Don Biancalani rimosso: un parroco non può dedicarsi solo ai migranti

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La Santa Sede e la diocesi di Pistoia rimuovono il “prete dei migranti”, don Biancalani, dalla parrocchia di Vicofaro. Il commento di don Mario Proietti.

 


don mario proietti

 

di
don Mario Proietti*

*Direttore Responsabile dell’Abbazia San Felice (Giano dell’Umbria)

 

La vicenda di don Massimo Biancalani mi lascia anzitutto un disagio.

Quello che provo ogni volta che la storia di un sacerdote arriva a una frattura con la comunità che gli è stata affidata e con il proprio vescovo.

Dietro i provvedimenti canonici rimane sempre la vita di un confratello, con anni di ministero e scelte nelle quali ha creduto profondamente.

Per questo mi sembra ingiusto leggere la decisione di rimuovere don Biancalani dalla parrocchia di Santa Maria Maggiore a Vicofaro come la sconfitta del cosiddetto «prete dei migranti» o come una correzione dell’impegno della Chiesa nell’accoglienza.

La questione nasce quando un particolare servizio, legato anche alla sensibilità personale del parroco, finisce progressivamente per occupare la vita della comunità fino a modificarne la stessa fisionomia.

 


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I migranti come unica missione?

La stessa diocesi di Pistoia aveva riconosciuto pubblicamente la generosità con cui il sacerdote si è dedicato alle persone immigrate in difficoltà.

Il vescovo Fausto Tardelli aveva anche chiesto alle altre comunità diocesane di condividere quell’impegno, affinché l’accoglienza non rimanesse concentrata quasi interamente in una sola parrocchia.

Perché una parrocchia può e deve essere luogo di carità. Il Vangelo chiede al sacerdote e alla comunità cristiana di riconoscere Cristo nel povero e nello straniero.

Ma il parroco non riceve una struttura nella quale realizzare il progetto pastorale che sente più vicino alla propria sensibilità. Riceve un popolo.

Gli viene affidata una comunità concreta, radicata in un territorio, con una storia che precede il suo arrivo e continuerà dopo la sua partenza. La sua cura pastorale deve raggiungere l’interezza di quel popolo.

L’accoglienza del migrante appartiene pienamente alla missione parrocchiale, così come appartengono ad essa la celebrazione dei sacramenti, la formazione cristiana dei bambini, la vicinanza alle famiglie, la presenza accanto agli anziani e agli ammalati.

Tutto questo forma l’unica cura delle anime affidate al parroco. Quando una dimensione finisce per assorbire le altre, l’equilibrio della comunità inevitabilmente ne risente.

 


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Biancalani e la poca cura pastorale

È qui che la vicenda di Vicofaro diventa particolarmente significativa.

Negli anni l’accoglienza aveva assunto dimensioni tali da coinvolgere stabilmente gli ambienti della parrocchia, compresi spazi necessari alla vita ordinaria della comunità.

La stessa diocesi aveva indicato la necessità di restituire alla parrocchia la chiesa, la canonica e gli ambienti destinati al catechismo.

I provvedimenti successivi hanno richiamato la progressiva carenza della cura pastorale ordinaria e la trasformazione delle parrocchie affidate a don Biancalani in realtà sempre più assimilabili a centri di accoglienza.

In questo contesto si comprende anche la prudenza pastorale del vescovo Tardelli.

Il suo tentativo mirava a dare a quella particolare attenzione sacerdotale una collocazione ecclesiale capace di custodirne il valore senza farla gravare interamente sulla vita di una singola comunità.

Gli aveva anche proposto la responsabilità dell’Ufficio missionario diocesano, consentendogli di valorizzare la sua esperienza nell’accoglienza dentro una realtà più ampia, restituendo nello stesso tempo alla parrocchia la possibilità di vivere pienamente la propria missione.

Don Biancalani aveva però rifiutato.

 

biancalani migranti rimosso

 

Quando si rompe la comunità

È una questione che riguarda da vicino tutti noi sacerdoti.

Con gli anni ciascuno sviluppa accenti pastorali propri, alcuni dei quali diventano parte profonda del modo con cui viviamo il ministero.

Ciò che amiamo maggiormente può richiedere, a un certo punto, un discernimento più esigente, perché anche un bene autentico può assumere uno spazio sproporzionato rispetto alla missione complessiva che abbiamo ricevuto.

Il parroco è chiamato a educare la comunità e ad accompagnarla, sapendo anche scuoterla quando diventa indifferente davanti alla sofferenza. Questa responsabilità educativa cresce dentro una relazione reale con il popolo affidato.

Quando una scelta pastorale genera una frattura stabile con una parte consistente della comunità e rende difficile la normale vita sacramentale e catechetica, diventa necessario interrogarsi sulla forma che quella scelta ha assunto.

 


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La sfida per noi sacerdoti

Questa vicenda non mi induce quindi a giudicare don Biancalani dall’esterno.

Mi interroga piuttosto sul modo in cui ciascuno di noi sacerdoti vive ciò che gli è stato affidato.

Diventa decisivo ricordare che il sacerdote non appartiene alla propria opera e che la comunità non appartiene al sacerdote.

Essere mandati significa anche accettare che la Chiesa continui a dare forma al nostro ministero quando quella forma non coincide più con ciò che noi avevamo immaginato.

È una delle prove più esigenti della vita sacerdotale, perché tocca ciò che abbiamo amato e servito per anni, chiedendoci di riconsegnarlo alla stessa Chiesa dalla quale lo abbiamo ricevuto.

Questa storia lascia quindi una domanda che sento rivolta anzitutto a me stesso: se ciò che facciamo nasce davvero da una chiamata ricevuta, siamo disposti a lasciare che la stessa Chiesa dalla quale abbiamo ricevuto il ministero, continui a educare il modo in cui lo viviamo?

È una domanda scomoda. Proprio per questo credo valga la pena non eluderla.

 


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Autore

don Mario Proietti

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6 commenti a Don Biancalani rimosso: un parroco non può dedicarsi solo ai migranti

  • Sergio- ha detto:

    “L’accoglienza del migrante appartiene pienamente alla missione parrocchiale”: assolutamente corretto.
    Ma la tale missione, non può diventare lo scopo ùltimo di un Sacerdote.
    Se no, la Chiesa si trasforma in una ONG.
    Pur occupandosi delle necessità concrete dell’uomo, Essa non deve mai smarrire la sua vocazione soprannaturale e il suo fine ultimo, che è Dio, e la Vita eterna -la salvezza delle anime.
    Gloria a Dio.

    • Sergio- ha risposto a Sergio-:

      La Chiesa è nel mondo, ma non appartiene al mondo; il suo fine ultimo è soprannaturale: annunciare Cristo, salvare le anime e condurle alla vita eterna: la missione del Cristo.
      «Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo; ora lascio il mondo, e torno al Padre».
      — Giovanni 16,28

    • generale ha risposto a Sergio-:

      È proprio quello che c’è scritto nell’ articolo

  • Romi ha detto:

    Purtroppo non è il solo. Ho conosciuto un sacerdote che ha preferito occuparsi di immigrati a discapito degli indigenti italiani, gli ho sentito dire che gli italiani non vogliono lavorare per cui preferiva gli immigrati. Un discorso che mi ha lasciata delusa e sconcertata.

  • Ezio Cosatto ha detto:

    Mi viene da pensare che la frattura tra don Massimo e la sua comunità probabilmente dipenda dal fatto che quest’ultima non l’abbia supportato e seguito per mancanza di carità, ma non conoscendo i dettagli magari non so di errori commessi da lui. Quello su cui scommetterei è che in quella diocesi Salvini e Vannacci prenderanno molti voti

    • G.B. ha risposto a Ezio Cosatto:

      A me sembra che gli errori siano chiaramente esposti nell’articolo: cura pastorale trascurata, ambienti della parrocchia (mi par di capire, anche la stessa chiesa!) trasformati in strutture d’accoglienza.
      Trovo semplicistico spiegare “la frattura tra don Massimo e la comunità” dando tutte le colpe a quest’ultima e accusandola di essere fatta di cattivoni di destra. Se ci sarà uno spostamento dell’elettorato locale verso Salvini e Vannacci magari sarà stato proprio il comportamento di don Massimo a provocarlo.