’ignobile idea di “diritto all’aborto” dal documento finale della conferenza di Rio: bisognerebbe specificare che i paesi in via di sviluppo hanno resistito alle pressioni ideologiche dei paesi in via di declino (USA e UK in testa) per cadere negli stessi equivoci ideologici che ne stanno decretando la dissoluzione anche economica.

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  4. Attivista di Centro ha detto

    Non è il divorzio in sè a creare il danno. E’ il matrimonio divorziabile, a termine per la mera volontà del singolo, che rende precaria ed instabile l’istituzione familiare. La società del matrimonio divorziabile è più individualista e quindi più cattiva. Un danno ancora maggiore ci sarà se si legalizzeranno le coppie di fatto comprese quelle omofile. Rapporti ancora più instabili e precari. Curioso poi lo stato laicista il quale con la sua saccenza non è interessato ad incentivare la stabilità familiare perno del benessere sociale. Cultura laicista che è quasi sempre dalla parte del più forte e del più cattivo.

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  5. Antonio72 ha detto

    Secondo me si potrebbe anche rovesciare il punto di vista tra cause ed effetti. Il divorzio non è una causa della società malata, ma ne è un effetto, o meglio un sintomo. Quindi non credo che sia il sistema a spingere all’opposizione i due coniugi, se s’intende il sistema giudiziario, ma proprio l’attitudine all’individualismo ed egoismo diffuso nella società moderna, lo stesso tra l’altro, indispensabile a sostenere l’attuale sistema economico. La causa è quindi il sistema, ma non quello giudiziario il quale evidentemente non può che venire dopo, ma quello economico che fa leva proprio sull’egoismo e l’individualismo umani. Allora la compattezza familiare si può porre agli antipodi del sistema: da una parte può rappresentare una fortezza impenetrabile che difende precisi interessi particolari (si pensi alle cosiddette famiglie nobili del capitalismo o anche alle famiglie mafiose; anche le lobbies potrebbero considerarsi delle familglie allargate), dall’altra parte, ed è la maggior parte dei casi, l’aggressività, la competitività e quindi l’egoismo, vengono amplificati in seno alle stesse mura domestiche e la famiglia si sfascia. E’ ovvio che viste queste premesse non può contemplarsi tra i coniugi alcuno spirito di sacrificio.
    Inoltre spesso il divorzio non viene subito solo dai figli: ricordo che ci si sposa sempre in due, ma per divorziare un coniuge è più che sufficiente. Anzi spesso i figli rappresentano l’unico collante che tiene insieme una coppia.
    Infine vi è una citazione di Marx che dovrebbe fare riflettere: Il sentimento dell’amore pressuppone il sentimento della proprietà. L’amore considerato come un possesso non può che scontarsi con il fatto che la donna moderna non è più un soggetto passivo, come una volta, né tanto meno può ritenersi un surrogato della madre. E’ ovvio che vi è anche la ricerca continua del piacere fine a se stesso che paradossalmente costringe l’uomo in un continuo stato di insoddisfazione e quindi di sofferenza. Anche questo è il frutto della società dei consumi. In conclusione è la società malata che causa i divorzi, è l’involuzione dell’uomo consumatore, il quale non può che tendere a consumare di tutto, compresa la famiglia e quindi se stesso, ad essere il male originario.

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    • Mr. Crowley ha detto in risposta a Antonio72

      “L’amore considerato come un possesso non può che scontarsi con il fatto che la donna moderna non è più un soggetto passivo, come una volta” una volta qiuando?.

      Guarda che marx di str… ne ha rifilate molte per comprimere tutta la realta’ nella sua ideologia.

      Prima cerca la realta’, poi critica il filosofo.

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    • a-theòs=a-éthos ha detto in risposta a Antonio72

      Il tuo commento è l’esempio tipico dell’unilateralità che corrisponde alla “bugia” e all’ideologia. Ricordi la Fama dell’Eneide (“molte cose dicea vere e non vere”, IV libro)?

      In parte il tuo commento è corretto, ma è del tutto unilaterale e miope, poiché ci si abitua al male e al peggio con molta facilità e di conseguenza lo stesso male causa peggioramento ed aumento di male. E, tu che ti appelli a Marx, considera che questo è proprio il sofisma dei liberali: chi non vuole divorziare non è obbligato… In realtà il popolo bue, si abitua al clima culturale e morale in cui si trova a vivere e dunque si adagia sempre più, se sempre più gli è concesso…

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      • Antonio72 ha detto in risposta a a-theòs=a-éthos

        Non mi sono appellato a Marx, ma ho solo usato un suo aforisma per descrive almeno in parte una realtà: la degenerazione dell’amore quando viene considerato un possesso, tra l’altro cosa non compatibile con l’amore cristiano. Per quanto riguarda il male, ho solo detto che il vero male originario che sfascia le famiglie e che abitua al male da piccoli, con puntuale lavaggio del cervello, è il consumismo, in quanto il consumo è l’unico senso che la società attuale assegna alla vita dell’uomo. Quindi non è l’istituzione matrimoniale ad essere divorziabile, ma la mutazione genetica che si impone fin da bambini. In un certo senso il bambino cresce con la predisposizione genetica alla individualizzazione capricciosa e quindi alla separazione dal prossimo, alla divorziabilità. E’ una sorte di tirannia del possesso che alimenta se stessa, in quanto lascia sempre insoddisfatti e con l’amaro in bocca: oggi il bambino pretende l’ultimo modello di giocattolo per poi dimenticarlo dopo pochi giorni, quando sarà esaurita la bramosia possessiva; domani l’adulto farà la stessa cosa con la ragazza prima, e con la moglie dopo, anche se tenderà più facilmente a non sposarsi.
        In pratica l’uomo oggi viene valutato solo in base a ciò che consuma: questo è l’unico metro di giudizio del valore di un uomo. E ciò è incompatibile con la stabilità dei rapporti umani, anche quelli interni alla famiglia. La superficialità dei rapporti umani non è infatti cosa che riguardi esclusivamente la famiglia. Si può dire che la famiglia ne sia infettata, pressapoco come tutti gli altri ambiti umani. Il popolo bue è bue perchè è contaminato dalla bramosia crescente ed irrefrenabile del consumo. Semplicemente non esiste spazio per altro.

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        • GiuliaM ha detto in risposta a Antonio72

          In un certo senso il bambino cresce con la predisposizione genetica alla individualizzazione capricciosa e quindi alla separazione dal prossimo, alla divorziabilità
          Non direi, il bambino è proprio l’esempio evangelico di fiducia incondizionata verso i genitori; inoltre qualunque ragazzino tende a cercare i propri amichetti quando si trova in mezzo a loro.
          Comunque secondo me, e qui sono d’accordo, l’uomo ha bisogno anche oggi di contatto con il prossimo, però viene fuorviato dalle sirene che gli consigliano che l’amore o l’amicizia, così come i prodotti commerciali, non possono mai essere duraturi, quindi meglio cambiare tutto che soffrire per tenere in piedi un rapporto. Salvo poi non ritrovarsi niente in mano alla fine…

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          • Piero ha detto in risposta a GiuliaM

            diciamo piu’ che altro che i genitori, per farsi perdonare di non essere piu’ presenti nella vita del figlio, lo viziano e gli comprano di tutto.
            Poi quando gli amichetti ti vedono senza l’ultimo iPod, iPad, tabletPC, 20.000 profili facebook, vestitini firmati, e ti chiamano “sfigato”, allora anche loro pretendono…
            Non ultima la pedagogia da quattro soldi per cui non bisogna mai dire no al bambino, e tutte quelle stupidaggini post-68ine…

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          • Antonio72 ha detto in risposta a GiuliaM

            Ciao GiuliaM,

            Sono d’accordo solo con la parte finale del tuo commento e pressapoco con la replica di Piero, anche se secondo me, più che farsi perdonare, i genitori preferiscono abdicare la fatica del proprio ruolo. A questo proposito non c’è niente di meglio della politica del laissez-faire che eviti qualsiasi conflitto.
            In realtà l’uomo consumista soffre molto in proporzione alla sua bramosia di consumo e di possesso. Si contrappone la sofferenza artificiale, causata da coercizioni interiori, alla classica e naturale sofferenza esistenziale. Sarà un paradosso, ma la prima sofferenza è subdola perchè svuota la vita di significato esistenziale, dall’interno e progressivamente. Così l’ultima sofferenza non troverà alcuna robusta difesa, ed impatterà pressapoco come un incudine contro un vaso di coccio vuoto. Ciò spiega la fragilità emotiva individuale dell’uomo moderno.

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            • GiuliaM ha detto in risposta a Antonio72

              Spiegati un po’ meglio… cosa sarebbero sofferenza esistenziale, artificiale ecc? A me sembrano paroloni generici…
              E per “prima sofferenza” intendi il pianto del bambino appena nato? O qualcosa di più generale?

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              • Antonio72 ha detto in risposta a GiuliaM

                @GiuliaM

                Per sofferenza artificiale intendo la sofferenza che proviene dall’ideologia consumista e del possesso che, per essere efficace, deve lasciare l’uomo in uno stato di insoddisfazione continua, e quindi sottoposto ad una tensione sofferente o nevrotica. Dico sofferenza articiale perchè è l’uomo a darsela, di sua scelta, anche se molto spesso non se ne rende conto.
                Per sofferenza naturale intendo invece quella che proviene dal fatto di essere vivi, e quindi dall’esistenza non dal possesso; per es. la perdita di una persona cara o essere costretti ad affrontare una brutta malattia, ecc..

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      • jester ha detto in risposta a a-theòs=a-éthos

        Se il popolo è bue, la colpa è solo sua. Noi possiamo (anzi, dovremmo) mostrare un esempio che lo induca ad essere meno bove, ma non possiamo costringere nessuno. E già sull’esempio ci sarebbe da lavorare, visto che (relata refero) parlando con un giudice della Sacra Rota puoi sentirti dire tranquillamente che un buon 30-40% dei matrimoni cattolici andrebbero considerati nulli e non avvenuti per immaturità psicologica dei contraenti…

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    • Piero ha detto in risposta a Antonio72

      Infine vi è una citazione di Marx che dovrebbe fare riflettere: Il sentimento dell’amore pressuppone il sentimento della proprietà.

      Gia’ un cattolico che cita marx…

      Ma dove l’hai sentita questa sciocchezza?
      L’amore come proprieta’?
      Solo ad un materialista comunistoide come marx potrbbe venire in mente un’idiozia simile…

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    • Attivista di Centro ha detto in risposta a Antonio72

      “Lex creat mores”. Lo dicevano i romani che non erano sprovveduti. Tra l’altro l’attuale matrimonio civile divorziabile, mentre precedentemente era indissolubile, fu proposto con la menzogna e la furbizia. Lo sfascio familiare denunciato da Pannella non c’era. La famiglia alla fine degli anni ’60 era ancora molto solida. Una intera generazione di sessantottini ci ha campato e ci campa ancora. Il matrimonio non è un fatto scontato, non è scontato che due persone si ripettino, si vogliano bene e si accettino per tutta la vita. Se non gli vengono date fondamenta solide, giuridiche e morali, si può sciogliere come neve al sole. Se c’è una cosa, per me, ridicola è la convivenza, il periodo di prova similmatrimoniale. Avrebbe un senso se in caso di fallimento uno potesse ritornare indietro, ma non è così. I tempi biologici della vita nonostante i progressi della medicina sono sempre i soliti ed ogni periodo di età presuppone prove e difficoltà sempre nuove.

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  6. Giambenedetto Colombo ha detto

    Non credo che la cifra di 3.8 milioni di bambini coinvolti l’anno sia esatta.
    Perché se così fosse, in dieci anni avremmo 38 milioni di bambini coinvolti, su una popolazione che non arriva ai 70 milioni, credo. Impossibile. Non è la prima volta che noto questi eccessi di zelo.

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