Gli errori storici di Adriana Valerio su donne e chiesa

“Eretiche. Donne che riflettono, osano, resistono” (Il Mulino 2022), è l’ultimo libro della teologa femminista Adriana Valerio. Un’accozzaglia di luoghi comuni, dalle beghine ad Ipazia d’Alessandria, fino alla leggendaria Papessa. L’obbiettivo? Denunciare la misoginia del cristianesimo.

 
 
 

Onestamente cominciavamo a sentire la mancanza di certi attacchi alla storia cristiana.

Certo, paradossalmente ce lo saremmo aspettati da Adriana Valerio, teologa e femminista militante, molto meno dal laico e solitamente oggettivo storico Paolo Mieli.

Si chiama Eretiche. Donne che riflettono, osano, resistono (Il Mulino 2022) l’ultimo libro di Valerio, sponsorizzato sul Corriere da Mieli.

Come già il titolo fa supporre, si tratta di un’accozzaglia di luoghi comuni con l’antico e mai sopito scopo ideologico di dipingere come misogina la storia del cristianesimo e della Chiesa.

 

Adriana Valerio: donne e chiesa, smentita da femministe

L’intento apologetico di Valerio è trasparente fin dall’inizio quando esalta il vescovo dissidente Romulo Antonio Braschi, fondatore di una “Chiesa cattolica” indipendente che ordinò sacerdoti 7 femministe, costringendo l’intervento dell’allora prefetto Joseph Ratzinger e di Giovanni Paolo II.

Oggi queste donne (come Gisela Forster e Christine Mayr-Lumetzberger), scomunicate dalla Chiesa, si trovano in Germania e stanno spingendo i vescovi progressisti ad uno scisma con Roma.

Altrettante teologhe femministe, come la svedese (ed ex protestante) Madeleine Fredell, hanno già chiarito che la mancata ordinazione delle donne nella Chiesa cattolica non è una scelta discriminatoria ma di fedeltà alla decisione originaria di Gesù verso 12 discepoli e, spiega, ciò non le impedisce di sentirsi «perfettamente inclusa».

Dove sarebbe, allora, la discriminazione, cara Valerio?

 

Le beghine perseguite? Non certo perché donne.

Per sostenere la misoginia del cristianesimo, Adriana Valerio pesca dalla storia delle beghine, pie donne esponenti di una spiritualità individualistica emersa nel XIII e XIV secolo.

Le beghine decli­narono i voti tradizionali ed il matrimonio, vivendo dei loro beni e scrivendo spesso trattati mistici. Adriana Valerio gioca con la storia e sostiene che la Chiesa le avrebbe perseguite in quanto «eretiche, nemiche della fede».

Uno storico serio, l’eminente AS Turberville (Leeds University), ricostruì la storia delle beghine in maniera oggettiva ricordando innanzitutto la protezione ecclesiale verso loro (e verso i begardi). Pur manifestando un credo disallineato da quello della Chiesa, scrisse, «la loro soppressione fu impedita da alcune costituzioni papali sollecitate in vista della loro protezione»1Arthur Stanley Turberville, Medieval Heresy & the Inquisition, Cornell University Library 1920, p. 50, 51.

La giovane storica Jennifer Kolpacoff Deane, medievalista dell’University of Minnesota, ha a sua volta trattato il tema delle beghine ricordando che nel 1318 papa Giovanni XXII «emise un altro decreto, ordinando al clero di proteggere tutte le beghine che conducevano una vita stabile, donne che non contestavano la Trinità, l’essenza divina o i sacramenti della Chiesa»2Jennifer Kolpacoff Deane, A History of Medieval Heresy and Inquisition, Rowman & Littlefield Publishers 2011, p. 172.

Nel 1321, scrive ancora Deane, il pontefice permise di proseguire il loro stile di vita e la dottrina nonostante i sospetti verso questa nuova e sconosciuta forma di laicato femminile, scrivendo: «Non intendiamo in alcun modo vietare alle donne fedeli, che promettano o meno la castità, di vivere onestamente nelle loro dimore, di fare penitenza e di servire il Signore con spirito di umiltà»3citato in Jennifer Kolpacoff Deane, A History of Medieval Heresy and Inquisition, Rowman & Littlefield Publishers 2011, p. 170.

Lo stesso, indica AS Turberville, fecero i suoi successori: Gregorio XI e Bonifacio IX. Nel 1431, anche Eugenio IV intervenne direttamente in aiuto delle Beghine e le protesse4Arthur Stanley Turberville, Medieval Heresy & the Inquisition, Cornell University Library 1920, p. 50, 51.

Nel suo Donne moderne nel Medioevo. Il movimento delle beghine, il domenicano francese Dieudonné Dufrasne spiega giustamente che alcune beghine vennero tuttavia perseguite, ma non certo per il fatto di essere “donne pensanti”, come sostiene Adriana Valerio. La realtà, come sempre, è più complessa delle teorie ideologiche.

Fu un periodo storico in cui fiorirono sette socialmente pericolose e violente come i Mani­chei, i Catari, gli Albigesi ed i Flagellanti le quali non misero a repentaglio solo l’ortodossia della religione ma, spiega l’antropologo Norman Cohn, il loro millenarismo «fu violento, anarchico, ed a volte veramente rivoluzionario»5Norman Cohn, The Pursuit of the Millennium. Revolutionary Millenarians and Mystical Anarchists of the Middle Ages, Oxford University Press 1970, p. 16.

La stabilità sociale (prima che religiosa) fu messa seriamente in pericolo dalle eresie medievali, «il mondo dell’esaltazione millenaria e quello del disordine sociale», ha proseguito Cohn, «si sovrapponeva, i malvagi vennero identificati con gli ebrei, il clero o i ricchi, e dovevano essere sterminati»6Norman Cohn, The Pursuit of the Millennium. Revolutionary Millenarians and Mystical Anarchists of the Middle Ages, Oxford University Press 1970, p. 16-17.

La Chiesa e i principi secolari dovettero così intervenire per frenare le orde millenaristiche, tanto che perfino il polemista protestante (e anti-cattolico) Henry Charles Lea riconobbe che «qualunque orrore possano ispirarci i mezzi impiegati per combatterli, qual che sia la pietà che dobbiamo provare per quelli che morirono vittime delle loro convinzioni, riconosciamo senza esitare che la causa dell’ortodossia non era altro che quella della civiltà e del progresso. Se il Catarismo fosse divenuto dominante o anche soltanto uguale al cattolicesimo, non si può dubitare che la sua influenza sarebbe stata disastrosa»7Henry Charles Lea, A History of the Inquisition of the Middle Ages, CreateSpace Independent Publishing 2017, p. 142.

Ecco che nella lotte a queste eresie, spiega Dieudonné Dufrasne, a «farne le spese» furono anche «alcune beghine». Ma non certo perché donne, purtroppo in quanto «nel clima genera­le di eretica confusione»8D. Dufrasne, Donne moderne nel Medioevo. Il movimento delle beghine, Jaca Book 2009 si faticò a distinguerle dagli eretici “classici”.

Alla fine del suo studio, Dufrasne mette in guardia proprio dalle attiviste femministe moderne: «Questo movimen­to non ha mancato, sfortunata­mente, di essere etichettato e fret­tolosamente interpretato da ideo­logi contemporanei, che si sono appoggiati alle beghine per pun­tellare le rivendicazioni femmini­ste moderne e per regolare i conti con l’attuale istituzione ecclesiale. Questo libro, se mai giungerà nelle loro mani, li deluderà»9D. Dufrasne, Donne moderne nel Medioevo. Il movimento delle beghine, Jaca Book 2009.

 

Il mito di Ipazia: non la uccise Cirillo, nessuna gelosia.

Dopo le beghine, Adriana Valerio si occupa con la stessa superficialità del classico mito femminista di Ipazia d’Alessandria.

In obbedienza alla leggenda la definisce “matematica” ed “astronoma“, senza certamente avere mai approfondito il suo pensiero. Oltre a non essere una matematica (si limitò a commentare alcuni scritti di pensatori precedenti), Ipazia più che astronoma fu astrologa, almeno considerando la sua discussione degli Oracoli caldei e della sapienza egizia, così come il testo astrologico di Almagesto di Tolomeo.

Come prevedibile la ritiene vittima del vescovo Cirillo, che l’avrebbe uccisa accecato dall’«insofferenza per il prestigio culturale di una donna che insegnava in luoghi pubblici — davanti ai templi pagani demoliti dalla nuova religione — per la sua libertà di pensiero e per quella sapienza femminile non disposta a sottomettersi al potere istituzionale maschile».

In poche parole ha incanalato un compenso di orrori storici. Innanzitutto Valerio, copiando da chissà quali altri sostenitori del mito di Ipazia, con i “templi pagani demoliti” si riferisce probabilmente alla Grande Biblioteca di Alessandria, la quale però non esisteva più da oltre un secolo.

In secondo luogo, non sa che Ipazia non fu né la prima né l’ultima studiosa donna che insegnava in pubblico, prima di lei vi furono studiose come Aspasia, Diotima, Arete, Ipparchia e Panfila di Epidauro, Sosipatra. Dopo di lei venne la neoplatonista Asclepigenia, che insegnò proprio ad Alessandria senza turbare nessuno. Seguaci di Ipazia, inoltre, furono diversi cristiani e tra essi uno diventò pure vescovo, Sinesio di Cirene (continuando a stimarla dopo l’ordinazione).

Difensore ed amico di Ipazia, infine, fu il prefetto della città e rappresentante di Costantinopoli, Oreste. Anch’egli, come Cirillo, era un devoto cristiano. La povera Ipazia fu uccisa non certo perché “donna che osava”, ma perché venne coinvolta nella faida tra i seguaci di Oreste e quelli di Cirillo e l’unica fonte contemporanea ai fatti, Socrate Scolastico (favorevole al partito di Oreste e Ipazia), non addossa alcuna colpa diretta né indiretta al vescovo.

Su questa vicenda è disponibile un nostro dossier storico, molto dettagliato.

 

Adriana Valerio e la papessa Giovanna: un’altra leggenda.

Adriana Valerio si dedica anche ad un altro mito femminista, la storia di una donna eletta Papa (rimasta incinta durante il pontificato). Si appoggia allo studio di Alain Boureau, intitolato per l’appunto: La papessa Giovanna. Storia di una leggenda medievale (Einaudi 1991) e fortunatamente lei stessa ammette che si tratta di una leggenda priva di riscontri storici.

Dopo aver citato l’ammonimento del card. Gianfranco Ravasi a quegli «sprovveduti» che credono a questa storia, trasformandola in un «una sorta di monito per il tema del sacerdozio femminile», la teologa usa queste parole di buon senso come dichiarazioni contro la pretesa femminile di esercitare un potere nella Chiesa.

A ben vedere si tratta tuttalpiù di parole contro la falsificazione della storia, ma è evidente che l’approccio oggettivo non è il primo obbiettivo di Adriana Valerio.

 

Guglielma da Milano, inquisitori ed il fanatismo dei seguaci

Un’altra protagonista del romanzo (altro non può essere) di Adriana Valerio è Guglielma di Milano, anch’essa notoriamente un mito femminista.

Secondo la teologa fu un’altra vittima del potere maschio (bianco eterosessuale, aggiungerebbero nelle università progressiste anglofone) in quanto l’Inquisizione l’avrebbe trasformata da santa in eretica dopo la sua morte, impedendone il culto.

Effettivamente il tribunale inquisitorio, tramite i frati predicatori di S. Eustorgio, dovette intervenire (anche duramente) dopo la sua morte (nel 1284, 1296 ed in maniera continuativa dal 1300) per placare il fanatismo che esplose in suo favore, identificando Guglielma addirittura con lo Spirito Santo e facendo confluire alla tomba di Chiaravalle pellegrinaggi di ogni tipo, dove si proclamavano miracoli ed apparizioni.

Come riferisce la storica Marina Benedetti, la stessa Guglielma quand’era in vita, ammonì severamente i suoi fanatici ammiratori che le chiedevano miracoli per essere alleviati da dolori e che cercavano le stimmate nel suo corpo. «Voi credevate di vedere ciò che non vedrete a causa della vostra incredulità», rispose duramente Guglielma, ammonendoli di «finire all’inferno» se avessero continuatocitata in M. Benedetti, in Dizionario Biografico degli Italiani, Volume 60, 2003.

Ancora una volta, Adriana Valerio confonde i piani e banalizza. L’Inquisizione non intervenne “contro una donna che riflette e resiste”, bensì frenò la religiosità fanatica dei suoi seguaci (monaci, in gran parte). Si può discutere dell’opportunità, del metodo e dei modi, ma non si dovrebbe falsificare la storia.

L’unico rammarico, come già detto, è che Paolo Mieli abbia sponsorizzato questa ricostruzione fantasiosa della storia. E’ il vero mistero di tutta la vicenda.

La redazione

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