La scienza non spiegherà mai perché c’è qualcosa anziché niente

Il noto divulgatore scientifico americano, John Horgan, firma del “New York Times” e di “Scientific American”, ha scritto sulle colonne di quest’ultimo un interessante articolo intitolato: “La scienza non spiegherà perché c’è qualcosa piuttosto che niente”, riprendendo la famosa domanda di Martin Heidegger, presa a prestito da Leibnitz, che tanto infastidisce gli scientisti.

Probabilmente è un articolo in risposta alle recenti posizioni scientiste dell’astrofisico Stephen Hawking, già ampiamente criticate anche su questo sito web (e da parecchi suoi colleghi). Dopo Hawking, anche Lawrence Krauss ha affermato la stessa tesi (anche questa è stata analizzata sul nostro portale) nel suo libro “A Universe from Nothing”. Horgan risponde proprio a quest’ultimo, spiegando che nel suo pensiero di un universo nato dal “nulla” «non c’è nulla di nuovo», era già stato teorizzato da John Wheeler e Andrei Linde. Ma essi sapevano bene di proporre qualcosa di stravagante, al contrario «Krauss ci chiede di prendere» la sua teoria «sul serio, e lo stesso fa il biologo evoluzionista Richard Dawkins». Evidentemente è una tesi che suscita calore nella tribù ateista, tanto che il leader del fondamentalismo antireligioso ha firmato la postfazione del libro di Krauss, spiegando che «anche l’ultima carta del teologo raggrinzirà davanti ai vostri occhi mentre state leggendo queste pagine […]. Se “L’origine delle specie” è stato il colpo micidiale della biologia al soprannaturale, possiamo guardare “un universo dal nulla” come l’equivalente da parte della cosmologia». Notiamo che lo zoologo in pensione cita il titolo breve dell’opera di Darwin, dato che si è saputo non conoscere il titolo completo.

Horgan si prende comunque gioco di lui: «Whaaaa …?! Dawkins sta confrontando il più profondo trattato scientifico della storia ad un libro di “pop-science” che ricicla un sacco di idee stantie della fisica e della cosmologia? Questa assurda iperbole dice meno dei meriti del libro di Krauss di quanto non faccia l’inteso odio che Dawkins prova verso la religione». Il divulgatore cita anche la dura recensione al libro di Krauss arrivata dal filosofo David Albert, specialista della teoria quantistica, arrivata dalle colonne di “The New York Times”, il quale ha liquidato così le tesi di Krauss: «Dove sono, tanto per cominciare, le leggi della meccanica quantistica che si suppone provengono da?». Le moderne teorie quantistiche dei campi, sottolinea Albert, «non hanno nulla da dire a proposito di quei campi da dove provengono, o di perché il mondo dovrebbe essere costituito da particolari tipi di campi, o del perché avrebbe dovuto essere costituito da campi, o del perché avrebbe dovuto esserci un mondo, in primo luogo. Caso chiuso. Fine della storia».

Horgan ha proseguito il suo articolo paragonando le tesi di Hawking e Krauss a quelle di Jim Holt e del romanziere John Updike, i quali sostenevano -seppur con sfumature diverse- che Dio aveva creato il mondo per noia o che lo aveva fatto perché colpito da una crisi di identità cosmica. «Questa idea», si conclude su “Scientific American”, «è del tutto stravagante, certo, ma non più, a mio avviso, dell’assurda pretesa di Krauss e altri scienziati che pensano di aver risolto l’enigma dell’esistenza». E infine: «Quando gli scienziati insistono dicendo di aver risolto, o presto risolveranno, tutti i misteri, tra cui quello più grande di tutti, fanno un cattivo servizio alla scienza, e diventano speculari ai fondamentalisti religiosi che tanto disprezzano. Comte sbagliò su “come” la scienza è limitata, ma non sul fatto che è limitata».

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