In God We Trust: la risposta americana all’ateismo sovietico
- Ultimissime
- 04 Lug 2026

Qual è la storia di “In God We Trust”, motto nazionale degli Stati Uniti? E perché c’entra l’ateismo di Stato dell’URSS.
“In God We Trust”: in Dio confidiamo.
E’ una frase altamente familiare per gli americani che oggi festeggiano i 250 anni dalla Dichiarazione di indipendenza, impressa sulle banconote e sulle monete che ogni giorno passano di mano in mano.
Pochi sanno che questa frase divenne ufficialmente il motto nazionale degli Stati Uniti soltanto nel 1956, nel pieno della Guerra Fredda. Ma perché?
La vera storia di “In God We Trust”
La sua storia è legata a un uomo poco conosciuto: Matthew Rothert, residente in una piccola cittadina dell’Arkansas e presidente dell’American Numismatic Association.
Nel 1953, Rothert iniziò una campagna di lettere, interventi pubblici e pressioni politichesi affinché anche le banconote americane, oltre le monete, riportassero un riferimento a Dio.
Il motto era infatti già presente sulle monete, l’ultim atto legislativo firmato da Abraham Lincoln prima dell’assassinio.
«Sembrava che il Signore mi dicesse di farlo. Vi ho lavorato fino al raggiungimento dell’obbiettivo», disse in un’intervista al National Enquirer nel 1987.
Si rese infatti che mentre le monete circolavano solo all’interno dei confini americani, la cartamoneta statunitense era diffusa in tutto il mondo. «Sembrava che gli americani dicessero di confidare in Dio solo per pochi centesimi!», esclamò.
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La risposta all’Unione Sovietica
L’iniziativa trovò terreno fertile in un contesto geopolitico particolare.
Negli anni Cinquanta gli Stati Uniti erano impegnati nello scontro ideologico con l’Unione Sovietica, che promuoveva ufficialmente l’ateismo di Stato.
In quel clima, gli americani considerarono il riferimento a Dio come un elemento identitario capace di distinguere il modello occidentale da quello comunista.
L’Enciclopedia Britannica spiega chiaramente che «“in God we trust” divenne il motto ufficiale per distinguere gli Stati Uniti dall’Unione Sovietica, considerata atea. In precedenza il motto non ufficiale era “E pluribus unum” (“da molti, uno”)».
Lo stesso presidente Dwight D. Eisenhower parlò della necessità di rafforzare le “armi spirituali” dell’America contro le ideologie avversarie.
Nel 1955 il Congresso approvò una legge che impose la presenza della scritta su tutta la valuta statunitense. L’anno successivo, Eisenhower firmò il provvedimento che trasformò “In God We Trust” nel motto ufficiale della nazione.
La frase comparve per la prima volta sulle banconote nel 1957.

Camera USA: «In God we trust» è motto nazionale (396 contro 9)
(04/11/2011)
I tentativi di abolirlo
Vi sono stati alcuni tentativi da parte di organizzazioni laiciste di cancellare il motto, giudicato contraddittorio per la separazione tra religione e Stato.
I tribunali statunitensi, tra cui la Corte Suprema nel 2011, ne hanno finora sempre confermato la legittimità costituzionale.
Colei che si spese di più contro “In God We Trust” fu Madalyn Murray O’Hair, fondatrice dell’“American Atheists“.
Recentemente abbiamo raccontato di lei, della macabra storia della sua associazione e della brutale fine a cui andò prematuramente incontro.

















6 commenti a In God We Trust: la risposta americana all’ateismo sovietico
Il ridicolo (e orribile) “ateismo di Stato”: proprio vero che il comunismo è l’oppio dei popoli.
Il vero oppio dei popoli è il consumismo imposto dagli americani, un consumismo che serve solo a distrarre la popolazione mentre si toglie loro i diritti. Il comunismo ha fornito istruzione e sanità gratuita a decine di milioni di persone, dato case ai senzatetto, sconfitto il nazismo e salvato l’ Europa, liberato i popoli africani dal colonialismo
Bruno, la tua analisi coglie un punto reale sul consumismo, ma credo trascuri il suo legame storico e filosofico con il marxismo. Come ha mostrato il filosofo Augusto Del Noce, la società dei consumi contemporanea non rappresenta tanto l’opposto del marxismo, quanto il suo esito paradossale.
Il marxismo ha contribuito a dissolvere l’orizzonte trascendente e l’idea di una verità oggettiva, riducendo progressivamente l’uomo alla dimensione economica e materiale. Quando è tramontata l’utopia rivoluzionaria, quel medesimo materialismo non è scomparso: ha semplicemente cambiato forma. Dalla rivoluzione si è passati al mercato, dalla dittatura del proletariato alla dittatura del desiderio.
In questo senso, il consumismo può essere letto come il materialismo sopravvissuto alla morte del comunismo: non promette più il paradiso collettivo, ma la soddisfazione individuale. Cambiano gli strumenti, non il presupposto antropologico.
Quanto ai presunti meriti sociali del comunismo, credo che la risposta più profonda resti quella di Aleksandr Solženicyn nel celebre Discorso di Harvard (1978). Egli osservò che né il materialismo collettivista dell’Est né quello edonista dell’Occidente sono in grado di salvare l’uomo, perché entrambi condividono la stessa radice: l’antropocentrismo, ossia la pretesa che l’uomo possa bastare a se stesso, senza alcun riferimento al Trascendente.
Per questo la vera alternativa non è scegliere tra il gulag e il centro commerciale. Sono due esiti diversi di una medesima riduzione dell’uomo. La vera alternativa è riscoprire una concezione della persona che non si esaurisca né nella produzione né nel consumo, ma ritrovi la propria origine e il proprio fine in Dio.
Il vero motto degli USA dovrebbe essere “In MONEY we trust”. Gli Stati Uniti non hanno nulla di cristiano, sono una nazione pagana, la cui religione di stato è il culto del denaro
Ma è proprio perché che sono amanti del denaro che sono cristiani: leggiti la parabola “I talenti” di Matteo 25 dove per amore del denaro si invita a servire un mafioso spudorato e dichiarato che ammette lui stesso la sua mafiosità, dove l’uso del denaro per beneficienza ai più bisognosi – la cosiddetta carità- diventa una impostura. E non per nulla il papa ha rimesso in funzione la veste ornata d’oro.
In GOLD we trust.