San Paolo: le donne tacciano in assemblea. Lo disse davvero?

San Paolo le donne tacciano

La studiosa Robin Walsh e tre soluzioni alle parole di Paolo: “Le donne tacciano nelle assemblee”. Frase che contrasta con l’insegnamento paolino.


 

Più volte ci siamo occupati della famosa esortazione di San Paolo: «Le donne tacciano nelle assemblee, perché non è loro permesso parlare».

E’ uno dei testi più dibattuti e difficili del Nuovo Testamento, contenuto nella Prima Lettera ai Corinzi (cap. 14,34-36).

Gli studiosi non si capacitano di fronte a queste parole perché sembrano contrastare direttamente altri insegnamenti paolini e le evidenze stesse della vita della Chiesa primitiva.

Nella stessa Lettera, Paolo riconosce ad esempio che le donne pregano e profetizzano in chiesa (1 Corinzi 11,5), il che renderebbe incoerente l’interpretazione più rigida del silenzio totale.

 

La studiosa scettica si occupa di San Paolo

L’ultima ad essersi occupata della questione è la studiosa Robin Walsh, associata di Nuovo Testamento presso l’Università di Miami.

Di lei abbiamo già parlato in passato, sottolineando il fatto che pur avendo un approccio scettico verso le fonti cristiane dimostra ottime doti divulgative.

Walsh si dimostra dubbiosa sul fatto che Paolo abbia davvero pronunciato quelle parole perché «presenta una visione più egualitaria ed è generalmente inclusivo nei confronti delle donne, le menziona come aventi ruoli nella chiesa. Sembra strano che improvvisamente dica che devono tacere».

Allora come spiegare il passo? La studiosa propone tre soluzioni.


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1) Un ammonimento legittimo?

Innanzitutto, Walsh osserva che il capitolo in cui è contenuto il passo controverso di Paolo di Tarso verso le donne si focalizza sulla gestione dell’ordine nella liturgia. L’apostolo discute di doni spirituali come la profezia e le lingue, e insiste affinché ogni cosa avvenga in modo decente e ordinato.

Se ricordiamo che nella cultura greco-romana l’assemblea come luogo vocale e pubblico era dominata da uomini, la studiosa spiega che non dovremmo sorprenderci che le donne potessero farsi immediatamente notare interrompendo o parlando fuori turno e Paolo avrebbe potuto reagire proprio a quel problema di ordine, non a una dottrina permanente sulla loro presenza.

«Forse», afferma Robin Walsh, «Paolo sta dicendo che, in questa specifica situazione, se alcune donne stavano cercando uno status attraverso il parlare in lingue, avrebbero dovuto semplicemente calmarsi, nel senso di ridimensionare quell’attività frenetica».

 

2) Il brano non è autentico?

La seconda soluzione è quella abbracciata da molti altri studiosi e di cui abbiamo già parlato in un altro articolo.

Il passo probabilmente non è autentico e si tratterebbe di un’interpolazione da parte dei copisti.

«Qualcuno, in un contesto successivo (ad esempio nel II secolo)», afferma la studiosa americana, «avrebbe inserito queste righe nelle lettere di Paolo per affrontare una situazione nella propria comunità, magari con l’intento di ridimensionare l’autorità delle donne». Si sarebbe usata l’autorità di San Paolo attribuendogli un comando che non era suo.

Sul piano testuale, molti studiosi osservano che alcuni manoscritti antichi spostano questi versetti alla fine del capitolo, segno tipico di glossature o interpolazioni.

 

3) Un passaggio spostato o mal compreso?

La terza soluzione è che alcune parti del testo potrebbero essere autentiche, ma altre mal comprese o spostate nel testo.

In conclusione Robin Walsh opta per la prima soluzione, pur non negando la possibilità che «il testo abbia subito modifiche o spostamenti».

 

In definitiva, la questione resta oggetto di dibattito accademico e teologico.

Alcuni vedono in 1 Corinzi 14,34-36 un riflesso delle norme culturali del tempo, altri una soluzione pragmatica a un problema locale, altri ancora ritengono che il testo, o parte di esso, possa non essere originale di Paolo.

Quel che è certo è che, il corpus paolino, come ricordò il celebre studioso Romano Penna, nel suo insieme non presenta affatto una negazione della partecipazione femminile alla vita ecclesiale.

Autore

La Redazione

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4 commenti a San Paolo: le donne tacciano in assemblea. Lo disse davvero?

  • Theophilus Italicus ha detto:

    Stimati redattori di UCCR,
    Ho sempre apprezzato i vostri contenuti per la loro qualità ed esattezza. Questo mio apprezzamento mi conduce a scrivere un commento a questo articolo.
    Iniziamo dal passo in questione. Si tratta di un passo autentico (onestamente, non mi piace che se ne metta in dubbio l’autenticità) e non deve essere interpretato come espressione di un dato culturale (come, del resto, i versetti sulla sottomissione muliebre [1]). A dirlo è la stessa Chiesa:

    “Nondimeno, il divieto fatto da Paolo alle donne di « parlare » nell’assemblea (cfr. 1 Cor 14, 34-35; 1 Tm 2, 12) è di natura differente. E gli esegeti ne precisano il senso così: l’Apostolo non s’oppone per nulla al diritto, che riconosce peraltro alle donne, di profetizzare nell’assemblea (cfr. 1 Cor 11, 5); la proibizione riguarda unicamente la funzione ufficiale d’insegnare nell’assemblea cristiana. Una tale prescrizione, per San Paolo, è legata al piano divino della creazione (cfr. 1 Cor 11, 7; Gen 2, 18-24); difficilmente vi si potrebbe vedere l’espressione di un dato culturale.” (DICHIARAZIONE CIRCA LA QUESTIONE DELL’AMMISSIONE DELLE DONNE AL SACERDOZIO MINISTERIALE).

    Inoltre, mi permetto di mettere in dubbio la seguente proposizione della docente: “San Paolo offre una visione più egualitaria.” Se per “egualitarismo” s’intende dire che sia il maschio, sia la femmina, essendo entrambi uomo (“homo”), creati ad immagine e somiglianza di Dio, sono dotati di uguale dignità, la quale proviene dalla loro natura razionale, allora non ci sono problemi. Questo, oltre ad essere ribadito dal Magistero posteriore al Concilio Ecumenico Vaticano Secondo [2], è insegnato anche dai precedenti pontefici (e.g. Pio XII e Pio XI), i Dottori della Chiesa (e.g. san Tommaso d’Aquino), i Padri della Chiesa (e.g. san Giovanni Crisostomo) e le stesse Sacre Scritture (Gal 3:28).
    Se, invece, “egualitarismo” significa che uomo e donna sono uguali non solo nella dignità, ma anche nei ruoli, allora la proposizione è problematica.
    Detto questo, auguro Loro una serena Settimana Santa.
    Il Signore dia Loro pace,

    Theophilus Italicus

    Note: [1] Che il verso “[m]ulieres viris suis subditae sint, sicut Domino” non sia il frutto di un’espressione culturale lo ribadisce, oltre la Tradizione della Chiesa, anche un “recente” intervento di Papa Pio XII (https://www.catholicculture.org/commentary/orthodox-reading-mutual-subjection-in-marriage/).
    [2] Uso il Concilio Ecumenico Vaticano Secondo come punto di riferimento per dimostrare che la Chiesa non è cambiata dopo tale evento.

  • Biagio ha detto:

    A me da molto fastidio perchè falso e illogico, il fatto che questi “nuovi studiosi” tornino a ribadire robe vecchie di secoli, col vantaggio della facilità divulgativa data dai social, oggi si appropriano di dubbi sollevati praticamente da sempre…
    Data la facilità odierna di studiare mediante il web, sarebbe necessario almeno che i divulgatori o studiosi mettano bocca in una controversia solo quando possono offrire una soluzione che almeno loro stessi sottoscrivono, a costo della loro “fama”. Troppo facile continuare a buttare dubbi (vecchissimi) facendosi passare per chissà quale studioso, ma poi non avere coraggio di trarre delle conclusioni. è un comportamento molto furbo e vigliacco, volto in fin dei conti solo a farsi appunto una fama. Andate a prendervi uno dei migliaia di libri si esegeti biblica disponibile ovunque e vedrete quante possibili ipotesi di interpolazioni gli studiosi hanno posto da anni e anni…

  • positrone ha detto:

    Non ho mai capito perchè è così difficile capire che il sacerdozio solo maschile nono solo non è discriminatorio ma è addirittura riparativo. Oltre che per innumerevoli altre ragioni l’uomo, in questo caso umano di sesso maschile ha un problema naturale invincibile, non potrà mai generare la vita materiale e a me sembra piuttosto logico che Dio compensi questa mancanza con la possibilità dell’uomo di dare la vita spirituale o quanto meno “gestarla” in un certo senso. Il potere delle donne nella società, ancor più quella attuale, è enorme avendo diritto di vita e di morte sul nascituro e l’uomo, il maschio invece?
    Non è una questione di rivendicazioni sia chiaro ma è una visione abbastanza semplice, alle donne il ruolo di generare il nascituro agli uomini (in tal senso maschili) il compito, il ruolo di esempio (che è un ruolo pesante) e di guida (sebbene la pedagogia morale e dottrinale è stata forgiata anche con il contributo femminile come quelle di Teresa d’Avila, Caterina da Siena, Teresa di Lisieux e Ildegarda di Bingen dottoresse della Chiesa oltre che dalle numerosissime Sante). Dalle mie parti si dice che il setaccio deve fare avanti ed indietro per funzionare e non si possono chiedere ruoli paritari senza tenere conto anche delle che pur ci sono…
    Peraltro manifestazioni per l’accesso delle donne alla professione di muratori non ne vedo in giro e non perchè una donna non potrebbe tirare su un muro ma perchè li entra in gioco anche il piano fisico (checchè ne dicano certe federazioni sportive).
    La donna non è solo madre (tu partorirai…), certamente ma nemmeno l’uomo è solo lavoro (tu lavorerai…). Uguale dignità, bene l’eguaglianza anche nei posti apicali della società ma la famiglia assegna al madre un ruolo preminente e nella chiesa è stato assegnato al maschio. Amen

  • lorenzo ha detto:

    Quel brano sembra quasi scritto oggi per mettere combattere i tentativi di minare le fondamenta della Chiesa stessa introducendo il diaconato ed il sacerdozio femminile.

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