Don Antonio Mazzi, tra gli ultimi padri della generazione ribelle
- don Mario Proietti
- 05 Ago 2026

In occasione della morte di don Antonio Mazzi la riflessione di don Mario sui preti del Sessantotto, tra luci e (parecchie) ombre.

*Direttore Responsabile dell’Abbazia San Felice (Giano dell’Umbria)
Ho seguito i funerali di don Antonio Mazzi.
Non avrebbe senso usare la morte di un sacerdote per celebrare un processo.
Don Antonio ha dedicato la vita a persone ferite, ha accolto giovani che molti consideravano ormai perduti e ha saputo raggiungere ambienti nei quali le strutture ordinarie arrivavano con difficoltà.
Il bene compiuto rimane e merita riconoscenza. La sua anima merita la nostra preghiera.
Seguendo il funerale, ho avuto però la sensazione che non si stesse congedando soltanto un sacerdote molto conosciuto.
Resta aggiornato iscrivendoti ai nostri nuovi canali:
Don Mazzi, l’ultimo ribelle
Con don Antonio Mazzi se ne va uno degli ultimi padri di una generazione ribelle.
Quella cresciuta nel clima degli anni Sessanta e Settanta.
Una generazione capace di vedere sofferenze reali, di entrare nelle periferie umane e di credere che il mondo potesse essere cambiato e incapace, talvolta, di riconoscere i limiti delle proprie idee.
Portava con sé anche una profonda insofferenza verso l’autorità, la regola e l’istituzione.
Le provocazioni di don Antonio verso la Chiesa, i papi, i seminari, il celibato e il Vaticano non furono semplici battute.
Raccontavano una visione della fede tipica di quella stagione: il Vangelo contrapposto alla Chiesa, il carisma personale preferito all’istituzione, la ribellione considerata quasi una garanzia di autenticità.

Chiesa, il 92% degli abusi durante il boom sessantottino
(22/01/2025)
La sfida del Sessantotto
Don Mazzi non fu anagraficamente un giovane del Sessantotto. Era nato nel 1929 ed era stato ordinato sacerdote nel 1955. Quando esplose la contestazione aveva quasi quarant’anni ed era già impegnato da tempo nell’educazione e nell’assistenza dei giovani.
Fu dunque uno degli adulti che raccolsero la ribellione di quella generazione, le diedero un linguaggio e la trasformarono in una proposta educativa.
Quella generazione vide mali reali: la droga consumare i corpi dei giovani, le famiglie incapaci di comprendere quanto stava accadendo e le istituzioni spesso impreparate. Vide il carcere produrre ulteriore esclusione. Vide l’abbandono e decise di non rimanere a guardare.
Molti dei suoi protagonisti non si limitarono a elaborare teorie. Entrarono concretamente nelle ferite della società. Qui si trova la parte migliore di quella stagione.
La ribellione come status permanente
La stessa generazione portava dentro di sé una tentazione destinata a sopravvivere a lungo.
Fare della ribellione non soltanto uno strumento per correggere un’ingiustizia, quanto una condizione permanente dello spirito.
L’istituzione divenne sospetta per il semplice fatto di essere istituzione. La regola apparve spesso come un ostacolo all’autenticità. L’obbedienza fu interpretata come una rinuncia alla libertà. La provocazione acquisì quasi automaticamente la dignità della profezia.
La stessa Fondazione Exodus, presentando nel 2025 un podcast dedicato alla vita del suo fondatore, lo definiva «ribelle, testardo, anticonformista» e ricordava che non si era mai sentito un prete nel senso consueto del termine.
Non si trattava di un’accusa. Era il modo con cui il suo ambiente riconosceva il tratto più caratteristico di don Antonio Mazzi.

Il disastroso fallimento del ’68 e della rivoluzione sessuale
(10/02/2013)
Le provocazioni di don Mazzi
Contrappose la fede alla religione e presentò Gesù come un eretico condannato perché contrario al sistema religioso. Arrivò a sostenere che i cardinali non avessero fede e che in Paradiso non ce ne fossero.
Si definì un prete anarchico e anticlericale. Descrisse la Chiesa come un’organizzazione burocratica, chiese la scomparsa del Vaticano e giudicò il celibato sacerdotale un gesto rituale capace di rendere la Chiesa inautentica.
Ancora nel 2024, ormai novantacinquenne, considerava insufficiente persino papa Francesco, al quale chiedeva maggiore coraggio nell’apertura alle donne, nell’eliminazione del celibato e nell’abolizione dei seminari.
Sarebbe facile mettere in fila queste espressioni e trasformarle in un catalogo di errori. Sarebbe anche un modo piuttosto povero per comprendere don Antonio.
Quelle frasi mostrano la grammatica di una stagione ecclesiale, quando l’autorità doveva continuamente dimostrare di non essere oppressiva. Chi contestava era già considerato più libero e vicino al Vangelo e il ribelle possedeva sempre una presunzione di innocenza.
«Era un vero prete, quello che dovrebbero fare tutti i preti», ha detto uno dei presenti ai funerali di don Antonio. La frase è comprensibile come espressione di gratitudine ma, in fondo, dice meno di don Antonio e molto di più della generazione che lo celebra.

I cattolici e il Sessantotto: tra ribellione e desiderio di autenticità
(22/04/2022)
Vagabondo o pellegrino?
Anche il canto al termine del funerale, nato in modo spontaneo, mi è sembrato significativo: Io vagabondo dei Nomadi.
Parlandone con don Peppino, coetaneo di don Antonio e uomo formato nella stessa stagione, mi sono sentito rispondere con semplicità: «È una bella canzone. Parla anche di Dio».
È vero. Dio viene nominato. Resta però «lassù», mentre al centro rimane il vagabondo, con la sua libertà inquieta e la strada trasformata in identità.
Forse nessuno aveva pensato di costruire un manifesto generazionale. Quando sono risuonate quelle note, quel manifesto si è scritto da solo.
Il vagabondo fa della strada la propria dimora definitiva. Il pellegrino attraversa la strada perché attende una patria.
La gratitudine non richiede l’amnesia. Il rispetto per un uomo morto non impedisce di giudicare le idee che hanno segnato un’epoca.
Forse arriverà un tempo in cui la ribellione smetterà di essere considerata una destinazione e l’uomo tornerà a domandarsi dove conduca la strada.
Quel giorno scopriremo che non siamo chiamati a rimanere vagabondi. Siamo pellegrini. Dio non è soltanto ciò che ci è rimasto lassù. È Colui che ci chiama e la patria verso la quale camminiamo.
Riposa in pace don Antonio.
Segui il blog dell’autore: Tra cuore e sapienza


















1 commenti a Don Antonio Mazzi, tra gli ultimi padri della generazione ribelle
“Quel giorno scopriremo che non siamo chiamati a rimanere vagabondi. Siamo pellegrini. Dio non è soltanto ciò che ci è rimasto lassù. È Colui che ci chiama e la patria verso la quale camminiamo”.
Sì, siamo pellegrini dell’assoluto.
L’immenso don Mazzi ha indicato la strada: grazie!