Entomologi sfatano l’altruismo negli animali: «solo l’uomo ne è davvero capace»

Uno degli sforzi maggiori del riduzionismo neodarwiniano è quello di sottolineare come le grandi qualità che contraddistinguono l’essere umano siano rilevate anche negli animali. Egli quindi non sarebbe diverso da essi, nessuna unicità, nessuna superiorità, nell’uomo. E’ soltanto un “nient’altro che”, come impone la formula d’obbligo del riduzionista perfetto.

Ad esempio per molto tempo si è insistito dicendo che l’altruismo, grande virtù umana, sia tranquillamente osservabile anche nel regno animale. Ma le cose non stanno affatto così e gli evoluzionisti (quelli seri, ovviamente) sempre più sottolineano come invece l’uomo sia l’unico essere sulla terra a saper essere davvero altruista, ovvero a saper agire per pura gratuità senza alcun vantaggio per sé. Solo l’uomo può seguire la grande novità portata da Gesù, che non è solo quella di amare il prossimo (questo lo avevano già detto altri grandi uomini prima di lui), ma addirittura l’amore verso il proprio nemico: «Avete inteso che fu detto: “Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico”; ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti. Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (Mt 5,43-48).

Nel 2006, seppur ancora tenendo stretto il determinismo riduzionista, lo si è ammesso dopo una ricerca dell’Istituto Max Planck: «Anche gli scimpanzé si aiutano, ma solo se gli serve, per esempio per procurarsi il cibo. Se però li si mette in condizioni di arrivare al cibo senza l’ aiuto di un partner, non facilitano l’ altro nell’ ottenere anche lui un po’ di cibo, nemmeno se loro sono già sazi». Nessun vero altruismo, dunque. Recentemente ne ha parlato anche il genetista Edoardo Boncinelli, a commento di un saggio (“Superorganismo”, Adelphi 2012) pubblicato da due entomologi, Hölldobler e Wilson, i quali hanno sfatato i luoghi comuni sull’insetto eusociale più citato, la formica. Il formicaio è infatti un superorganismo composto da esseri strettamente imparentati tra loro dal punto di vista genetico. «Comportarsi correttamente», spiega Boncinelli, «è utile alla colonia ma anche, seppur indirettamente, ai singoli componenti della stessa». Insomma, il fine ultimo della cooperazione è la sopravvivenza individuale, una forma mascherata di “egoismo”. I due autori sono più netti nel loro volume: «Gli insetti sociali sono rigidamente governati dall’istinto, e lo saranno sempre. Gli esseri umani sono dotati di ragione e hanno culture in rapida evoluzione. Noi umani siamo capaci di introspezione e possiamo trovare  il modo per tenere a freno i nostri conflitti autodistruttivi».

L’uomo svetta su tutta la creazione, non si interessa solo di se stesso, non rischia la vita solo per il suo parente biologico, ma anche per l’estraneo o addirittura per il nemico. In esso, spiega il celebre darwinista spagnolo Francisco J. Ayala, «il comportamento morale non è del tipo di quelle reazioni automatiche di altruismo biologico come si hanno in certe api, formiche e presso altri imenotteri […], il comportamento morale in quanto tale non esiste nemmeno in forma iniziale in esseri non umani». E conclude: «Siamo molto diversi biologicamente dalle scimmie qui sta la base valida per uno sguardo religioso sull’uomo come creatura speciale di Dio, e per una coscienza di che cosa ci renda squisitamente umani» (F.J. Ayala, “L’evoluzione, lo sguardo della biologia”, Jaca Book 2009, pag. 157-233)

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