Prevost difese Benedetto XVI dopo il discorso di Ratisbona
- Ultimissime
- 05 Mag 2026

Riemerge il testo con cui l’allora provinciale agostiniano Prevost difese Benedetto XVI dalle accuse a seguito del discorso di Ratisbona. Ecco cosa disse.
Torniamo al settembre 2006.
Benedetto XVI tenne all’Università di Ratisbona una storica lectio magistralis sul rapporto tra fede e ragione.
A scatenare la bufera internazionale fu la citazione di un imperatore bizantino del XIV secolo, Manuele II Paleologo, che associava la diffusione dell’islam alla violenza.
In mezzo al furore della polemica, l’allora priore provinciale Prevost si erse in difesa del suo futuro predecessore. Lo si è scoperto ieri quando è riemerso un suo intervento dell’epoca.
Cosa disse Ratzinger a Ratisbona
Innanzitutto va precisato che Papa Ratzinger intendeva comunicare che Dio agisce secondo ragione, perciò la violenza religiosa è contraria alla natura stessa di Dio.
La citazione che usò non rappresentava il suo pensiero personale sull’Islam, serviva come punto di partenza per una riflessione più ampia sul rifiuto della conversione forzata e sull’incompatibilità tra fede e coercizione.
Benedetto XVI stesso precisò in seguito di non condividere la critica radicale dell’imperatore all’Islam, ma di voler piuttosto richiamare l’attenzione dei suoi ascoltatori unicamente sul legame tra fede e ragione.
Estratta dal contesto e rilanciata dai media internazionali, la frase provocò ugualmente proteste nel mondo musulmano, tensioni diplomatiche e persino minacce terroristiche contro il Papa.
Resta aggiornato iscrivendoti ai nostri nuovi canali:
Come Prevost difese Benedetto XVI
Dopo solo due settimane, Robert Francis Prevost, allora superiore generale degli agostiniani, difese pubblicamente Benedetto XVI durante una conferenza tenuta a Brno (Repubblica Ceca), il 25 settembre 2006.
Il testo è riemerso all’interno di un libro non ancora pubblicato che raccoglie i contributi dell’attuale Pontefice dal 2001 al 2013. Si intitola: “Liberi sotto la grazia. Alla scuola di Sant’Agostino di fronte alle sfide della storia“ (Libreria Editrice Vaticana 2026).
Ieri è stata consegnata a Papa Leone la prima copia.

“Senza Dio nessun dialogo tra culture”
Nel suo discorso, Prevost affermò: «Sappiamo tutti cosa è successo dopo il discorso» di Papa Ratzinger. «A causa di una citazione estrapolata dal contesto – tralasciando la questione se fosse opportuna o meno – sono scoppiate proteste nel mondo islamico».
Dopo aver descritto le polemiche, l’agostiniano proseguì osservando che pochi avevano colto il punto centrale del discorso di Benedetto XVI.
Ovvero che «se l’Occidente non trova più una concezione di Dio, non può impegnarsi in alcun dialogo fecondo con le altre grandi culture del mondo, che hanno una profonda comprensione religiosa della realtà. E l’Islam è, naturalmente, tra queste culture».
«L’intero discorso», spiegò il futuro successore di Ratzinger, «ruota attorno a questa idea».
I frutti dimenticati di Ratisbona
Il discorso di Ratisbona è rimasto uno dei testi più controversi del pontificato ratzingeriano, usato addirittura da diversi docenti italiani per negare la sua presenza all’Università La Sapienza di Roma.
Nel tempo, però, numerosi studiosi e osservatori ne hanno rivalutato la portata culturale e teologica e ciò che molti dimenticano è che paradossalmente, proprio la crisi diplomatica seguita al discorso, contribuì ad aprire nuove forme di dialogo islamo-cristiano.
Ben 38 studiosi musulmani, infatti, scrissero una lettera aperta al Papa nella quale pur contestando alcuni punti, riconobbero anche l’importanza di un dialogo fondato su fede e ragione.
Nel 2007 arrivò il documento “Common Word Between Us and You”, firmato da 138 intellettuali islamici e indirizzato a tutti i principali responsabili delle Chiese cristiane.
Il testo ricordava che cristiani e musulmani condividono due comandamenti fondamentali, l’amore per Dio e l’amore per il prossimo. Secondo gli autori, proprio questa base comune avrebbe potuto diventare il fondamento di una convivenza pacifica.
Dal mondo cristiano arrivarono risposte positive da numerose istituzioni accademiche e religiose, tra cui la Yale Divinity School, che promosse una replica firmata da oltre 300 studiosi cristiani.
Il documento islamico rimane uno dei più importanti tentativi di dialogo nato per iniziativa musulmana, scaturito proprio dalla crisi provocata dal discorso di Ratisbona.


















4 commenti a Prevost difese Benedetto XVI dopo il discorso di Ratisbona
Solo a margine di quanto opportunamente ben evidenziato nell’articolo, l’intervento di padre Prevost consente di riportare con esattezza il discorso di Benedetto XVI al suo centro propriamente teoretico: la questione di Dio quale condizione trascendentale della possibilità di un autentico dialogo tra le culture. Non si tratta, infatti, di un presupposto meramente confessionale, ma della struttura intelligibile entro cui le grandi tradizioni religiose articolano il rapporto tra logos, verità e realtà. Un Occidente che abdichi a tale orizzonte non semplicemente perde un contenuto, ma si priva della forma stessa del discorso razionale capace di interloquire con mondi culturali nei quali il riferimento al divino permane costitutivo.
Amo richiamarmi al pensiero lucido e appassionato del cardinale Caffarra e che consente di operare un approfondimento di ordine propriamente metafisico, portando alla luce il fondamento ontologico di tale condizione dialogica. Se, infatti, l’uomo si impone all’esperienza come portatore di una irriducibile “diversità-superiorità” rispetto all’ordine del mero dato naturale, la domanda circa il principio di tale eccedenza non può che rinviare a un fondamento che trascende l’orizzonte immanente. È precisamente in questa direzione che si situa l’affermazione secondo cui ogni uomo è pensato e voluto da Dio: non come momento generico di una causalità indistinta, ma come termine di un atto creativo che lo costituisce nella sua irripetibile singolarità personale.
Ne consegue che la dignità della persona non si radica primariamente in una autocomprensione soggettiva né in una costruzione intersoggettiva, ma in un atto originario che precede ogni possibile auto- o etero-riconoscimento. In tal senso, il riferimento a Dio si rivela non come un contenuto aggiuntivo, bensì come la condizione ontologica di possibilità del riconoscimento stesso della persona in quanto tale.
È precisamente su questo livello che può essere colta, analogicamente, una possibile convergenza tra le grandi fedi monoteiste: non già nell’univocità delle loro determinazioni teologiche — le quali restano irriducibili — bensì nel comune riferimento a un fondamento trascendente dell’umano. Tale riferimento, pur declinato secondo forme dottrinali differenti, rende pensabile quella collaborazione tra religioni che lo stesso discorso di Ratisbona presupponeva come esito possibile di un rinnovato rapporto tra ragione e fede.
La collaborazione tra le religioni appare meno come il prodotto di una strategia storica e più come il dispiegarsi, sul piano storico-culturale, di una possibilità iscritta nella stessa costituzione ontologica dell’uomo: non una sintesi conciliativa che elida le differenze, ma il riconoscimento di un fondamento che, proprio in quanto precedente, rende possibile un dialogo al tempo stesso rigoroso e non riduttivo.
In realtà fu anche tutto il mondo del mainstream sinistrese a urlare contro Papa Benedetto XVI, e più di qualche intello’ arrivò a chiedere al Papa di scusarsi (il quale non si scusò affatto ma precisò di essere stato frainteso, ma i giornaloni titolarono con le “scuse” di Benedetto).
Oggi dopo tanti anni (e più di migliaia di mattanze) certe domande rimangono ancora senza risposte:
«Possono i musulmani trovare, all’interno delle loro risorse intellettuali e spirituali, argomenti islamici a favore della tolleranza religiosa (inclusa la tolleranza verso coloro che si convertono ad altre fedi)?»
«Possono i musulmani trovare, sempre all’interno delle loro risorse intellettuali e spirituali, argomenti islamici per distinguere tra autorità religiosa e politica in uno Stato giusto?»
Non è perché sia difficile rispondere, è perché è scomodo.
La risposta ad entrambe le domande è: si!
Ci sono tantissimi musulmani che aiutano i cristiani a sopravvivere, che gli aiutano a ricostruire le chiese distrutte dai terroristi, che vivono con loro in pace. Molte di queste notizie le trovi anche su internet se cerchi bene. Quindi è possibile ma non facile (per loro).
Ma che significa? Cosa c’entrano i “tantissimi musulmani che aiutano i cristiani a sopravvivere” (e trascurando il fatto che ce ne sono forse molti di più che aiutano i cristiani a tirare le cuoia)?
Si intendeva rivolgere le domande alle guide dell’islam. Che infatti si sono immusonite e hanno chiesto le “scuse”.
Ma l’islam non ha (né prima né ora) mai risolto queste due questioni.