L’AGESCI sfila al Pride, tra uomini cani e bimbi trans
- Ultimissime
- 14 Giu 2026

I boy scout dell’AGESCI al Pride di Lecco, sforzandosi di far coincidere i valori cattolici con volgarità sessuali e disumanità.
Non si può dire che non siano stati coerenti.
La partecipazione dell’AGESCI (Associazione Guide e Scouts Cattolici Italiani) al Lecco Pride 2026 è arrivata poche settimane dopo la decisione di consegnare le redini educative anche ad attivisti LGBTQ+ e transgender.
AGESCI e gli educatori LGBTQ+
Ogni associazione fa ciò che vuole, ma se si tratta di un gruppo di boy scout che rivendica l’identità cattolica allora qualcosa che non torna.
Non a caso l’approvazione del documento su «identità di genere e orientamento sessuale e affettivo» ha suscitato forti perplessità nel mondo cattolico.
L’ex assistente ecclesiastico don Francesco Maria Fragiacomo a ha denunciato il «silenzio inspiegabile e imbarazzante dei vescovi italiani».

AGESCI, l’ex assistente ecclesiastico: «Silenzio inspiegabile dei vescovi»
(05/06/2026)
La questione, ci teniamo a ribadirlo, non riguarda l’accoglienza delle persone omosessuali.
Non è in discussione il rispetto dovuto a ogni persona, ma un conto è l’inclusione, un altro è assegnare un ruolo educativo di valori cattolici a persone che non li incarnano e, anzi, li tradiscono platealmente.
E ciò vale per chiunque rivendichi una morale contraria a quella cattolica, indipendentemente dal suo orientamento sessuale.

I boy scout al Pride
Lo stesso principio vale per la partecipazione di ieri dell’AGESCI al Pride.
Cosa c’entra l’accoglienza con la necessità di sfilare assieme ad un movimento politico-culturale che promuove rivendicazioni incompatibili con l’antropologia cristiana?
Il Lecco Pride 2026 è stato fin troppo sobrio rispetto agli standard di queste manifestazioni, verso cui anche numerose persone omosessuali provano crescente disagio e imbarazzo.
Ma anche ieri a Lecco, a fianco dei boy scout cattolici, non sono mancate esibizioni provocatorie, feticismi sessuali ostentati, strumentalizzazioni del disagio dei bambini trans (verso cui la comunità scientifica è sempre più critica), volgarità e “puppy play”, i cosiddetti “uomini cane”.
Scene umanamente degradanti a cui però l’AGESCI ha garantito pieno supporto.
Tra l’altro, nelle stesse ore, a Roma sfilava il popolo “pro-life”. La scelta verso quale manifestazione aderire è stata piuttosto chiara.
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Cosa c’entra l’accoglienza?
E’ davvero difficile comprendere quale coerenza vi sia tra tutto questo e i valori cattolici a cui l’Associazione Guide e Scouts Cattolici Italiani dice di aderire.
L’accoglienza è una virtù, ma se viene usata come giustificazione per aderire a simili eventi diventa evidentemente una maschera ideologico sotto la quale si consuma un chiaro tradimento dei propri ideali.


















11 commenti a L’AGESCI sfila al Pride, tra uomini cani e bimbi trans
Leggendo queste tre storie provvidenzialmente sincroniche – ossia la Messa del vescovo di Milano Mario Delpini in occasione del Pride nel quartiere della movida gay di venerdì scorso, Solennità del Sacro Cuore; l’intervista di Viviana Daloiso e Luciano Moia a Bruno Guerrasio e Giorgia Caleari su Avvenire, che rispondono alle critiche piovute sull’associazione dopo la pubblicazione del documento che di fatto consente a persone omosessuali e Lgbt di svolgere il ruolo di educatori; e infine i fatti di Lecco del presente articolo – mi torna in mente un’intuizione profetica del filosofo italiano Augusto Del Noce.Del Noce sosteneva che la grande rivoluzione dell’Occidente non ha trionfato, in ultima analisi, attraverso il marxismo. Il marxismo ha fallito politicamente. Eppure, ha avuto successo culturalmente, dissolvendo l’idea stessa di una verità oggettiva capace di giudicare la storia, la società e noi stessi.Ciò che lo ha sostituito non è una società della rivoluzione collettiva, ma una società della permanente auto-definizione.Ecco perché la questione sollevata dall’AGESCI è molto più profonda della domanda sull’omosessualità. La vera novità è l’assunto implicito secondo cui l’identità personale precede la verità e, pertanto, non può essere giudicata da alcun criterio antropologico oggettivo. L’educatore non è più primariamente il testigo di una verità ricevuta; diventa un compagno in un processo di auto-costruzione.La stessa logica emerge nella polemica sulla Messa celebrata durante il mese del Pride. Storicamente, la Chiesa accoglieva i peccatori perché credeva nella conversione. Oggi la tentazione è quella di accogliere le identità in quanto identità. Il focus si sposta sottilmente da ciò che l’uomo è chiamato a diventare a ciò che attualmente pretende di essere.E questo aiuta a spiegare un curioso paradosso.Il mondo moderno parla costantemente di liberazione, autonomia, autenticità e auto-espressione. Eppure, mai come ora gli individui sono stati così dipendenti dall’approvazione culturale, dalle narrazioni dei media, dalle strutture burocratiche, dal linguaggio terapeutico e dai sistemi tecnologici per convalidare le proprie identità.Il risultato è ciò che Del Noce aveva previsto decenni fa: l’ipertrofia del soggetto nella sfera dell’identità e l’atrofia del soggetto nella sfera della verità.All’uomo viene detto che possiede l’autorità sovrana di definire se stesso, il proprio corpo, le proprie relazioni e persino la propria natura. Eppure, al contempo, viene scoraggiato dal porsi le grandi domande metafisiche: Cos’è l’uomo? Cos’è la verità? Cos’è il bene? Chi è Dio?Diventa onnipotente nell’auto-definizione e impotente nella ricerca della realtà.Ecco perché il dibattito non riguarda fondamentalmente l’inclusione contro l’esclusione. Riguarda il fatto se la Chiesa creda ancora che gli esseri umani possiedano una natura che precede i loro desideri e un destino che trascende le loro auto-percezioni.Se dimentica questo, la Chiesa potrà continuare a parlare all’infinito di accoglienza, perdendo però gradualmente la capacità di spiegare dentro cosa l’umanità venga accolta.E questa sarebbe l’ironia più tragica di tutte.La Chiesa è stata fondata per convertire il mondo. Ora rischia di essere lodata precisamente nella misura in cui permette al mondo di convertire lei.Augusto Del Noce avvertiva che quando la trascendenza scompare, ogni filosofia della liberazione diventa alla fine una filosofia del conformismo. Guardando alla cultura occidentale contemporanea, ci si chiede se quella previsione non fosse non tanto un avvertimento, quanto una profezia.
Integrazione al mio commento precedente: dal marxismo all’algoritmo.
Se la profezia di Del Noce si è compiuta, è perché ha trovato il suo perfetto braccio tecnologico e strutturale. Oggi assistiamo al definitivo paradosso della modernità: l’ipertrofia del narcisismo privato unita alla totale sottomissione pubblica.
La riserva indiana del desiderio privato: La nuova sinistra internazionale promuove una sovranità assoluta (e illusoria) dell’individuo sui propri desideri e sulla propria auto-definizione.
L’intelletto unico, monolitico pubblico: La governance mondiale abdica alla ragione e si affida ciecamente ai modelli algoritmici e all’Intelligenza Artificiale.
È il ritorno in chiave tecnologica di un “nuovo averroismo“. Come nella filosofia averroista la ragione del singolo si annullava in un Intelletto Unico e collettivo, oggi l’uomo abdica alla ricerca della verità per delegarla all’Intelletto Separato della governance algoritmica. Alla super-struttura tecno-buroocratica spetta il monopolio della verità pubblica; all’individuo atomizzato viene lasciato il puro sfogo emotivo.Il risultato è una società del consumo anonima, infinitamente più irreligiosa di quella marxista. Il consumismo tecnologico non combatte la trascendenza: la rende semplicemente superflua.
A questo scenario si salda l’intuizione del bioeticista Leon Kass: nella società tecnocratica all’uomo è “permesso” di salire un gradino nell’ordine dei mezzi, mentre gli viene inesorabilmente abbassato il tetto dei fini e dei desideri.Abbiamo a disposizione una potenza bio-medica e algoritmica mai vista prima, ma siamo schiacciati su scopi puramente immanenti: il benessere biologico e l’autodefinizione emotiva. L’uomo moderno è educato a manipolare la propria esistenza (i mezzi), a patto di dimenticare perché esiste (i fini).
L’esempio della pillola abortiva EllaOne, sollevato di recente dal Prof. Mozzanega e citato sul palco della Manifestazione per la Vita di sabato scorso in piazza san Giovanni a Roma, è lo specchio di questo processo. Il dramma dell’aborto viene banalizzato ed esposto nelle parafarmacie dei supermercati. Il “diritto individuale” viene così totalmente assimilato e digerito dalle dinamiche di mercato. L’uomo moderno è reso onnipotente nello scaffale dei desideri, ma svuotato della sua stessa anima.
Eccezionale e mirabile il commento di Paolo.
A margine, su questa ennesima triste vicenda, si può ribadire solo una cosa, segnalata peraltro nell’articolo: il «silenzio inspiegabile e imbarazzante dei vescovi italiani».
E’ il silenzio complice e pauroso, proprio dei vigliacchi che hanno paura di dispiacere al mondo, e che dura da più di un decennio, che non dice una parola definitiva e chiarificatrice su una deriva indecente, mascherata da “accoglienza” (in tutto simile a quella tedesca dei cammini sinodali), con l’aggravante che ogni giorno di silenzio in più non fa che aumentare la convinzione che prima o poi la “dottrina” cambierà sotto la spinta della “pastorale”.
“Neppure io ti giudico” strombazzato ai quattro venti. “Va e non peccare più” censurato in tutte le forme.
E questi vescovi (e non solo loro) dovrebbero seguire l’esempio dei martiri (giova ricordare: significa “testimoni”)?
Molto più comodo il mutismo di convenienza.
Se invece c’è da parlar male dei “tradizionalisti” (qualunque cosa voglia dire), tutti in prima fila e in favore di telecamere, pronti a ricevere applausi.
Semplicemente indecenti. Loro e chi li guida, altrettanto muto.
Caro Sebastiano,
comprendo molto bene la tua amarezza. Sarebbe difficile per qualsiasi cattolico sinceramente legato alla Chiesa non provare dolore davanti a certe ambiguità, a certi silenzi e a certe omissioni.
Tuttavia, personalmente cerco di fermarmi un passo prima della critica ai Pastori. Non perché il problema non esista, ma perché temo che l’indignazione, pur partendo da motivazioni giuste, finisca facilmente per rubarci la pace del cuore.
In fondo, la crisi che vediamo oggi non nasce anzitutto nei vescovi, nei teologi o nelle istituzioni. Nasce nel cuore umano. Nasce ogni volta che preferiamo l’approvazione del mondo alla verità di Dio. E questo rischio riguarda tutti noi.
Forse la domanda più decisiva non è: “Perché alcuni pastori tacciono?”, ma: “Io sono disposto a testimoniare la verità con carità e senza paura?”
I santi hanno vissuto epoche ben peggiori della nostra. Molti di loro hanno sofferto per colpa di uomini di Chiesa, eppure non hanno lasciato che l’amarezza diventasse il centro della loro vita spirituale. Hanno continuato a guardare a Cristo.
Mi viene spesso in mente una semplice osservazione di Peter Kreeft: il mondo non viene cambiato principalmente da persone che denunciano il buio, ma da persone che accendono una luce.
Il Sacro Cuore di Gesù ( anche se a me piace personalmente vederLo insieme a quello Immacolato di Maria e quello castissimo di San Giuseppe: la Trinità terrestre!) ci chiede proprio questo: non soltanto di deplorare gli errori, ma di diventare noi stessi una piccola, povera forse fiamma di verità, di fedeltà e di riparazione.
I problemi della Chiesa sono grandi, tanto grandi e profondi. Ma il Cuore di Cristo è più grande, alleluia!
Il tuo discorso ha senso fino all’ultima parte.
Cosa voglia dire tradizionalisti lo sappiamo tutti bene. Ed è un problema altrettanto grave quanto l’agesci al Gay Pride.
Non nascondiamo le cose che non ci convengono: la Chiesa è una, i partiti non devono esistere.
Ah sì? E cosa vuol dire? E sei sicuro che sia “altrettanto grave”?
Prima che inizi a darmi del sedevacantista o di lefebvrista o di qualunque altro “ista”, ti informo che non sto affatto dalla loro parte. Solo che è piuttosto strano che per dare addosso alla FSSPX et similia sono tutti belli ringalluzziti, per denunciare la deriva dottrinale (altrettanto e forse più scismatico-eretica) tutti afoni. Miserie umane.
I partiti non devono esistere, certo. A cominciare da quello del mainstream progressista-salottiero, che pretende di entrare a far parte della Chiesa decidendo quali regole accettare e quali rifiutare.
Infatti io ti ho detto che la prima parte del messaggio la condivido. Per me però non devono esistere né tradizionalisti né progressisti. Invece mi pare che tu facilmente prendi le difese di una parte, pur condannando giustamente l’altra.
A loro giustificazione (si fa per dire), che a Roma sfilasse il popolo pro-life probabilmente non lo sapevano, visto che la notizia è stata taciuta da tutti i media.
Ma pensa che jella, si vede che avevano il cellulare con la batteria scarica…
Paolo, hai ragione, naturalmente. Ma è difficile osservare senza indignazione la gran parte dei Pastori che, anziché custodire il gregge loro affidato, stanno facendo comunella con i lupi o, nella migliore delle ipotesi, stanno zitti anziché suonare l’allarme.
Chi di noi vorrebbe alzare la voce si sente indifeso (e deriso: “ma se neanche il tuo vescovo ha nulla da dire, che cosa pretendi?”).
Gesù Cristo è la vera difesa, certamente. Ma anche Lui è sempre di più relegato in un cantuccio, quasi fosse un inciampo nel cammino del dialogo a tutti i costi (il vero mantra di questi tempi). Al punto che un parroco, i giorni scorsi, parlando della “comunanza” con l’Islam ha osato affermare (e non è stato neanche ripreso) che in fondo “adoriamo lo stesso Dio, ciò che ci differenzia sono le tradizioni”.
Grazie di nuovo, comunque
Caro Sebastiano,
capisco perfettamente e dolorosamente il tuo senso di solitudine. Forse è proprio questa la sofferenza più grande: sentirsi dire dal mondo che siamo “più realisti del re” perché difendiamo verità che talvolta persino coloro che dovrebbero custodirle sembrano riluttanti a proclamare con chiarezza.
L’episodio che racconti sul parroco è significativo. Quando l’Incarnazione, la Croce e la Resurrezione diventano dettagli secondari, la fede rischia di ridursi a una questione di tradizioni, sensibilità o dialogo. Ma Cristo non è un dettaglio. È il centro.
Eppure, proprio nei momenti come questi, una grande verità della storia della Chiesa può ridarci coraggio: la Chiesa appartiene a Cristo prima che ai suoi ministri.
Non sarebbe la prima volta che molti pastori si mostrano esitanti. Durante la crisi ariana, gran parte dell’episcopato vacillò o tacque. Eppure la fede cattolica sopravvisse grazie a pochi vescovi coraggiosi, a molti sacerdoti fedeli e anche a tanti semplici laici che rimasero saldi.
Per questo, quando qualcuno ci dice: “Se neanche il tuo vescovo parla, chi sei tu per parlare?”, la risposta non dovrebbe essere la rabbia, ma la serenità della testimonianza. Nel Battesimo anche noi abbiamo ricevuto la chiamata a confessare la verità, sempre con carità e senza spirito di ribellione.
Mi ha sempre colpito un consiglio attribuito a san Pio X: per rinnovare una diocesi non servono anzitutto nuove strutture o nuovi programmi, ma pochi laici veramente convinti, virtuosi e innamorati di Cristo.
Forse oggi il Signore ci chiede proprio questo: rimanere fedeli alla Chiesa anche quando soffriamo a causa delle debolezze presenti nella Chiesa, senza perdere né la verità né la pace.
Ti accompagno volentieri nella preghiera.
Ave Maria!