Mons. Gänswein smantella miti e bugie su Ratzinger e Bergoglio
- Ultimissime
- 21 Apr 2026

Il segretario personale toglie le incrostazioni mitologiche dalla memoria di Benedetto XVI. L’intervista a mons. Gänswein: “Un Papa solo, l’altro era emerito”
Ogni volta che parla mons. Georg Gänswein qualcuno soffre di mal di pancia.
L’amato segretario personale di Benedetto XVI è infatti l’ostacolo insormontabile su cui si infrangono complottismi e dietrologie di chi da anni costruisce narrazioni fantasiose attorno alle dimissioni del papa tedesco.
L’intervista concessa ieri a Ezio Mauro su “Repubblica” sui rapporti tra Benedetto XVI e Papa Francesco è l’ennesimo esempio chiarificatore.
L’occasione è il primo anniversario della morte di Papa Francesco, il 21 aprile scorso. Esattamente un anno fa.

Gänswein: “Solo un Papa, l’altro era emerito”
«C’era uno solo Papa», precisa subito Gänswein, correggendo la definizione sbrigativa dell’intervistatore di «due Papi» con «medesimi abiti bianchi».
Questa frase è stata ripetuta più volte dallo stesso Ratzinger quando tentava di contrastare con le ultime forze le teorie cospiratorie che iniziavano a circolare sull’invalidità delle sue dimissioni.
«Non ci sono due Papi. Il Papa è uno solo», disse Ratzinger nel 2021 al “Corriere della Sera”, lamentandosi di «alcuni miei amici un po’ “fanatici” che sono ancora arrabbiati e non hanno voluto accettare la mia scelta».
Si riferiva a qualche cardinale (il tedesco Brandmüller, in particolare) che lo aveva pubblicamente criticato per la sua rinuncia.
Purtroppo anche questo ovvio chiarimento fu strumentalizzato e usato per sostenere, addirittura, che Benedetto XVI intendesse riferirsi a se stesso.
Antonio Socci, primo sostenitore dell’invalidità delle dimissioni (poi cambiò idea), scrisse infatti che «sarebbe stato uno scoop se Joseph Ratzinger, oltre a ripetere “il papa è uno”, avesse anche fatto il nome». Secondo lui Benedetto XVI avrebbe dovuto aggiungere «questa semplice frasetta: c’è un solo papa ed è Francesco, mentre io non sono più papa».
La tesi è stata poi copiata e riciclata dai vari epigoni di Socci e ancora oggi rimbalza in rete.
Il segretario particolare di Ratzinger visse al suo fianco durante il periodo delle manipolazioni del suo pensiero ed è perfettamente al corrente di tutto. Si è perfino esposto a tal punto da definire «elucubrazione personale sulla scia di Dan Brown»1G. Ganswein, “Nient’altro che la verità. La mia vita al fianco di Benedetto XVI”, Piemme 2023, p. 218 la tesi sulla falsa abdicazione.
Ecco perché ieri ha voluto aggiungere un’ovvietà quasi ridicola, ma evidentemente necessaria:
«C’era uno solo Papa. L’altro veniva comunque chiamato Papa, ma era in realtà il Papa emerito. Questa è una grande differenza. Capisco l’effetto ottico, le due immagini con l’abito bianco. Però Benedetto ha lasciato la ‘pellegrina’, ha posato anche la fascia e ha cambiato il colore delle scarpe, per marcare la differenza. Ma certo c’era una convivenza inedita tra un Papa regnante e un Papa emerito, come Benedetto ha voluto essere chiamato. L’ha scelto lui»
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E i canonisti autodidatti?
Di fronte a queste parole chi diranno i canonisti autodidatti? Come rivolteranno o interpreteranno le parole di Gänswein per far sopravvivere le loro tesi?
Non c’è più spazio per “codici Ratzinger”, processi alle intenzioni e ricorsi in Vaticano per accertare le dimissioni.
Ricordiamo tra l’altro l’uscita un anno fa del testo inedito di Benedetto XVI con cui tentò, per l’ennesima volta, di difendersi dai suoi sedicenti ammiratori:
«Dire che nella mia rinuncia avrei lasciato “solo l’esercizio del ministero e non anche il munus” è contrario alla chiara dottrina dogmatica-canonica […]. Se alcuni giornalisti parlano “di scisma strisciante” non meritano nessuna attenzione».
Altri miti demoliti da Gänswein
Mons. Gänswein ha demolito anche altri miti.
Chi meglio di lui, che accompagnò quotidianamente Benedetto XVI fino al giorno della morte?
Innanzitutto la falsità delle motivazioni che avrebbero portato alle dimissioni: «Non c’entra né Vatileaks, né le cosiddette cordate omosessuali, o altro. La rinuncia era frutto di una profonda riflessione, di una forte preghiera: il Papa ha rivolto la domanda alla sua coscienza e poi ha deciso».
Per quanto riguarda il rapporto tra Benedetto e Francesco, l’arcivescovo tedesco racconta la volontà del papa argentino di incontrare subito il predecessore, una volta eletto. E il grande rispetto per lui, tanto da insistere per dargli sempre la precedenza quando si muovevano assieme in Vaticano.
Si passa poi alla scelta di Ratzinger di vivere dentro a San Pietro.
«Voleva rimanere nel recinto di San Pietro», spiega Gänswein. «Io una volta, quand’era ancora regnante, gli ho domandato: “Santo Padre, dove andremo? Dove vuole vivere? Castel Gandolfo? I Giardini Vaticani”? “No, nel piccolo monastero Mater Ecclesiae”».
Come mai? «Aveva già scelto, gli piaceva quel luogo, che gli consentiva di essere dentro ma distante, appartato. Era il posto giusto». E poi permetteva a Francesco di visitarlo frequentemente, portandogli dolci e facendo in modo che «crescesse una confidenza» tra i due, spiega l’ex segretario particolare.
La prefazione al libro di Sarah
Ezio Mauro domanda all’arcivescovo dei momenti più critici, quello relativo alla prefazione di Ratzinger al libro del card. Sarah sul celibato sacerdotale, mentre il Sinodo per l’Amazzonia discuteva del tema.
Anche qui Georg Gänswein tiene a chiarire:
«Devo un po’ correggerla. Papa Benedetto non ha scritto una prefazione ad un libro del cardinale Sarah. Egli ha informato Papa Benedetto che stava scrivendo un libro e ha chiesto se aveva qualche osservazione non sul celibato, ma sul sacerdozio. Benedetto ha scritto una trentina di pagine e le ha mandate al cardinale. Dunque non è stato mai scritto un libro a quattro mani, anche se alcuni hanno dedotto che il cardinale Sarah e lo stesso Benedetto con questo libro volevano pressare Papa Francesco riguardo alla questione del celibato. Questa intenzione certamente non c’è mai stata, né da parte del cardinale né tantomeno da parte di Papa Benedetto».
Ratzinger e i critici di Bergoglio
E’ falso anche che il Papa emerito fosse divenuto il punto di riferimento dei conservatori critici di Bergoglio.
«Si è esagerato fortemente il dato reale», precisa Gänswein, «quasi ci fosse una vera e propria processione al monastero Mater Ecclesiae. Questo non è vero».
La realtà è che «ci sono state alcune osservazioni sul comportamento e sulle scelte di Francesco, ma è una cosa molto normale commentare una decisione del Papa, non è di per sé proibito».
Certamente «non è vero che Benedetto è diventato un po’ il confessore per tutta quell’ala che lei ha chiamato conservatrice. Questo non mi risulta».
Benedetto XVI e la Messa in latino
Nell’intervista c’è un breve accenno anche a “Traditionis Custodes”.
Si intende la decisione del 16 luglio 2021 che limitò la celebrazione della Messa tridentina affidando l’autorizzazione ai singoli vescovi. Ecco, spiega mons. Gänswein, «Benedetto non ha mai commentato il motu proprio “Traditionis custodes” di Papa Francesco».
Le criticità tra i due, anche su questo aspetto, vengono ricollocate in un quadro molto meno conflittuale di quanto si racconti.
Però, aggiunge: «Nel mio libro ho scritto che quando abbiamo letto l’Osservatore Romano il cuore di Benedetto è diventato pesante. Questo è vero: ma lo dico io, non lui».
Tuttavia, tiene ulteriormente a precisare che, al di là delle differenze -che non è una cosa cattiva»-, sia Benedetto che Francesco «erano testimoni della risurrezione del Signore». Questo è l’aspetto più rilevante e che gli accomunava.
Il “marchio” di collaboratore di Ratzinger
Per quanto riguarda invece il suo rapporto con Francesco, l’attuale nunzio apostolico chiarisce questa frase pronunciata in passato: “Come collaboratore di Ratzinger, evidentemente mi porto addosso un marchio di Caino“.
Oggi spiega: «Questo io l’ho detto in generale, non in riferimento a Papa Francesco. E’ chiaro che il personaggio di Joseph Ratzinger suscitava amici e nemici, diciamo così. E dato che io sono stato per tantissimi anni suo collaboratore molto stretto, questo marchio mi è rimasto addosso. E può darsi che lo stesso Papa Francesco lo abbia percepito».
L’intervista e le incrostazioni mitologiche
L’intervista al segretario particolare di Benedetto XVI restituisce un’immagine concreta e non ideologica del rapporto tra i due Papi.
Ma soprattutto ridimensiona le narrazioni ricorrenti, sconfessa le bugie e ripulisce la memoria di Benedetto dalle incrostazioni mitologiche che gli vengono ancora oggi addossate.


















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