Celibato dei preti: tre ragioni per continuare a difenderlo

celibato dei preti

Tre chiari motivi sul perché il celibato dei preti continua ad essere saggiamente tutelato dalla Chiesa.


 

Il celibato dei preti cattolici è una delle questioni più discusse quando si parla della Chiesa.

È una regola obsoleta? O ha un significato spirituale più profondo?

In una società in cui la sessualità è considerata la priorità assoluta, il celibato appare una follia innaturale. Quest’idea è amplificata dalle notizie di scandali e tradimenti che i media collegano a questo status.

Nella rubrica domenicale “Risposte cattoliche” sintetizziamo i suggerimenti di padre Inacio Amoros, sacerdote spagnolo ed evangelizzatore digitale.

 


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Cosa si intende per celibato dei preti

Anzitutto, è importante chiarire cosa si intende per celibato.

Nella tradizione cattolica esso consiste nella scelta di vivere la continenza sessuale permanente per dedicarsi completamente a Dio e al servizio della Chiesa.

Non si tratta, secondo questa prospettiva, di una repressione della sessualità, ma di una decisione libera di rinunciare a un bene – il matrimonio – per un bene ritenuto più alto: la totale dedizione al Mistero.

Il celibato, spiega correttamente padre Ignacio, non è un dogma di fede, né è essenziale per vivere il sacerdozio, ma è una disciplina ecclesiastica che la Chiesa considera particolarmente adatta al ministero sacerdotale.

Nei primi secoli del cristianesimo, infatti, esistevano sacerdoti sposati e ancora oggi, nelle Chiese cattoliche orientali, uomini sposati possono essere ordinati presbiteri.

«La Chiesa», sottolinea padre Igancio, «ha una visione molto positiva della sessualità ordinata all’amore. Il celibato non significa rinunciare a qualcosa di cattivo. No, si rinuncia a qualcosa di buono per uno scopo più alto».

 


Il celibato dei sacerdoti non è innaturale, è soprannaturale
(25/02/2015)


 

1) Il sacerdote rappresenta Cristo

Ma, per l’appunto, perché la Chiesa tutela il celibato? Per tre ragioni, soprattutto.

La prima è la dimensione cristologica.

Il sacerdote rappresenta sacramentalmente Cristo e agisce in persona Christi. Poiché Gesù visse da celibe, la Chiesa ha ritenuto appropriato che anche il sacerdote condivida questa forma di vita, configurandosi più pienamente a Lui.

 

2) Dedizione totale alla Chiesa

La seconda dimensione è ecclesiologica.

Il sacerdote è chiamato a donarsi totalmente alla Chiesa, che nella tradizione cristiana è descritta come la “sposa” di Cristo. Vivendo senza legami matrimoniali, il sacerdote può dedicarsi con maggiore libertà al servizio pastorale e alla cura delle anime.

Come ricorda anche l’apostolo Paolo, l’uomo non sposato può preoccuparsi delle “cose del Signore”, mentre quello sposato deve necessariamente dividere la propria attenzione tra famiglia e missione.

 

3) Testimonianza escatologica

La terza dimensione è escatologica.

Il celibato è visto come un segno del destino ultimo dell’uomo: la vita eterna con Dio.

Nei Vangeli Gesù afferma che nella risurrezione gli uomini “non prenderanno moglie né marito”, ma vivranno come gli angeli. Il celibato diventa così una testimonianza concreta della realtà del Regno dei cieli.

 


«Per noi sacerdoti il celibato è un dono, non un sacrificio»
(11/04/2017)


 

Il celibato è una sfida: ecco come viverla

Non è una scelta facile, ovviamente. Ma nemmeno impossibile.

Infatti, spiega l’autore del video, «se Dio ti chiama a qualcosa, ti dà anche la grazia per viverlo».

E per saper vivere il celibato, continua padre Ignacio, il sacerdote deve porre come elemento centrale della vita l’Eucaristia.

La presenza reale di Cristo nell’Eucaristia è considerata la fonte spirituale che aiuta e sostiene la vocazione. «Ho sperimentato che Dio riempie tutto», afferma il sacerdote spagnolo, «la tua intelligenza, la tua volontà, i tuoi affetti, il tuo corpo, il tuo cuore. Ed è un’esperienza meravigliosa».

Aggiungiamo un altro elemento d’aiuto: vivere la comunità.

Il sacerdote deve sentirsi padre di ogni suo parrocchiano, deve vivere la paternità spirituale con ogni persona che Dio gli affida. Non può chiudersi nel suo ufficio parrocchiale e trasformarsi in burocrate.

Senza vivere fisicamente la vita della parrocchia, un prete finirà per vivere il celibato come un peso e non come un dono.

Per questo, giustamente, padre Inacio Amoros conclude la sua riflessione ricordando che il celibato non è semplicemente l’assenza di matrimonio, ma una forma particolare di amore: una vita offerta interamente a Dio e al servizio degli altri.

 


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Autore

La Redazione

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9 commenti a Celibato dei preti: tre ragioni per continuare a difenderlo

  • Manlio Padovan ha detto:

    “Poiché Gesù visse da celibe”…ma era fortemente amico della Maddalena che tutti i testi affermano essere stata un prostituta.
    Tutto l’articolo è un sacco di balle, tanto è vero che è noto come le suore siano oggetto di prepotenza sessuale da parte dei preti anche se la chiesa fa finta di niente: in tutti i paesi e specialmente in Africa.
    Il libro ” I preti e il sesso”, ora non ricordo il nome dell’autore ma non fa niente perché tanto voi non lo leggete mai perché avete un anno infame, dice tutto da parte di chi se ne è occupato professionalmente.

    • G.B. ha risposto a Manlio Padovan:

      Difficile mettere insieme tante falsità in poche righe. Complimenti.

  • Giorgio ha detto:

    Una cosa che mi infastidisce moltissimo sono le affermazioni degli ex-preti contro il celibato.
    A tutti questi direi semplicemente: “Eh no, caro mio. Solo perché tu non sei stato in grado di mantenere una promessa che hai fatto liberamente, non vuol dire che essa stessa non abbia senso. È anche irrispettoso nei confronti di coloro che invece la seguono”

  • Francesco ha detto:

    Primo: il sacerdote rappresenta Cristo ma non è Cristo che,oltre alla natura umana,ha quella divina che il sacerdote non ha,inoltre Gesù Cristo doveva moriremo,risorgere ed ascendere in Cielo,per questo non si sposò,i sacerdoti non hanno questo destino,non nei termini in cui li ha vissuti Cristo.
    Secondo: non è vero che non si dedicherebbero bene al servizio della chiesa,i pastori protestanti ed i pope ortodossi sposati dimostrano il contrario.
    Terzo:la fine del matrimonio e quindi della sessualità (almeno quella eterosessuale) avverrà alla fine dei tempi ma quei tempi non sono finiti con tutte le necessità e gli impulsi biologici del caso.Faccio notare anche che Gesù scelse fra gli Apostoli uomini sposati (San Pietro aveva una suocera) quindi o si obbeddisce allo schema decisionale di Gesù Cristo , escludendo le donne ed ammettendo al sacerdozio uomini sposati,o ci si arroga il diritto di distaccarsi da questo schema e si scelgono uomini non sposati per il sacerdozio ma si ammettono al sacerdozio le donne:non si possono usare,per uno stesso versetto,due interpretazioni antitetiche!

    • Paolo ha risposto a Francesco:

      Francesco, credo che il punto decisivo sia distinguere ciò che appartiene alla natura del sacramento dell’Ordine da ciò che appartiene alla disciplina ecclesiastica.

      1. Sulla rappresentazione di Cristo

      Nessuno sostiene che il sacerdote possieda la natura divina di Cristo. Quando la Chiesa dice che il sacerdote agisce in persona Christi Capitis, intende che, in forza del sacramento dell’Ordine, egli è configurato sacramentalmente a Cristo Capo e Pastore.

      La questione, dunque, non è che il sacerdote debba riprodurre tutti gli aspetti della vita terrena di Gesù, né che debba possedere la sua natura divina. È piuttosto che il suo ministero sacramentale lo pone in una particolare configurazione a Cristo.

      Nell’Eucaristia, infatti, il sacerdote non compie un nuovo sacrificio: rende sacramentalmente presente l’unico sacrificio di Cristo, che rimane il vero e unico Sommo Sacerdote.

      Il celibato sacerdotale latino va compreso in questo orizzonte: non come una conseguenza logicamente necessaria dell’ordinazione, ma come una forma di vita che la Chiesa considera particolarmente conveniente alla configurazione del sacerdote a Cristo, Sposo della Chiesa, e alla sua totale dedizione al servizio del Regno.

      2. Sulla scelta degli Apostoli e il confronto con l’ordinazione femminile

      Qui, invece, mi sembra che il tuo ragionamento compia un salto che non segue dalle premesse.

      È vero che Pietro aveva una suocera e che, dunque, almeno alcuni degli Apostoli erano sposati. Ma da questo non segue che Cristo abbia istituito il matrimonio come condizione del ministero apostolico.

      Sono infatti due proposizioni completamente diverse:

      «alcuni Apostoli erano sposati»

      e

      «il ministro ordinato deve essere sposato».

      La prima è attestata dal Vangelo; la seconda non lo è.

      Ma neppure dal carattere disciplinare del celibato si può passare alla conclusione che la Chiesa potrebbe modificare allo stesso modo la struttura del sacramento dell’Ordine.

      Qui sta la distinzione decisiva: il celibato appartiene alla disciplina ecclesiastica; il fatto che il ministro sia un uomo appartiene invece alla struttura sacramentale che la Chiesa ritiene ricevuta da Cristo e dagli Apostoli.

      La Chiesa può quindi stabilire che un uomo ordinato debba essere celibe oppure, in determinate Chiese cattoliche, possa essere sposato, perché il celibato non appartiene alla sostanza del sacramento dell’Ordine. Non può invece modificare arbitrariamente ciò che costituisce il segno sacramentale ricevuto da Cristo.

      I sacramenti, nella concezione cattolica, non sono semplici funzioni sociali definite dalla Chiesa, ma segni e strumenti efficaci istituiti da Cristo. Per questo la Chiesa non dispone di essi come di istituzioni puramente umane.

      È precisamente in questo quadro che va compresa Ordinatio sacerdotalis: la Chiesa non si ritiene autorizzata a conferire l’ordinazione sacerdotale alle donne.

      La questione, dunque, non è: «Gesù scelse uomini sposati oppure uomini celibi?». La questione è piuttosto: che cosa appartiene alla sostanza del sacramento e che cosa appartiene alla disciplina ecclesiastica?

      Una volta fatta questa distinzione, il problema diventa molto più chiaro.

      Quanto alla dimensione escatologica, poi, Gesù stesso insegna che nella risurrezione «non si prende né moglie né marito» (Mt 22,30). Il celibato cristiano non pretende dunque di negare la bontà della sessualità o del matrimonio: rende visibile, nel tempo presente, la realtà definitiva del Regno, nel quale il matrimonio terreno non avrà più la forma che possiede nella vita presente.

      Per questo, a mio avviso, il celibato sacerdotale non va difeso sostenendo che un sacerdote sposato sarebbe necessariamente un sacerdote peggiore. Sarebbe falso e ingiusto.

      Va difeso piuttosto riconoscendo che la Chiesa può legittimamente considerare il celibato una forma particolarmente eloquente di configurazione a Cristo e di totale consacrazione al servizio della Chiesa.

      E questa mi sembra una difesa molto più forte di quella fondata sull’idea che il sacerdote sposato sarebbe semplicemente «meno disponibile».

    • G.B. ha risposto a Francesco:

      Pietro aveva una suocera, ma i Vangeli non parlano mai della moglie. Magari era morta.
      Se gli Apostoli erano sposati, devono aver avuto dei figli (può darsi che qualcuno non ne abbia avuti, ma dodici su dodici, statisticamente sarebbe quasi impossibile). Non esiste alcuna tradizione o notizia che parli dei figli degli Apostoli. Eppure è logico pensare che sarebbero stati persone importanti nella Chiesa primitiva. Se nessuno ne parla la conclusione più probabile è una: non esistevano.

  • G.B. ha detto:

    “Caro, andiamo al mare questo weekend?” “Eh no, non posso, devo dire messa”…

  • Limboxx ha detto:

    Ci sono 1000 ragioni per accettare volontariamente il celibato. MA non c’è una sola ragione per imporlo (vedi gli orientali che non hanno questa imposizione e non sono preti di serie B)

    • G.B. ha risposto a Limboxx:

      Invece sono preti di serie B. Tra gli ortodossi solo i celibi possono diventare vescovi, ai preti sposati non è consentito.