Il papato non nacque tardi: le prove sui primi vescovi di Roma

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I primi cristiani riconoscevano un vescovo unico con autorità sovra-nazionale: ecco gli argomenti a favore della nascita precoce del papato.


 

Non ci fu un solo vescovo a Roma per quasi un secolo dopo la morte degli Apostoli?

E’ questa la tesi sostenuta da una parte della storiografia liberale, e da diversi studiosi protestanti (come Jerry Walls e Gavin Ortlund).

L’intento è sostenere che il papato sarebbe un’istituzione nata tardivamente, indebolendo la continuità storica del primato petrino.

Secondo questa ricostruzione, i successori di Pietro come Lino, Anacleto, Clemente, Evaristo, Telesforo o Pio non sarebbero stati veri vescovi monarchici, ma semplicemente membri di un collegio di presbiteri.

 


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Datare gli eventi usando i vescovi di Roma

Un valido argomento storico esposto recentemente ha messo in discussione questa ricostruzione.

Lo fa partendo non soltanto dalle liste episcopali, ma da un elemento spesso trascurato: il modo in cui gli autori cristiani del II secolo utilizzavano i vescovi di Roma per datare gli eventi.

La testimonianza più importante è quella del Frammento Muratoriano, un documento della seconda metà del II secolo che contiene il più antico elenco conosciuto dei libri del Nuovo Testamento.

L’autore, parlando del testo paleocristiano “Il Pastore di Erma”, afferma che quest’opera fu composta «recentemente, ai nostri tempi», mentre Pio, fratello di Erma, occupava la cattedra della Chiesa di Roma.

Ricordiamo che Pio fu vescovo di Roma intorno alla metà del II secolo.

Il punto decisivo è che l’autore dà semplicemente per conosciuto Pio dai suoi lettori, utilizzandolo come riferimento cronologico. Proprio come oggi si direbbe che un evento avvenne «quando era presidente Kennedy» o «quando era pontefice Giovanni Paolo II».

 


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Altri casi probanti

Lo stesso comportamento di datare gli eventi facendo riferimento ai vescovi di Roma emerge in altri autori indipendenti.

Ireneo di Lione, ad esempio, nella sua opera “Contro le eresie”, colloca l’attività di alcuni eretici facendo riferimento ai vescovi di Roma.

Parlando di Valentino, afferma che egli arrivò a Roma «al tempo di Igino, fiorì sotto Pio e rimase fino ad Aniceto». Anche in questo caso non sta discutendo dell’esistenza dell’episcopato romano: lo assume come un dato noto.

Inoltre, sempre Ireneo collega un evento della Chiesa di Corinto “al tempo di Clemente”, vescovo di Roma nel I secolo, ricordando la famosa lettera inviata dalla Chiesa romana ai Corinzi.

Il valore storico di queste testimonianze sta proprio nel fatto che non sono argomentazioni costruite per difendere una tesi. Sono riferimenti occasionali, utilizzati davanti a comunità che avevano memoria diretta o indiretta di quegli eventi.

Se nel II secolo i cristiani avessero saputo che non esisteva alcun vescovo unico a Roma (monoepiscopato) prima della loro generazione, sarebbe stato impossibile trasformare questa figura in uno strumento cronologico condiviso.

Inoltre, il fenomeno non riguarda un solo autore o una sola area geografica: troviamo riferimenti simili a Roma, a Lione e in Nord Africa. Questo suggerisce che la successione dei vescovi romani era una realtà conosciuta ben prima della fine del II secolo.

Ad essere onesti, l’argomentazione non è nuova.

Fu utilizzata1L. Duchesne, “Early History of the Christian Church”, 1910, p. 68 anche dal grande storico della Chiesa, Louis Duchesne, più di un secolo fa: «A Roma, la successione episcopale era così ben nota e la sua cronologia così chiara che serviva a fissare la data di altri eventi», scrisse.

Infatti, osservò Duchesne, «si diceva delle diverse eresie che fossero sorte “sotto Aniceto, Pio o Igino”». Addirittura «Ireneo fissò una data allo stesso modo, risalendo ancora più indietro, a Telesforo e a Sisto I, cioè all’epoca di Traiano e di Sant’Ignazio»

 


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Il caso di Vittore I

A questo quadro si aggiunge un elemento decisivo proveniente dallo studio pubblicato su “Vox Patrum” da Paweł Głowacki, dottorando presso l’Università Cattolica di Lublino (Polonia).

Il protagonista della ricerca è Vittore I, vescovo di Roma tra il 189 e il 198.

L’autore mostra che l’azione di Vittore I nella disputa riguardante la data della celebrazione della Pasqua (controversia quartodecimana) conferma non solo che esisteva un vescovo unico di Roma, ma che questo vescovo esercitava già una forma di autorità sovra-locale.

Vittore cercò infatti di uniformare la celebrazione della Pasqua non solo nella sua comunità, ma in tutto il mondo cristiano: ordinò ai vescovi di convocare sinodi, da Roma alla Gallia, dall’Asia Minore alla Mesopotamia.

Policrate di Efeso, nel suo celebre messaggio, scrisse che i vescovi riuniti erano quelli che Vittore «aveva richiesto di convocare», mentre Eusebio di Cesarea riferisce che Vittore arrivò persino a minacciare la rottura della comunione con le Chiese dell’Asia, trattandole «come se fossero eretiche».

Ireneo di Lione lo rimproverò, ma lo fece riconoscendo implicitamente che Vittore aveva il potere di prendere una simile decisione.

Ancor di più, lo stesso Ireneo si appellò al differente comportamento dei predecessori di Vittore -come Aniceto, Pio, Telesforo e Sisto-, dicendogli che «guidavano la chiesa sulla quale ora tu presiedi»2Ireneo, “Contro le eresie”, 5.24.

Sebbene Ireneo rimproveri Vittore I per la sua decisione di scomunicare le chiese asiatiche, non lo fa mettendo in dubbio la sua autorità straordinaria o sottolineando l’inferiorità o l’equiparazione della chiesa di Roma rispetto alle altre. Sarebbe stata una risposta ovvia se i fatti lo avessero permesso.

 

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“Il papato era già nato”

Tutto questo sarebbe incomprensibile se Roma non avesse avuto un vescovo unico, riconosciuto e dotato di un’autorità percepita come reale.

«Il papato era già nato», conclude Głowacki.

E, aggiungiamo noi, si sviluppò anteriormente allo stesso Vittore, altrimenti non avrebbe avuto la sicurezza di comandare chiese straniere con una successione episcopale più antica, tanto meno di minacciarle di scomunica forte del sostegno di tanti vescovi nel mondo (quindi non esclusivamente romani).

 


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Nessuna nascita tardiva del papato

La convergenza tra questi due piani – la memoria spontanea degli autori cristiani e l’azione concreta di Vittore I – produce un risultato storico significativo.

Non solo la successione dei vescovi di Roma era già una realtà consolidata nel II secolo.

Ma il vescovo di Roma era già percepito come una figura dotata di responsabilità verso l’intera Chiesa molto prima di Leone Magno (390 – 461), colui che tradizionalmente è considerato il papa che definì in modo pieno, teologico e giuridico il primato romano.

La tesi della “nascita tardiva” del papato non regge di fronte alle testimonianze più antiche.

Autore

La Redazione

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1 commenti a Il papato non nacque tardi: le prove sui primi vescovi di Roma

  • Sergio- ha detto:

    Semplicemente meraviglioso, il vostro contributo.
    Dio vi ricompensi per la vostra meritoria òpera.✝️