Vaticano-Cina, il vescovo “clandestino” Wei Fu: «siamo gioiosi per l’accordo»

Lo storico accordo tra Cina e Vaticano è stato salutato con gioia dai cattolici cinesi, dai vescovi clandestini e dai missionari che davvero conoscono la situazione. Ascoltiamo cos’hanno da dire.

 

Ogni azione, ogni discorso, ogni decisione di Papa Francesco riceve ormai la sua preventiva dose di critiche velenose da parte dei noti blogger pseudocattolici che si improvvisano, a seconda, teologi, diplomatici, storici o esperti di politica internazionale. Così è avvenuto per lo storico accordo tra Santa Sede e governo cinese del 22 settembre scorso. Ma hanno tralasciato l’accoglienza entusiasta da parte dei cattolici cinesi “clandestini” ed il fatto che tale intesa venne auspicata a lungo da Giovanni Paolo II e Benedetto XVI.

Si è parlato di “tradimento” della chiesa clandestina, non riconosciuta dal governo, senza però verificare il giudizio degli stessi cattolici clandestini. «Se uno critica il Papa di essersi arreso al governo cinese sulla nomina dei vescovi cinesi, può fare questo solo perché non ha la fede e quindi non può sapere cosa è davvero la Chiesa. E io, a uno così, lascerei dire quello che vuole, può dire quello che gli pare, tanto non sa di cosa parla». Così ha risposto Giuseppe Wei Fu, vescovo “clandestino” della diocesi di Baoding, che ha vissuto diversi periodi di detenzione e di restrizione delle libertà personali («A livello personale», ha detto, «per me non ha grande importanza se il governo mi riconosce o non mi riconosce come vescovo. Gesù non era riconosciuto dal governo di allora. E anche gli apostoli non erano “riconosciuti” come apostoli dal governo di allora»).

Wei Fu si sta rivolgendo indirettamente anche ad uno dei pochi titolati ad operare giudizi sul caso, il vescovo emerito di Hong Kong, Joseph Zen, che da sempre vede con sfavore questo inizio di dialogo tra la Santa Sede e l’impero cinese: è bastato questo per farlo diventare improvvisamente il nuovo pupillo degli “anti-bergogliani” ma, come ha scritto Michael Sainsbury, «non ci sono altri segni sul fatto che il card. Zen sia un oppositore del Papa, di cui parla pubblicamente e in privato con grande rispetto e gentilezza nei suoi confronti, anche se si sta rapidamente ritrovando con sostenitori forse indesiderati». Il vescovo Wei Fu ha comunque respinto le preoccupazioni: «La mia fiducia cresce con il tempo, è riposta nello Spirito Santo, che guida la Chiesa. Con la firma dell’accordo, non ci saranno più tante preoccupazioni e problemi su come far nascere nuovi vescovi nella Chiesa in Cina. La disunione della Chiesa può essere superata e diventare un fatto del passato. Le operazioni per mettere in difficoltà e in cattiva luce la Chiesa saranno meno insidiose. Naturalmente ci vuole tempo perché possano guarire le ferite della disunione. Ma non esiste più un fattore che provocava e alimentava la disunione».

Una posizione realista, seppur i dettagli dell’accordo non sono stati svelati per garantire una necessaria tutela tra le parti. E’ un primo contatto, perfettibile. Però meglio qualcosa rispetto al nulla, ovvero: se prima i vescovi “patriottici” erano designati dal governo senza la necessaria autorizzazione papale -con la creazione di un perseguitato episcopato clandestino, fedele a Roma- ora il Papa ha acquisito il diritto di nomina, seppur dovendo scegliere tra una rosa di nomi proposta dalle comunità ecclesiali ed autorità civili. Un grande passo in avanti. Da parte sua, la Santa Sede ha riconosciuto gli otto vescovi nominati illecitamente negli ultimi anni. Il vescovo Wei Fu porta la voce di tanti altri fratelli cinesi “clandestini”: «I fedeli e sacerdoti che io conosco speravano tutti del miglioramento del rapporto tra Cina e Vaticano. Non solo, pregavano con perseveranza per questo. La firma dell’accordo rappresenta un miglioramento consistente. Per questo tutti lo accolgono e gli danno il benvenuto con grande gioia».

Un’altra voce autorevole è quella di padre Antonio Sergianni, missionario del Pime a Taiwan e Cina per 24 anni e molto stimato da Benedetto XVI. Anche lui ha confermato l’accoglienza entusiasta dell’intesa da parte dei cattolici cinesi: «Sì, l’accordo è stato accolto dalla gioia dei fedeli». Invitiamo a leggere il suo contributo del 2015 per conoscere approfonditamente la situazione e capire che «sul nodo ancora irrisolto delle nomine episcopali è stato Papa Benedetto ad auspicare apertis verbis un accordo con il governo cinese». Infatti, nella Lettera del 2007, il Papa emerito esprimeva l’auspicio «che si trovi una accordo con il Governo per risolvere alcune questioni riguardanti la scelta dei candidati all’episcopato» (n. 9). La continuità con Benedetto XVI è stata confermata anche da padre Federico Lombardi, ex portavoce di Ratzinger. Il missionario in Cina ha commentato: «E’ un accordo importante che aumenterà il clima di fiducia, la conoscenza reciproca, gli scambi di informazione, la circolazione dei vescovi e certamente farà crescere la Chiesa cattolica. Non è un tocco di bacchetta magica che risolve tutti i problemi immediatamente, ma alla lunga farà crescere la Chiesa. Questa firma è un anello, un passo: è l’anello di una catena, di un processo, che poi deve svilupparsi piano piano.».

La bontà dell’intesa si è manifestata concretamente in modo immediato dato che, per la prima volta, due vescovi cinesi saranno autorizzati a partecipare Sinodo dei giovani. Una secca smentita ai gufi che tifavano per una svolta negativa dell’accordo (solamente per poter corroborare la loro ossessione: incolpare l’odiato Pontefice). Altra figura autorevole ad essere intervenuto è Francesco Sisci, il primo straniero ammesso alla Scuola superiore dell’Accademia cinese delle scienze sociali di Pechino, già direttore dell’Istituto italiano di cultura di Pechino ed consulente straniero del più prestigioso bimestrale cinese di politica e cultura: «E’ un momento che la Chiesa cinese aspettava da molto tempo», ha dichiarato. «La grandissima parte dei fedeli, dei sacerdoti, dei vescovi sognava da molti anni di tornare pienamente a sentirsi cinesi e cattolici, insieme. Non sarà la fine dei problemi. Vecchie ruggini e rancori sono stati lasciati correre per troppo tempo. Ma finalmente nella Chiesa le divisioni sono finite». Inoltre, per la prima volta in Cina, c’è «l’ammissione di un principio di divisione tra politica e religione. Il partito comunista cinese ha ammesso di non avere autorità religiosa, e la Santa Sede ha detto di non avere autorità politica. L’accordo comincia a coprire le zone grigie in maniera rispettosa delle competenze di ciascuno».

Un’altra voce autorevole, seppur più critica, è quella di Bernardo Cervellera, missionario del Pime e direttore di Asia News. Si è posto a metà strada tra ottimisti e pessimisti, guardando «il positivo e il negativo presente in questo fragile e “provvisorio” accordo». Anche Pietro Lin Jiashan è un vescovo cattolico clandestino, incarcerato poiché ordinato senza il permesso degli apparati politici. Eppure –ha rivelato Gianni Valente- ringrazia Dio per l’accordo tra Cina e Vaticano, e prega che possa diventare «una nuova pietra miliare per l’unità di tutta la Chiesa cattolica cinese». Lo stesso il vescovo Joseph Xu Honggen: l’accordo tra Cina e Vaticano potrà «produrre un risultato “win-win”, con un guadagno da tutte e due le parti». E così tanti altri.

Ascoltando dunque le persone sufficientemente informate sulla situazione cinese e le uniche autorizzate a rilasciare commenti contestualizzati, è evidente come prevalga un giudizio positivo e lungamente atteso sull’intesa tra Vaticano e Cina, ampiamente auspicato dai predecessori di Francesco. Anche considerando l’ovvia perfettibilità di questo primo accordo, l’ottimismo vince sul pessimismo, almeno per chi crede che la storia sia guidata dallo Spirito Santo. Piccolo dettaglio che i blogger conservatori hanno ormai dimenticato, alleandosi con gli anticlericali del peggior livello.

La redazione

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