Come rispondere alle obiezioni di un indù alla divinità di Cristo
- Ultimissime
- 13 Ago 2026

La resurrezione e la divinità di Gesù vengono respinte da un indù tramite quattro obiezioni. Ecco le risposte ad ognuna di esse.
Con quali argomenti un induista respinge la divinità e la resurrezione di Gesù?
Un esempio è nella lettera che Anil, un fedele indù, ha scritto al filosofo e teologo William Lane Craig.
In essa compaiono una serie di obiezioni e domande. Vi rispondiamo qui sotto, ampliando e completando le già opportune osservazioni avanzate dal filosofo americano.
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1) La resurrezione è fede, non storia
La prima obiezione del fedele indù è che la risurrezione di Gesù rimane una questione di fede, non di dimostrazione storica.
Il dibattito entra già nel vivo del problema.
Va innanzitutto chiarito che nessuno pretende di dimostrare storicamente che Gesù sia “vivo” qui e ora, poiché la storia si occupa solo di eventi fisici e non metafisci.
Ciò che può essere indagato storicamente, invece, sono i fatti alla base della fede pasquale: il sepolcro vuoto, le apparizioni del Risorto a singoli e gruppi, il radicale cambiamento dei discepoli, giunti a credere improvvisamente che Gesù fosse risorto (nonostante il loro stretto ebraismo) ecc..
Da questi dati, presi complessivamente, si può trarre filosoficamente l’inferenza che la migliore spiegazione sia un evento soprannaturale.
Nel nostro dettagliato dossier abbiamo esposto ben 10 argomenti che provano come la resurrezione di Cristo sia l’evento che meglio spiega gli eventi storici che accaddero dopo la sua morte in croce.

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2) Eventi descritti molti anni dopo
La seconda argomentazione si basa sulla lontananza temporale delle testimonianze cristiane dagli eventi che raccontano.
Si tratta di un’osservazione molto ingenua e che dimostra poca familiarità con l’ambito della ricerca storiografica.
La stragrande maggioranza di studiosi colloca la scrittura del primo vangelo, quello di Marco, in una forchetta temporale dal 50 al 70 d.C., quindi tra i 17 e i 40 anni dopo la morte di Gesù.
Per chi pensa che siano molti, va ricordato che gli studiosi collocano la storia dell’imperatore Augusto, scritta da Svetonio, nel 119 d.C. (altri al 130 d.C.), quindi ben 105 anni dopo la sua morte. Tutti attribuiscono ampia fiducia a ciò che Svetonio scrisse.
Mentre la prima menzione di Erodoto risale a 100 anni dopo la morte, la prima storia di Roma fu invece scritta in greco dal senatore romano Fabio Pittore verso il 200 a.C., circa 300 anni dopo la nascita di una forma di governo repubblicano.
La maggior parte delle informazioni su Alessandro Magno provengono da Plutarco, che scrisse ben 260 anni dopo la morte del celebre condottiero. Ma la più fonte affidabile risale a circa 370 anni di distanza.
Eppure gli storici considerano la sua biografia ampiamente attendibile, anche se ciò che sappiamo con certezza su di lui si può raccogliere in poche pagine.
Evidentemente, se un breve intervallo temporale di circa 40 anni bastasse a invalidare una fonte, gran parte della storiografia antica perderebbe ogni valore.

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3) Nessuna profezia della resurrezione
Un’altra argomentazione critica del fedele indù riguarda la mancanza di profezie esplicite nell’Antico Testamento riguardanti la risurrezione del Messia
Effettivamente è vero, qualcuno indica il passo di Isaia 53,10-12 ma senza molto consenso.
Tuttavia non c’è alcun bisogno delle profezie: come visto nella prima risposta, vi sono argomenti storici altamente plausibili che rendono superflua la “prova” profetica.
Anzi, a ben vedere, l’assenza di qualsiasi collegamento anticotestamentario tra il Messia e la risurrezione dai morti gioca a favore del fatto che i discepoli non giunsero a credere che Gesù fosse risorto dai morti sulla base delle Scritture o di influenze ebraiche.
Una delle caratteristiche più sorprendenti dell’origine della fede nella risurrezione di Gesù fu infatti che era così contraria alle tradizionali aspettative messianiche ebraiche: proprio per questo l’improvvisa trasformazione dei primi discepoli necessita di una spiegazione.

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4) La fede cristiana dipendente dalla storia
Ecco ciò che scrive Anin: «Krishna è reale per me in quanto divino, a prescindere dal fatto che abbia camminato o meno a Dwarka».
Questa affermazione dimostra proprio la differenza tra il cristianesimo e le altre religioni.
Infatti, nessun cristiano potrebbe dire “Gesù è reale per me, a prescindere dal fatto che sia risorto”.
Mentre l’indù può continuare a credere in maniera volontaristica a prescindere dai fatti, il cristiano è necessariamente legato alla realtà e alla realtà storica di Gesù di Nazareth, tramite asserzioni che possono essere in larga misura falsificate o verificate.

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La pretesa storica del cristianesimo
Al di là delle differenze tra cristianesimo e induismo, la risposta alle obiezioni del fedele indù mostrano che la questione della risurrezione e della divinità di Gesù non riguarda soltanto una diversa interpretazione religiosa.
Ma anche, e soprattutto, il modo in cui si valuta il rapporto tra fede, storia e ragione.
Per il cristianesimo, la divinità di Cristo non si fonda su un’esperienza spirituale intimistica e personale ma è inseparabile da un evento concreto.
È proprio questa pretesa storica a rendere quella cristiana una fede totalmente differente dalle altre religioni.
E, tra l’altro, proprio per questo il cristianesimo non andrebbe annoverato tra le religioni (cioè tentativi umani di collegarsi a Dio, semmai è accaduto l’inverso!). Ma questo è un altro discorso.













8 commenti a Come rispondere alle obiezioni di un indù alla divinità di Cristo
Si può anche sintetizzare la cosa con le parole di Gesù: “Nessuno viene a Me, se non è attratto dal Padre”.
Ossìa: se non c’è il desiderio di conoscere Dio.
I primi discepoli dicono, incontrato Cristo: “abbiamo trovato Colui di cui hanno parlato Mosè e i profeti!”.
Erano attratti dalla Verità, e la Verità incarnata hanno dunque riconosciuto.
Wow, questi sono gli articoli per i quali ho iniziato a leggere Uccr. Grazie!
Confermo e la cosa bella è che sono originali di Uccr, cioè non sono copiati da altre fonti come invece fanno tutti gli altri blog cattolici (vedi il Timone per esempio). Quello che leggo su Uccr non si trova solitamente da nessun’altra parte
Quindi nei primi 3 punti accusa (sbagliando) il cristianesimo di non essere storicamente accurato, per poi affermare nel quarto punto che non serve appellarsi alla storia. Tutto regolare.
«Ma tu, o Betlemme Efratah, anche se sei piccola fra le migliaia di Giuda, da te uscirà per me colui che sarà dominatore in Israele, le cui origini sono dai tempi antichi, dai giorni eterni. Perciò egli li abbandonerà fino al tempo in cui “colei che deve partorire, partorirà”; allora il resto dei suoi fratelli ritornerà ai figli d’Israele». (Mich 5,1-2) (tradotto dal Testo Masoretico e confermato dal Testo latino della Chiesa Cattolica). Alcune versioni CEI e altre hanno travisato grossolanamente questi versi, tanto da far perdere il collegamento con la profezia Gn 3,14 che la stirpe della donna schiaccerà la testa del serpente e, quindi, permetterà il governo del Re dei re. (Mich. 5,2 MANOMESSO: «Perciò “Dio” li metterà in potere altrui fino a quando partorirà colei che deve partorire; e il resto dei “tuoi” fratelli ritornerà ai figli d’Israele»).
Non capisco in che modo il “travisamento” (o diversa traduzione) del testo farebbe perdere il collegamento con la profezia. Chi è “egli” se non Dio, e cosa cambia se i fratelli sono “suoi” o “tuoi”?
Se leggi l’intero testo ti renderai conto che il soggetto è il Messia, il quale nasce a Betlemme ed è destinato a governare per sempre. Dunque anche i susseguenti versetti fanno riferimento allo stesso soggetto in modo sottinteso: quindi non “Dio” bensì il Messia, ossia il Cristo, li abbandonerà (salirà alla destra del Padre) fino a quando sarà completa la generazione della “stirpe della donna”. I fratelli del Messia sono i cristiani (suoi) e il testo originale ed anche quello latino sono concordi con la traduzione “suoi” mentre una traduzione “tuoi” induce a considerare l’intero versetto quale riferito ai due rami ebraici storicamente divisi. Perché non rispettare il testo originale e sovvertire il senso letterale? In buona fede i traduttori hanno escluso la natura profetica ed escatologica di questo versetto.
La persona di cui si parla è un indù, ma non mi sembra che le sue obiezioni siano rappresentative dell’induismo. I primi 3 punti sono argomenti “razionalisti” che è più probabile che abbia copiato da qualche fonte occidentale piuttosto che derivato dalla sua cultura. Solo il quarto punto contiene un riferimento all’induismo, ma al posto di Krishna si potrebbe scrivere Manitù e il ragionamento sarebbe identico (a parte il fatto che come obiezione non sta in piedi perché se Krishna può essere “reale in quanto divino” allora perché non potrebbe esserlo anche Cristo?).