Aborto, vietarlo sui cani ma non sui bambini: il video che disturba

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Un esperimento sociale che mostra il doppio standard morale sull’aborto tra bambini e cuccioli di cane non ancora nati. Ecco il video.


 

Una classica contraddizione della nostra epoca.

Un video diventato virale sui social ha mostrato con sorprendente efficacia come l’amore per gli animali supera abbondantemente quello verso i bambini.

 

Firme contro l’aborto sui cani

Gli autori dell’esperimento sociale si avvicinano ai passanti chiedendo di firmare una petizione contro l’aborto dei cuccioli di cane.

Viene spiegato che, quando i canili sono sovraffollati, alcuni cuccioli vengono soppressi prima della nascita, descrivendo in termini crudi le procedure utilizzate. Si chiede una firma per dare loro una nuova casa piuttosto che ucciderli nel grembo materno.

Le reazioni sono quasi unanimi: indignazione, compassione e disponibilità a firmare immediatamente la petizione.

 


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Per i bambini le reazioni cambiano

Una volta ottenuta la firma, però, arriva il colpo di scena.

L’intervistatore rivela che lo stesso tipo di procedura viene praticato anche sugli esseri umani non ancora nati e chiede ai partecipanti se siano disposti a firmare una seconda petizione per difendere anche i bambini nel grembo materno.

A questo punto le persone si tirano indietro.

Le reazioni cambiano: alcuni rifiutano semplicemente di proseguire la conversazione, altri dicono che la scelta spetta esclusivamente alla donna. Indipendentemente se da ciò dipende la vita e la morte di un altro essere umano.

La difficoltà razionale di riconoscere una dignità oggettiva e indipendente dalle circostanze è palpabile e le sovrastrutture mentali generate da decenni di femminismo sembrano ancora avere il sopravvento.

 

Qui sotto il video (pubblicato sul nostro canale YouTube)

 

Autore

La Redazione

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2 commenti a Aborto, vietarlo sui cani ma non sui bambini: il video che disturba

  • Paolo ha detto:

    Il dramma spirituale dietro la contraddizione morale
    Questo esperimento sociale non è soltanto una curiosità psicologica. Rivela una contraddizione profonda della coscienza occidentale. Come è possibile che la soppressione di un cucciolo susciti un’immediata indignazione morale, mentre la soppressione di un essere umano nel grembo materno venga spesso interpretata come un diritto?

    Da una prospettiva di teologia della storia, questa non è semplicemente una trasformazione culturale, ma uno dei segni più eloquenti del dramma spirituale della nostra epoca. Il Concilio Vaticano II definisce l’aborto un nefandum crimen; oggi esso è stato progressivamente elevato a diritto civile. Per il credente, questa dinamica richiama inevitabilmente l’immagine del drago dell’Apocalisse che tenta di divorare il figlio della donna (Ap 12): il conflitto tra la cultura della vita e la cultura della morte attraversa la storia fino al suo compimento.

    Il cardinale Caffarra vedeva qui non un semplice errore politico o legislativo, ma il sintomo di una crisi molto più radicale. Riprendendo sant’Agostino, ne individuava la radice nella detorquatio voluntatis: la volontà umana che smette di fondarsi su Dio e cerca il proprio bene ultimo esclusivamente nell’ordine immanente. È ciò che san Paolo descrive come il «tenere schiava la verità nell’ingiustizia» (Rm 1,18).

    Per questo non siamo davanti a una crisi congiunturale, correggibile con qualche riforma. Siamo davanti a una crisi antropologica e spirituale. La questione decisiva non è soltanto quale legge una società approvi, ma quale idea dell’uomo e della sua dignità essa abbia ormai scelto di riconoscere.

    • Paolo ha risposto a Paolo:

      Se posso, aggiungo una seconda riflessione, stimolato dalla generosità e dalla competenza degli editori di UCCR, e mossa soprattutto anche dalla mia esperienza personale, poiché questo video conferma per deduzione altri due fatti fondamentali.

      Il primo, particolarmente doloroso, tocca la professione medica alla quale ho con convinzione dedicato la mia vita. Con l’introduzione della legislazione sull’aborto, la medicina è stata mutata nella sua stessa definizione: ha cessato di essere univocamente orientata alla salvaguardia e alla promozione della vita, per divenire anche strumento di morte. Non importa che singoli medici esercitino l’obiezione di coscienza; resta il fatto che la professione ha perso il suo statuto proprio.

      L’unica giustificazione addotta per questo cambiamento è di natura legale. Ciò equivale a dire che la medicina non possiede più una sua verità intrinseca, ma diviene ciò che il consenso maggioritario — ossia il potere della forza politica, non l’autorità della ragione — decide di volta in volta. Parlare di un’etica medica perde senso nel momento in cui non esistono più esigenze assolute, ma solo criteri di utilità sociale.

      Il secondo fatto deriva dal primo: non avendo una sua verità, la medicina viene concepita come una mera funzione sociale,perfettamente consona allo spirito hegeliano (per Hegel lo “spirito” era una realtà ambigua, demoniaca o divina, perchè Geist in tedesco è un sostantivo, e non si capisce mai cosa voglia dire Hegel), che informa incontrastata la nostra storia e filosofia politica occidentale, i cui scopi e prestazioni sono fissati inevitabilmente e logicamente dal potere politico stesso. La riflessione etica si trova così in un vicolo cieco: o viene giudicata obsoleta perché appiattita sul consenso, o diventa un discorso sul dover-essere privo di fondamento, o si limita a fotografare l’esistente, rivelandosi inutile.

      Di fronte a questo scenario e ai giovani intervistati nel video, si rimane pensosi e dolenti. Può l’uomo ignorare per sempre la verità su se stesso? Se ha potuto ignorare per millenni l’intima struttura della materia, non può fare altrettanto con la propria natura. Oggi, nel deserto creato dal vento bruciante di ideologie esiziali, l’uomo chiede con una nuova urgenza l’acqua della verità su se stesso. Vi è l’esigenza profonda di un sapere etico che sia realmente vero e conoscibile.